Cinquant'anni di Bella ciao

Una conversazione con Riccardo Tesi

Come uno di quei nodi della storia culturale in cui le energie – politiche, intellettuali, artistiche – di numerosi attori sembrano raccogliersi e improvvisamente deflagrare, Bella ciao a Spoleto cambiò il corso della canzone italiana. A testimonianza – parziale – di una spinta politica in avanti che non ha ancora esaurito la sua inerzia, basterebbe ricordare le polemiche che accompagnano ogni esecuzione pubblica della canzone che a quello spettacolo di Nuovo Canzoniere Italiano diede il titolo. 

 

All’inizio degli anni Sessanta, alcuni intellettuali di sinistra cominciano a dedicarsi alla raccolta di canti popolari italiani, anche ispirati dalle esperienze di Alan Lomax e da quelle di Cantacronache a Torino. I nomi che gravitano e graviteranno attorno a quel gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano (che nasce come rivista e “canzoniere d’uso” nel gennaio del 1963) sono molti, fra polemici abbandoni e dibattito costante: Gianni Bosio e Roberto Leydi, prima di tutto; poi i torinesi Michele Straniero e Fausto Amodei; e poi, prima o dopo, Filippo Crivelli, Cesare Bermani, Giovanna Marini, Sandra Mantovani, Caterina Bueno, Ivan Della Mea… Con la partecipazione occasionale o l’appoggio di intellettuali come Umberto Eco, Luciano Berio, Franco Fortini. L’attività del gruppo è subito intensa, fra spettacoli e pubblicazioni. Nel 1964 Nanni Ricordi – già discografico e, in un’altra delle sue vite lavorative, “scopritore” dei primi cantautori – propone a Leydi e Crivelli di allestire uno spettacolo per il Festival dei Due Mondi di Spoleto, tempio “borghese” di un certo tipo di proposta musicale colta. Bella ciao ha in scaletta una serie di canti popolari italiani di varia provenienza, di cui alcuni a tema politico, compresa – naturalmente – la canzone eponima, sia nella versione partigiana che in quella “delle mondine”.

 

I testi originali sono di Franco Fortini, nel cast ci sono Caterina Bueno, Maria Teresa Bulciolu, Giovanna Marini, il Gruppo Padano di Piàdena, Silvia Malagugini, Sandra Mantovani, Cati Mattea, la ex mondina Giovanna Daffini, Michele Straniero e – alla chitarra – Gaspare De Lama. Che lo spettacolo fosse avvertito come provocatorio in quel contesto era ampiamente previsto, al punto che – racconta Cesare Bermani – il copione era stato in via del tutto eccezionale pattuito con l’organizzazione del Festival, ammorbidendone alcuni versi. E, come era altrettanto prevedibile, le tensioni con il pubblico del Teatro Caio Melisso non si fecero attendere.

 

La ricca aneddotica sulle prime repliche riporta, ad esempio, di quella “signora impellicciata” che, in risposta al verso “E nelle stalle più non vogliam morir” (dal canto “E per la strada gridava i scioperanti”) si alzò dalla platea ed esclamò a gran voce «Io possiedo trecentotrenta contadini e nessuno dorme nelle stalle!», richiamando a una rapida reazione Giorgio Bocca, da uno dei palchi («Va’ fuori, carampana»). In una situazione già tesa, il momento decisivo si verificò quando, il 21 giugno, complice un abbassamento di voce della Mantovani, Michele Straniero si trovò a cantare la canzone antimilitarista “O Gorizia tu sei maledetta”. Per incidente, o per deliberata provocazione, ne cantò la versione che conosceva, compresa una strofa – “Traditori signori ufficiali / che la guerra l’avete voluta / scannatori di carne venduta / e rovina della gioventù” – che non era in copione. Il risultato fu una denuncia per vilipendio alle forze armate, e una pubblicità incredibile. Non fu tanto il testo in sé a scatenare le reazioni – “O Gorizia” era nota da tempo, e già pubblicata su disco – ma la sfida, l’idea stessa di portare quella visione del popolare come altro – radicale e per nulla accondiscendente – in un contesto borghese e aristocratico. In questo senso, e proprio per la sua eco polemica, Bella ciao fu decisivo.

