Cristiano Ronaldo: umano e inumano

Se penso a Cristiano Ronaldo mi vengono in mente due cose: il ghigno beffardo e gli orecchini di diamanti, grazie a lui assurti a must have per ogni calciatore, anche se nessuno ancora è sceso in campo con gioielli di simile caratura e purezza, ammirabili anche dagli spalti. 

Ricordo bene quel paio di orecchini perché, quando l'ho visto giocare al San Paolo di Napoli, il loro bagliore, quasi accecante, sembrava contrastare l’illuminazione dello stadio, ricreando un effetto da scontro epico tra supereroi, al cui termine c’è il contrasto tra due fasci di luce di diversa consistenza e diverso colore, per un po' in equilibrio tra loro finché uno dei due soccombe, decretando il dominio del vincitore con la completa sovrapposizione della sua energia, visibile e palpabile. 

Al suo ingresso in campo, Cristiano Ronaldo ha illuminato di luce riflessa 60mila persone, accedendosi di fuoco freddo, l’unico elemento glaciale in campo, perché lo sfottò della vulcanica tifoseria napoletana, nota per essere il dodicesimo uomo in campo, lo aveva irritato a tal punto da fargli sbagliare i tiri più facili, costringendolo a gesti di stizza seguiti da una mediocre performance in campo, una delle poche nella sua carriera. Il Napoli ha comunque perso contro il Real Madrid, uscendo dalla Champions League, ma la sola lotta contro una squadra così titolata, che avrebbe vinto di lì a poco la coppa contro la Juventus, e l’aver visto una simile leggenda sul suolo napoletano, ha fatto sentire tutti onorati di aver preso parte alla storia, calciatori e tifosi. 

 

Questo aneddoto, pur se di parte, serve a dimostrarvi che persino Cristiano Ronaldo può essere umano, troppo umano, nonostante i test medici di rito dopo la firma con la Juventus abbiano decretato che il calciatore può vantarsi di avere la capacità fisica di un ventenne, a ben 33 anni. In effetti, a questa età, un calciatore è in fase “canto del cigno”, gli sponsor calano, le prestazioni idem, e fanno sempre più gola le offerte milionarie in campionati meno faticosi e prestigiosi. I calciatori non hanno il problema Fornero, anzi, vanno in pensione dopo pochi anni di carriera durante i quali devono monetizzare il monetizzabile per poter mantenere il loro stile di vita anche da disoccupati. A 33 anni, o addirittura prima, si intraprende un viaggio in Oriente, si va in Cina, non si sceglie una squadra e un campionato da portare sulle spalle, è troppo difficile, troppo oneroso. 

Nel 2018, purtroppo in qualsiasi settore lavorativo, 33 anni pesano come 66, soprattutto se i diciottenni sono dietro l'angolo, pronti a segnare e a diventare le nuove stelle del calcio mondiale, come Kylian Mbappé, campione del mondo e ora numero 7 del Paris Saint Germain, proprio in onore del suo idolo Cristiano Ronaldo. Da CR7 a KM7 è un soffio, ma per diventare leggenda c'è bisogno del physique du rôle, cesellato in ogni suo aspetto. 

 

 

Un’altra nota caratteristica di Cristiano Ronaldo è la bellezza, anche se molti non sanno o non ricordano che il Cristiano di Madeira, pre-Manchester Utd e Real, era bruttarello, con i denti storti e il viso rovinato dall'acne, con il capo ricoperto di riccioli crespi e ispidi. 

Il diamante, infatti, ci torna utile proprio come metafora della parabola ascendente di Cristiano Ronaldo, soprattutto tenendo presenti le sue tre qualità simboliche osservate da Roland Barthes in “Dal gioiello al bijou”, cioè brillantezza, durezza e limpidezza, dove le ultime due connotano la pietra preziosa come qualcosa capace di resistere allo scorrere del tempo, in quanto ostinatamente se stessa, ma allo stesso tempo immagine morale della purezza. Un diamante è il prodotto delle viscere della terra, oscure e roventi, che decide di mostrarsi al mondo già indurito dalle peripezie affrontate per emergere, subendo continue trasformazioni, continui tagli per diventare gemma dal valore inestimabile. Una proprietà chimico-fisica del diamante è la tenacità, ovvero la sua capacità di assorbire energia, e Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiros, ex ragazzo di Madeira povero in canna, non poteva scegliere miglior segno di ultrapotenza e virilità, citando di nuovo Barthes, arrivando a inglobare gli orecchini di diamanti nella tipica divisa di un calciatore, a cui si sono poi aggiunti anche i tatuaggi, lasciandolo ancora una volta solo sotto i riflettori, perché il suo corpo non ha neanche un pigmento di colore diverso dalla sua carnagione abbronzata. Ronaldo non ha profanato il tempio della sua prestanza per motivazioni nobilissime, vale a dire per donare il sangue con regolarità e senza pause. Un corpo mitologico che si dona ai mortali più sfortunati per pagare il debito nei confronti di un destino al di sopra di ogni aspettativa, lo stesso corpo che non ha pudore di vendere ogni suo centimetro al migliore offerente per essere brandizzato. Un corpo promozionale e solidale al contempo, il cui potere significante è racchiuso nella contraddizione tra inumanità e umanità.

