Della spudorata post‑verità della verità

C’è una credenza propalata di continuo in modo malandrino e quasi universalmente accolta senza il minimo vaglio critico. Anche da coloro che hanno moraleggiato di recente sulla questione della post‑verità e sull’apertura di una nuova fase della società globale segnata dall’avvento di tale (presunta) novità. È la diffusissima credenza non tanto che la verità esista (cosa della quale, come esseri umani, è sempre lecito dubitare), quanto che tale verità stia lì, unica, indiscutibile e sempre fresca. Quindi pronta a essere colta e diffusa, perché facile e a portata di mano.

 

La balla per eccellenza è proprio questa. Con logico candore, lo rivela il nome stesso, “post‑truth”, appunto, post‑verità, che è stato dato al fenomeno da chi solo adesso ha avuto occhi per osservarlo.

 

Basta che si ponga tale designazione controluce, per vederne la trama. Senza farne una questione politica e nemmeno ideologica, ma solo come prova dell’attitudine complessiva di una temperie, basta che si ricordi che la voce di un istituto umano che ebbe un ruolo da protagonista nella storia del Novecento si chiamò in modo parlante “Pravda”, cioè ‘(la) Verità”. Quindi come tale si definì. Era appunto la temperie e, a loro volta, a una simile voce risposero molte altre voci, forse meno impudenti quanto ai modi di designarsi, eventualmente opposte ma tutte con la pretesa d’essere voci della verità. Voci che hanno continuato nel loro tragitto fino alle forme odierne.

 

Se non si fosse avuta la faccia tosta di spacciare qualcosa come verità, se non si fossero assuefatti i clienti a tale credenza, con dosi sempre più massicce di verità acquisite, non sarebbe mai venuto il “post” (che vale esattamente ‘dopo’ e non ‘oltre’, come si sente pur dire) in cui si afferma che si sarebbe oggi entrati. Infatti, non avendola data per acquisita, della verità tutti si sarebbe ancora alla ricerca. E si sarebbe in tal modo divenuti consapevoli che la verità non è una cosa ma la relazione tra un dire e l’ipotesi di una realtà. E tanto come dire, quanto come ipotesi di una realtà, tale relazione ingloba sempre un punto di vista. Si sarebbe divenuti consapevoli di conseguenza che la verità è un faticoso processo di costruzione, con aspetti molteplici e sfaccettati. Un continuo procedere, fermarsi, tornare indietro, per interrogarsi su quale posizione prendere per costruire il dire e i dati relativi e pertinenti. Per interrogarsi su quale strada tra le molte sia la più promettente o forse solo la meno presuntuosa.

Fanno sorridere, per tale ragione, i commenti pelosi e interessati che alla questione della post‑verità vanno adesso dedicando non pochi tradizionali confezionatori professionisti di tale  epifania di una secolare post‑verità. Nuovi venditori prosperano oggi nel mercato in cui si vende la verità, cioè nel luogo materiale e morale in cui della verità si è fatto e si fa mercato. Accusano i vecchi venditori d'essere truffaldini e i vecchi ricambiano l'accusa. Palesemente, i nuovi sono dei contaballe e degli scalzacani. Per paradosso, sono più autentici, come falsi.

 

L'ormai molto usurato doppiopetto, il camice bianco piuttosto bisunto, la telecamera in spalla alla tuta mimetica coprono male l'ipocrisia dei vecchi, ammesso l'abbiano mai fatto. E appunto non c'è più monopolio nell'uso dell'avverbio "oggettivamente" o di espressioni equivalenti: "lo dicono i fatti", "lo dimostrano i numeri", "il dato è inequivocabile", "serve per...", "bisogna senza ombra di dubbio...", "misure inderogabili" e così via.

 

Della spudorata post‑verità della verità, questa panoplia lessico‑sintattica fu un dì spia e consacrazione, al tempo stesso. Continua a esserlo ancora adesso, solo che è abusivamente impugnata e maneggiata dal primo che passa, con scandalo di chi ne deteneva l'uso né si peritava di farne (autorizzato) abuso.

D'altra parte, con la scusa che bisognasse modernizzarsi, fu distrutto qualche secolo fa l'arcaico bisogno di verità, che non si vuole certo dire fosse commendevole ma, fuori di certi àmbiti, era almeno contenuto. Si sarebbe potuto dichiarare sospesa la pratica e i nuovi chierici, con l’esempio prima che con i precetti, avrebbero potuto invitare il mondo a tenerla come tale, con vigile attitudine critica. Di bisogno di verità, ne fu invece e semplicemente creato uno nuovo. Tanto immane, quanto vano. E lo si diffuse come un morbo in ogni contrada dell’esperienza umana, con il risultato che il mondo, assuefatto al commercio e al consumo di verità, pur di averne, si getta sopra verità quasi sempre oltremodo vane.

Se non fosse stato creato tale bisogno e se alla creazione non avessero provveduto l'inganno da un lato, la dabbenaggine, dall'altro, chi si darebbe oggi pena di disporre sul tappeto le proprie mercanzie da quattro soldi nella piazza della sedicente (in)formazione?

 

La post‑verità non è altro che la verità, se non tutta la verità, gran parte della verità del Moderno che, maturando nelle serre e protetta dal freddo vento della critica, è giunta al suo stato di putrefazione. Non da oggi, però. Da gran tempo, anche se da oggi i tartufi, non essendo più i soli a produrla e a venderla, fanno sembiante di accorgersene e ne menano scandalo.

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