Curzio Malaparte, un secolo dalla disfatta

Quando, all’alba del 24 ottobre 1917, i soldati austro-tedeschi cominciarono ad avanzare in quel tratto del fiume Isonzo che lambisce Caporetto, l’esercito italiano era già provato dal violento bombardamento che a partire dalle due del mattino non aveva cessato un attimo di colpire le sue linee. Le truppe imperiali non trovarono una feroce resistenza, e alla sera del primo giorno di battaglia si contavano già 15.000 italiani catturati come prigionieri. La disfatta di Caporetto è uno shock per l’intero esercito e per tutta la nazione; è il crollo del sistema paese: in una ventina di giorni 10.000 km² di territorio vennero ceduti al nemico; circa 300.000 soldati furono presi prigionieri e 600.000 fra uomini, donne e bambini furono costretti a lasciare le loro case, formando – assieme alla massa di soldati sbandati – un lento fiume umano che si muoveva in direzione del Piave. Strade fangose erano ingombrate da fanti malandati; alcuni scalzi, altri senza fucile, dominati da rassegnazione e sconforto come fossero di fronte a una calamità naturale contro la quale nulla è possibile fare. Essi si lasciavano alle spalle quelle trincee in cui a decine di migliaia spiravano con la faccia riversa nel pantano, estremo sacrificio per la conquista di pochi metri di roccia.

 

 

«Non tutti potranno leggere questo libro. Bisogna aver disceso tutti gli scalini dell’umanità per mordere alla radice stessa della vita, aver “mangiato la terra e averla trovata deliziosamente dolce” […] aver sofferto, sperato, maledetto, bisogna essere stati uomini, semplicemente umani, per poter leggere questo libro senza pregiudizio e sentirvi il sapore della vita. 

Non è un libro di guerra, questo. È il libro di un uomo che fin dai primi giorni è entrato, come volontario, nel cerchio della guerra, a capo chino, bestemmiando (non Dio), e che ne è uscito, all’ultimo giorno, benedicendo Dio, a capo chino, come un francescano, di un uomo che ha lasciato la trincea assetato d’amore e di pace, ma avvelenato fin nelle radici d’odio e di disperazione».

 

È l’incipit di Viva Caporetto!, forse meglio noto con il titolo di La rivolta dei santi maledetti, di Curzio Malaparte, che in poco più di cento pagine rovescia il paradigma: Caporetto non è una sconfitta, non è un evento passivamente subìto, rappresenta – o dovrebbe rappresentare – l’inizio di una sollevazione della fanteria, di quegli uomini sudici e stanchi, affamati e depressi per il rancio niente affatto generoso, il soldo irrisorio, le licenze così brevi da non consentire né svaghi (che di fatto fino all’ottobre del ’17 quasi non erano organizzati nelle retrovie) né, quando si riusciva a tornare a casa, di rimettere mano alla propria vigna o di aiutare con il raccolto. La trincea come luogo di inedia fisica e morale, sfruttata dalle autorità militari per giustificare le severe punizioni impartite, le esecuzioni spesso sommarie, la scarsità di aiuti inviati ai prigionieri perché v’era persino il timore che se si forse sparsa la voce di un trattamento umano nei campi di prigionia austriaci, l’arrendevolezza sarebbe aumentata.

È dunque contro gli alti gradi militari, contro gli imboscati, i borghesi della guerra, che la rivolta comincia e prende le forme della resa. Per Malaparte tutte quelle braccia disarmate che ripiegano prima sul Tagliamento e poi sul Piave, non sono braccia di sconfitti, ma di popolo che fa sentire la sua voce, che dimostra la propria importanza cedendo sul fronte e prefigurando la definitiva sciagura nazionale. Un tentativo sincero di giustificare quei soldati su cui il sentimento nazionale, fomentato dalle accuse del generale Cadorna, sembrava voler far gravare il peso della sconfitta.

Lo scrittore non prese parte alla ritirata, e perciò Viva Caporetto! non è una cronaca o un diario. Ma se la testimonianza non è diretta, è dunque lo spirito di questo popolo di semplici a comporre la storia: si tratta di rivolta, ed essa è spontanea, non governata da nessuno, e non può assumere le sembianze di una rivoluzione sociale. Insomma, la Caporetto di Malaparte è una sollevazione, ma non fa dell’Italia la Russia. 

 

 

Dopo la sconfitta, Cadorna lascerà il posto a Diaz; miglioreranno le condizioni di vita nelle trincee; ai soldati contadini sarà promessa la terra; la guerra sarà vinta. Ma la smobilitazione sarà lenta, lentissima e straziante; la terra non arriverà; quegli uomini che avevano speso in battaglia i loro anni migliori, spesso provati nel corpo e psicologicamente sofferenti, troveranno con difficoltà una loro ricollocazione sociale e l’Italia preparerà il terreno a un destino dittatoriale.

E infatti, per comprendere la vicenda editoriale di questo libro che celebra una sconfitta come fosse l’esplosione del pacifismo dei soldati semplici, dobbiamo guardare anche a Mussolini: se nell’ottica del futuro duce occorre che la guerra rappresenti un nuovo mito fondante della nazione, il punto di vista di un autore che celebra lo scontro con le autorità non può passare inosservato.

