Deflorian/Tagliarini: elogio del termosifone

Forse non è pratico come la proverbiale coperta di Linus, ma un termosifone può essere altrettanto protettivo. Caldo, rassicurante, magari non semplice da portare in giro ma utile per sedertici su a chiacchierare con qualcuno, come fosse una panchina. È questa la filosofia – serissima ma non seriosa – che ci si porta a casa dopo aver visto Il cielo non è un fondale, del duo Daria Deflorian / Antonio Tagliarini, realizzato con la complicità attiva di Monica Demuru e Francesco Alberici. Detta così può suonare come una stramberia, o al massimo una citazione omaggio al teatro Dada (avanguardia che proprio quest’anno compie cento anni nell’indifferenza generale, almeno in Italia). In realtà non è così. Daria e Antonio (nomi di battesimo che sono ormai i nomi-maschera dei loro spettacoli) ci hanno abituato a delle drammaturgie che si compongono per stratificazione, seguendo frammenti di storie, ricordi, confessioni, che solo alla fine si ricompongono come un puzzle. E anche questa volta l’andamento del racconto è come la ricomposizione di uno specchio in frantumi, in cui il pubblico è invitato a guardarsi e riconoscersi.

 

Ph Piero Tauro. 

 

Tutto parte da un sogno. Il sogno di Antonio dove Daria è diventata una barbona che staziona, guarda caso, davanti al Teatro Argentina. Si tratta di una paura reale, che Daria Deflorian coltiva per davvero, un timore che passo dopo passo ci porta a confrontarci con l’idea che abbiamo degli ultimi, degli esclusi. L’attrice trentina, ma romana d’adozione, è un’appassionata lettrice di Byung-Chul Han (questo nello spettacolo non c’è, ma posso assicurarlo per testimonianza diretta). Il filosofo coreano, in un suo noto saggio, parla di “società della stanchezza”, un concetto così cristallino che non ha quasi bisogno di spiegazioni: la stanchezza è il contrappasso depressivo inevitabile per chi vive nell’iperattività e nell’accelerazione costante imposte dal nostro sistema produttivo. Un contrappasso che un artista, navigando nel mare incerto di una professione precaria per definizione, sente ancora di più. Perché la prospettiva, in una società dove saltano i legami di solidarietà, è quella della strada e della solitudine. Di entrare a far parte della schiera degli ultimi (condizione che oggi, fatalmente, si sovrappone a quella dei migranti).

 

È un’immagine potente, quella che ci propongono Deflorian e Tagliarini, perché ci mette davanti ad un rimosso. Al pari della morte, e di altri campi della vita che la nostra società iper-normativa non è in grado di “normare” e rendere “funzionale” a qualcosa, la zona grigia dei reietti è qualcosa che oramai sfugge totalmente dal campo visivo delle nostre società. È il buco nero, il maelstrom che ci potrebbe inghiottire ma che, fino ad allora, è meglio non ci riguardi. È il mondo rovesciato che sta al di là dello specchio, ma tanto più spaventoso e assai meno invitante di quello di Alice. Perché a guardaci dentro, a quello specchio, ci ritroviamo non solo le nostre meschinità – come ci ricorda Francesco Alberici, che racconta facendoci sorridere l’idiosincrasia che si attiva nel fare l’elemosina (“mica posso dare soldi a tutti”). Ma anche l’ingenuità dell’incontro con l’altro (ben tratteggiata da una disavventura di Antonio Tagliarini che decide di seguire uno sconosciuto).

Il rimosso prende corpo con un’immagine: quella, letteralmente evocata in scena dai quattro performer, dei derelitti dell’East End londinese che, a inizio Novecento, si radunavano nei parchi per dormire all’addiaccio. È una foto di Jack London, lo scrittore statunitense che presto sarebbe diventato una leggenda, autore di un libro reportage intitolato Il popolo dell’abisso (in questi giorni Radio 3, nel programma Ad alta voce, né propone una bella lettura radiofonica). L’abisso, ovviamente, è quello umano. Era il 1902 e le cose non sono cambiate di tantissimo. Andatevela a vedere, quella foto. Cercatela su internet. È un’immagine impressionante, scattata all’alba a Green Park con una luce rarefatta: sul prato si scorgono delle sagome scure, tanti uomini che giacciono accasciati su un lato, ognuno per conto suo, ognuno immerso nella propria miseria che è, tuttavia, la condizione di tutti. Cercando un po’ di riposo nella speranza che non venga interrotto dalla polizia. Giacciono a terra, “come se fossero caduti morti a causa di un’epidemia contagiosa” (il testo di questa scena, potentemente evocativo, lo ha curato Attilio Scarpellini che, da persona colta qual è, fa certo riferimento a un altro libro di London, La peste scarlatta, uno dei romanzi precursori del genere post-apocalittico, oggi assai di moda in quest’epoca senza plausibili idee di futuro, che dimostra la grande attualità dello sguardo di London).