 

Le repliche proseguirono a lungo in molti teatri d’Italia, e il disco – che uscì l’anno successivo – divenne l’ascolto obbligato di tutti i militanti (e non solo), affermando una via politica al canto popolare che sopravvisse almeno per tutti gli anni Settanta. Il disco contribuì anche ad affermare un tipo di “suono folk”, acustico e pauperista, e un certo tipo di vocalità, la cui influenza arrivò ben oltre alle produzioni di Nuovo Canzoniere Italiano.

 

 

In occasione dei cinquant’anni di Bella ciao, l’associazione Secondo Maggio, a Milano, con il patrocinio del Comune, organizza uno spettacolo che si preannuncia unico, l’11 giugno presso la Camera del Lavoro, Sala Di Vittorio. Seguirà, il 17 giugno alla Sala Napoleonica dell’Università Statale, una giornata di studi organizzata da Nicola Scaldaferri. L’iniziativa è stata promossa da Franco Fabbri.

 

Il cast dello spettacolo, in particolare, raccoglie alcuni dei migliori esponenti del folk italiano di oggi, fra cui Elena Ledda, Lucilla Galeazzi, Ginevra Di Marco e Alessio Lega. “Direttore musicale” è Riccardo Tesi, ad oggi uno dei musicisti italiani più apprezzati, anche all’estero, nel campo delle musiche di derivazione popolare. Abbiamo conversato con lui durante le prove per la preparazione dello spettacolo.

 

Che valore ha festeggiare Bella ciao, e cosa significano per te quel disco e quello spettacolo?

 

«È un anniversario molto importante, ed è un peccato se ce ne accorgeremo in pochi, perché Bella ciao è davvero lo spettacolo che ha segnato l’inizio del folk revival in Italia. Senza quello non ci sarebbe niente della scena world italiana. Per me poi è particolarmente importante, perché era l’unico disco che c’era in casa mia: io vengo da una famiglia di operai, non c’era cultura musicale, ma mio padre – da buon comunista – si era comprato quel disco al festival dell’Unità. Avevo nove o dieci anni, e ogni domenica mattina lui lo metteva su. Son canzoni che ho ascoltato tantissimo, sono venuto su con la voce di Caterina Bueno, che anni dopo mi ha fatto diventare musicista. Riproporlo dal vivo è un po’ la chiusura di un cerchio: è un lavoro faticoso, ma ne sono molto onorato. Io non sono un musicista popolare, sono un “cittadino” che si è appassionato a questa musica, l’ho studiata perché quella era la musica che mi emozionava. Poi sono arrivate altre cose – il jazz, i cantautori – ma ci sono arrivato con un background forte, e questo forse mi ha permesso di avere una mia specificità e, anche nel confrontarmi con artisti di grande livello, di avere di qualcosa da portare agli altri».

 

Come sei stato coinvolto nell’iniziativa, e come avete scelto i musicisti?

 

«L’idea di tutto è di Franco Fabbri, sono stato convocato a Milano da lui e da Alessio Lega, tutta la fase di progettazione è farina del loro sacco. Poi ho partecipato alla scelta del cast, su cui siamo stati tutti abbastanza d’accordo. Le tre voci femminili sono tra le mie preferite: Lucilla Galeazzi è un po’ l’erede di Giovanna Marini, ed è quella che forse conosce meglio tutto il progetto, se lo potrebbe cantare anche tutto da sola voce e chitarra. Elena Ledda… che dire: ci conosciamo da trent’anni! E poi c’è Ginevra Di Marco, che dai tempi dei C.S.I. è diventata una straordinaria interprete di musica tradizionale. Poi è toscana come me... Bella ciao è basato sulla voce, soprattutto, e la parte strumentale è più funzionale ad accompagnare il canto: lavorerò con Andrea Salvadori, il chitarrista di Ginevra, e Gigi Biolcati, percussionista di Banditaliana».

 

 

Riproporrete il disco o anche cose che erano solo nello spettacolo teatrale?