 

Le sue facoltà taumaturgiche nella sfera marketing sono tali da poterlo paragonare a Re Mida: 137 milioni di follower su Instagram – è qui che si misura il vero valore di una celebrità e lui è la prima celebrità maschile al mondo, secondo solo a Selena Gomez – e ne ha già fatto guadagnare qualche migliaio, presto milione, alla sua nuova squadra, la Juve, che nelle 24 ore successive all’annuncio ufficiale ha venduto 520mila magliette con il nome del campione, giusto 320 mila in meno di quelle totalizzate in tutto il 2016. 

Non dobbiamo imputare la spettacolarità di quest’uomo solo al circo mediatico: CR7 si fa esso stesso senso poiché dotato di un corpo indubbiamente semiotico, le cui forme armoniche e scolpite sono avvolte da un’aura di sacralità, tale da imprimere in ogni sua posa, ogni suo gesto, una plasticità degna dello spirito apollineo nietzscheano, dove neanche l’ebbrezza dell’esaltazione entusiastica per un gol (tipicamente dionisiaca) scalfisce la ieraticità del macho divino.

 

 

Un corpo scultoreo così perfetto da essere difficilmente riproducibile, dato che il busto realizzato dallo scultore Emanuel Santos, inaugurato a marzo 2017 per celebrare l'intitolazione a Ronaldo dell'aeroporto di Madeira, è stato sostituito a giugno 2018 perché non rendeva giustizia alla sua bellezza. Fatto sta che il busto attuale è d'ispirazione neoclassica quasi sino allo scimmiottamento e non ha alcuna somiglianza con CR7, elemento che, invece, contraddistingueva la prima versione, indubbiamente buffa, ma in cui era rappresentato, in maniera molto realistica, il tipico ghigno beffardo del portoghese, i cui lineamenti, ripetiamo, non sono quelli di una divinità greca, malgrado i filler e una lieve rinoplastica.

Siamo dinanzi a un corpo che rinnega la sua impronta caratterizzante, il suo stampo, perché non vuole su di sé tracce memoriali di un passato modesto, oppure, più semplicemente, ad avere l’ultima parola è l’autostima di un giovane talentuoso costruitosi la sua immagine da campione settando nuovi standard? Ogni fascia muscolare di Ronaldo è progettata a tavolino, curata sino allo spasimo, e come tale vale più di quanto un essere umano "normale", specialmente se dell'intellettual tipo, potrà guadagnare in tutta la sua vita. 

 

Il mito del suo corpo allenato non si limita all’essere in forma o a raggiungere la perfetta condizione per affrontare competizioni nazionali e internazionali, bensì consta nell’operare un atto di stile, nel riprodurre su se stesso, in modo manualistico, un universo di senso strettamente legato alle regole di una società. CR7 ha un corpo che rispecchia, da osservare e in cui osservarsi, un corpo che uniforma le diversità sotto l’egida della perfezione e pertanto deve essere per forza riprodotto in strictu sensu, quasi clonato, vista la sua particolare attenzione nella generazione della prole, dei suoi eredi da plasmare. 

 

 

Insomma, c’è Cristiano Ronaldo e poi l’automa CR7, il corpo perfetto, vettore di pura energia, forma di vita a sé stante, manipolato da valori utopici e da pratiche concrete, da prescrizioni e sceneggiature, assurto a stereotipo maschile a cui aspirare, a pura struttura assiologica finalizzata all’auto-narrazione in fieri di una mitologia. Ronaldo non è noto per essere di molte parole, e a pensarci bene non credo di sapere che suono abbia la sua voce: usa il corpo come codice universale con cui comunicarsi, in quanto risultante dei tratti caratterizzanti del dover-essere di un campione in una cultura.

A partire domani – giorno d’inizio del campionato italiano di serie A – il corpo di Cristiano Ronaldo raggiungerà il massimo picco di ostensione, sarà in cima alla nostra agenda mediatica, probabilmente onnipresente, perché dotato del potere di decidere il destino non solo della Juventus, ma anche di altre 19 squadre. Una cosa è certa: ogni stadio d’Italia registrerà il tutto esaurito ovunque metterà piede.

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