 

Ph Piero Tauro.

 

Sbaglieremmo, però, se considerassimo Il cielo non è un fondale come uno spettacolo a sfondo sociale. È anche questo, ma non si esaurisce in questo. Perché si tratta, soprattutto, di uno spettacolo sul riconoscersi. E, senza pretese sociologiche, indaga con gli attrezzi della poesia una delle possibili radici “dell’infelicità urbana” – termine preso a prestito da Camus. 

Sembrano tutti temi enormi, pesanti come macigni. E invece lo spettacolo vola con leggerezza e strappa più di qualche risata. Su tutte la scena del supermercato, dove Monica Demuru – presenza magnetica e preziosissima manovratrice di corde emotive grazie alle canzoni che interpreta, che spaziano da Lucio Dalla a Giovanni Truppi – dà vita al personaggio di un’esilarante cassiera. E la “solitudine urbana” di Daria Delflorian, spersa tra le corsie del supermarket per cercare di comportarsi come le persone “normali”, magari per incontrare altre persone normali, si scioglie in una coreografia, in un disperato comico musical, danzato sulle note di Perché no? di Battisti (“e parlar di surgelati rincarati…”).

Ecco allora che persino i macigni si sciolgono nello spazio comico della nevrosi (che esiste! Woody Allen docet). Lo spazio degli “io obesi”, come li definisce Daria Deflorian, che con il loro divertente farneticare tra ricordi e digressioni sono ormai una cifra riconoscibile della compagnia.

 

Ph Piero Tauro. 

 

Non si tratta però, semplicemente, di un dispositivo autoironico. Il vero motore dello spettacolo è una delicatezza di scrittura che tende alla levità, e che è in grado di aprire porte sull’abisso senza trascinarci giù. 

Il cielo non è un fondale oscilla continuamente sul crinale di una messa in scena impossibile, che si accenna solo a tratti per poi ritrarsi immediatamente. In quello spazio, che resta vuoto, tra ciò che si potrebbe mettere in scena e ciò che effettivamente si concretizzata, c’è lo spazio per immaginare. Per riconoscerci anche noi, nei frammenti di racconti e di storie dello spettacolo.

È un’azione che la compagnia chiede esplicitamente al pubblico di compiere. “A un certo punto vi chiederemo di chiudere gli occhi. Potete farlo?”, dice Daria Deflorian all’inizio. È un incipit che sembra un inno al teatro, al suo potere di materializzare le cose in uno spazio che non è esattamente la scena, non è il corpo del performer e non è esattamente nemmeno la mente dello spettatore, ma un’osmosi di tutto questo. Se nell’incipit dell’Enrico V Shakespeare chiedeva di supplire con l’immaginazione quello che in scena non c’è – i vasti campi e gli immensi eserciti – nell’epoca del tutto già visto le immagini hanno bisogno di materializzarsi sottraendo spazio alla visione.

Una visione che però c’è, esiste, e ritorna con forza scrollandosi dai lacci della retorica, quando il fondale nero (che c’è, in scena, e non solo nel titolo) lascia spazio a una nuova immagine di “corpi” sparsi per lo spazio, stavolta bianchi: tanti termosifoni, caldi, accoglienti, che riempiono la scena e, contemporaneamente, il futuro di possibilità. 

 

Visto al Teatro India di Roma, dove è stato presentato nell’ambito di Romaeuropa Festival. In tournée in Europa. Prossime date italiane: Prato, il Fabbricone, 7-12 febbraio; Cagliari, teatro Massimo, 23-26 febbraio; Bologna, Arena del Sole, 3-7 maggio.

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