 

«Faremo le due cose: parecchi brani dal disco, naturalmente, ma abbiamo recuperato anche qualcos’altro. Siamo partiti con l’idea di fare la scaletta originale, in realtà quello che funzionava all’epoca non funzionerebbe altrettanto bene oggi. La potenza dirompente e politica di pezzi come “O Gorizia” o “Addio Lugano bella” forse non è più la stessa... Dobbiamo anche privilegiare i ritmi di uno spettacolo, quindi abbiamo spostato alcuni brani, e altri li abbiamo dovuti tagliare. Comunque, abbiamo scoperto consultando l’archivio Leydi, che anche loro cambiavano continuamente la scaletta… Perché dovremmo rispettarla noi, allora?».

 

Riascoltando quel disco con la sensibilità di oggi, da musicista e al netto delle componenti emotive e del peso storico che ha avuto, come lo valuti? Quali sono i suoi limiti?

 

«Prima di tutto, è molto spostato sul nord, manca quasi del tutto il repertorio del sud. Già per esempio Ci ragiono e canto [spettacolo del 1966, e poi disco] era molto più completo da questo punto di vista, ma – data l’epoca e le ricerche fatte – forse meno si sapeva della musica del sud. Poi, è molto spostato sul repertorio politico. Infine, da un punto di vista musicale, è povero, ci sono veramente solo le voci e una chitarra che accompagna “in stile folk”, una scelta che molto spesso non è – secondo me – la più adatta per un certo tipo di melodie. Non c’è una attenzione all’arrangiamento, tutto è molto spartano… Era l’attitudine del tempo, e questo costituisce anche la sua bellezza, naturalmente. Poi ci sono delle parti di repertorio meno interessanti, alcune cose ottocentesche ad esempio, ma ci sono delle melodie bellissime, che non hanno per niente perso lo smalto iniziale».

 

Bella ciao è anche il simbolo di un modo politico di intendere la canzone popolare, con una intensità che è difficile quasi immaginare, oggi.

 

«Quel periodo è finito con gli anni Sessanta, ma poi c’è stato un altro bel periodo che ha fatto venire fuori un aspetto altrettanto importante della cultura popolare italiana, quello più estetico, di musica bella e belle melodie, di suoni interessanti, di forme musicali nuove, pur nella loro antichità, rispetto al sistema anglosassone, per esempio. Quello di cui ho veramente nostalgia sono gli ideali: queste generazioni avevamo qualcosa in cui credere. In questi giorni ho visto una mostra fotografica a Pistoia dove c’era un servizio sul funerale di Togliatti: la cosa che mi ha impressionato è stato vedere l’ideale che stava dietro lo sguardo di ogni persona ritratta. Questo mi ha fatto accendere una lampadina, la mancanza di ideali nelle nuove generazioni mi spaventa: gli ideali danno una direzione, un cammino da fare, e questo mi sembra manchi, oggi. Sono contento anche per questo di riprendere questo repertorio, sono contento che mia figlia possa ascoltare queste musiche, e spero che le nuove generazioni le riascoltino. Ultimamente ci sono state delle cose poche gradevoli, sul fatto che si canti “Bella ciao”: è una canzone che ha una storia, non si può non cantarla. Non ricorda una strage, ricorda una liberazione».

 

 

Riccardo Tesi ha scelto per noi quattro canzoni per riscoprire Bella ciao.

 

“Maremma amara” (cantata da Caterina Bueno): «Io sono toscano, ho lavorato con Caterina Bueno… Sono cresciuto a pane e “Maremma amara”. Ha una melodia, e un testo, bellissimi».

 

“Amore mio non piangere” (cantata da Giovanna Daffini): «Mi piace moltissimo, e la voce della Daffini era una cosa da pelle d’oca».

 

“Son cieco” (cantata dal Gruppo Padano di Piàdena): «È una delle prime cose che ho suonato quando ho cominciato a fare folk».

 

“La lega” (cantata da Sandra Mantovani): «Lo trovo sempre un canto forte, ti fa sentire la forza di un’idea politica, di vita, che avevano a quell’epoca, e questo – devo dire – un po’ mi manca…».

 

Questo articolo è pubblicato sul nuovo numero de Il giornale della musica

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