Il libro viene stampato al principio del 1921 presso la Tipografia Martini di Prato e il titolo suscita scandalo sin dal suo primo apparire. L’autore perdipiù si firma col suo vero nome: C. Erich Suchert, un nome tedesco, un nome da nemico, da «lanzichenecco nell’Italia d’oggi» come lo aveva appellato nel 1922 Alfredo Panzini su “Il Secolo”. Il lancio pubblicitario fu ideato da Malaparte medesimo: «È uscito Viva Caporetto! di C. Erich Suchert scritto a Varsavia durante l’assedio bolscevico. Caporetto non è un fatto militare, ma un fenomeno sociale, che continua a svolgersi anche oggi nei movimenti rivoluzionari che insanguinano l’Italia. Non è un libro di guerra, questo: ma di attualità. L’autore di queste pagine, che tanto rumoroso interesse han suscitato all’estero, giustamente è stato chiamato il Barbusse italiano». Non era vero niente, Malaparte inventò questa storia internazionale solo per creare curiosità intorno al libro, e la vicinanza con Barbusse era probabilmente una aspirazione dovuta all’uscita nel 1919 di Clarté con il suo portato di ideali pacifisti.

 

Iniziarono le vendite ma subito prese il via l’azione fascista contro le librerie, che portò al ritiro dal commercio dell’opera: «Fui chiamato disfattista, disertore, vigliacco, e perfino imboscato» scrive lo stesso Malaparte. L’autore non si arrende e decide di ricopertinare le copie stampate, offrendo un nuovo titolo, quell’antitesi linguistica e logica che suona come La rivolta dei santi maledetti. Ma «la riapparizione del libro provocò proteste, incidenti, violenze. Anche la seconda edizione fu sequestrata». Scrive all’amico Bino Binazzi: «Mi reco al Fascio a protestare, e quei monopolizzatori diciottenni del patriottismo mi rispondono per bocca del loro segretario, l’ex colonnello effettivo Vallesi (si figuri che mentalità): “Non è niente, questo! Un giorno o l’altro toglieremo di mezzo anche lei”». Mussolini, sebbene già molto influente, deve ancora prendere il potere: le due edizioni vengono sequestrate dai governi Giolitti e Bonomi.

 

Dopo la marcia su Roma, Malaparte non resta con le mani in mano e, pur di vedere in libreria la sua opera, nel 1923 ne fa stampare una nuova edizione. Questa volta il testo subisce numerose modifiche, che però non ne cambiano la sostanza di scritto in cui si mettono in luce le responsabilità dei generali; né viene intaccata la colonna vertebrale del testo, ovvero l’idea che il tradimento della nazione non venne commesso dai fanti attraverso la resa. Essi non sono i veri responsabili perché le colpe ricadono non su chi, esausto, getta le armi in un momento di disperazione, ma gravano su quanti quella disperazione l’hanno creata e alimentata, stando comodamente seduti in poltrona dietro a una scrivania di mogano. Eppure, come dichiarato dallo stesso autore, gli interventi sono funzionali a far digerire il libro nel nuovo clima politico e sociale della penisola. Non solo, il testo viene corredato dal lungo Ritratto delle cose d’Italia, che vorrebbe accompagnare il lettore per evitare equivoci di disfattismo: non si tratta, è facile dirlo, di una trasformazione da opera antifascista a opera fascista per la semplice costatazione di inesistenza del fascismo durante la stesura di Viva Caporetto! (che la critica colloca tra dicembre 1918 e gennaio 1919, contemporaneamente all’elaborazione di una relazione ufficiale, su altro argomento, richiestagli dal generale Albricci). E comunque Mussolini, ancora ministro dell’Interno nel 1923, fa disporre il sequestro anche di questa nuova edizione.

 

 

Prima di raccontare un’altra feroce pagina della storia europea in Kaputt; prima, molto prima, che Napoli divenisse teatro dell’oscena violenza di La pelle, Malaparte consegna alla propria biografia un’opera in cui sente di esserci tutto, «dalla testa ai piedi. – scriveva due anni prima di morire – Esso già contiene in germe tutti i motivi fondamentali non soltanto della mia storia personale (e se di qualcosa sono orgoglioso è di essere rimasto sempre fedele a quel mio primo libro, e alle ragioni che mi hanno spinto a scriverlo), ma della storia del popolo italiano dal 1918 in qua. Poiché tutte le vicende della vita italiana negli ultimi quarant’anni nascono dalla dolorosa esperienza di quella guerra: e soprattutto dalla scoperta che v’erano, e vi sono, due Italia. L’Italia dei codini, dei bigotti, degli sbirri, dei ladri, degli Alti Comandi (e per Alti Comandi non intendo solo quelli militari), di tutti coloro che disprezzano il popolo italiano, lo sfruttano, l’opprimono, l’umiliano, l’ingannano, lo tradiscono, quella ignobile Italia che la mia generazione, e tutte le generazioni del Carso e del Piave, hanno rifiutato e rifiutano. E l’Italia della fanteria, l’Italia della povera gente, l’Italia generosa, leale, onesta, coraggiosa, nemica d’ogni prepotenza, d’ogni sopruso, d’ogni privilegio, nella quale abbiamo creduto e crediamo».

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