Desiderio di migrare

Gli esseri umani si muovono da sempre, da prima che esistessero come tali; più precisamente, sono nati da molteplici migrazioni. Il fenomeno noto come Out of Africa, iniziato circa 2,5 milioni di anni fa e che si è ripetuto a ondate, ha visto la disseminazione dall’Africa di diverse specie del genere Homo. Tra di esse Homo sapiens, la specie più invasiva e competente, la più capace di espandersi e migrare rispetto alle altre, quella che, infatti, ha avuto la meglio e ha assistito all’estinzione progressiva delle altre specie, compresa Homo nearderthaliensis. Homo sapiens ha visto allungarsi progressivamente i tempi di crescita dell’individuo, fattore che ha influito sulle capacità di apprendimento, sull’organizzazione sociale, sull’acquisizione delle capacità simboliche e del linguaggio.

 

Dall’Africa, e precisamente dall’Eritrea, Homo Sapiens, attraverso il Corno d’Africa, si è espansa verso est, il Caucaso e l’Europa (ultima ondata di Out of Africa). Per farlo ha dovuto attraversare il deserto del Sahara, lo stesso che attraversano molti migranti oggi. Tutti gli abitanti dell’Europa, dunque, nonché del resto del mondo, hanno origini africane (sud-sahariane) che risalgono a circa 75/60.000 anni fa. Non molti. Per quanto riguarda questi primi movimenti umani non si può parlare a rigore di migrazioni se riserviamo a questo termine un senso di intenzionalità. Essi sono stati dettati da ragioni complesse, essenzialmente di carattere evolutivo. Tuttavia, il confine è sottile e già possono chiamarsi erranti i primi cacciatori, per non parlare di chi si avventurava per mare.

 

L’avvento dell’agricoltura e dell’allevamento (nel Neolitico) e dunque dello stile di vita sedentario, ha introdotto un cambiamento dirompente, e le popolazioni erranti di cacciatori-raccoglitori, intorno al 1500 d.C., erano già ridotte all’ uno per cento del totale. (per questi temi v.: Calzolaio, Pievani, Libertà di migrare, Einaudi; Chelazzi, Inquietudine migratoria, Carocci). Potenza della stanzialità. Che, d’altronde, ha favorito la crescita numerica delle popolazioni svolgendo una funzione essenziale nell’evoluzione. Intorno alle comunità agricole, prevalenti, la migrazione è diventata sempre più un dato legato anche alla cultura, una forma di scelta.

 

Illustrazione di Francesca Sanna.


Nel corso della storia Homo sapiens ha acquisito una via via maggiore capacità di adattamento e di autodeterminazione per le quali il viaggio è diventato volontario e organizzato. Veniva introdotto, insomma, quell’elemento strutturale che in termini psicoanalitici si chiama desiderio. Ormai si parte non solo perché si è costretti (pressione migratoria) ma per conoscere, per esplorare, per conquistare (e spesso distruggere) nuovi mondi, per addomesticare territori sconosciuti, altri esseri umani, animali, vegetazione. Si parte perché si vuole partire, semplicemente, per tornare oppure no. Ben presto i movimenti umani hanno dovuto fare i conti con i confini: territoriali, legati a nicchie ecologiche, ad ambienti sociali. Poi, molto più tardi, con i confini legati agli Stati nazionali che i movimenti li regolano e li codificano. Da sempre i migranti-erranti mettono in questione, sfidandoli, questi confini. Anche gli esseri umani che da qualche decennio tentiamo di imbrigliare in categorie (senza successo) come rifugiati, profughi o semplicemente clandestini, lo fanno.

 

Essi, in numero costantemente crescente sbarcano sulle coste del Mediterraneo o arrivano in qualsiasi modo in Europa e negli stati limitrofi, spesso perdendo la vita durante il cammino ancora prima di raggiungere il luogo dove verranno prelevati dal trafficante di esseri umani di turno (a questo proposito v.: “Nuovi desaparecidos. Verità e giustizia per i nuovi desaparecidos nel Mediterraneo”). Certo costretti dalla catastrofe della guerra (soprattutto Siriani e Somali) o da condizioni sociali (soprattutto Palestinesi e Eritrei) e climatiche insostenibili (Eritrei, Somali, Malesi, Nigeriani e molti altri), ma anche animati da una forza talmente potente che non può che attingere al desiderio.

 

Desiderio di sopravvivere, di non arrendersi e, perché no?, anche di cercare un’esistenza migliore, e che fa sì che chi ne è portatore sia disposto a rischiare la vita (non importa se essa è già in pericolo, è comunque vita) pur di perseguirlo. Tale è la natura del desiderio, per come lo pensano gli psicoanalisti: un’istanza potente che determina il soggetto e che non prevede niente di beato o di armonico ma che rende la vita degna di essere vissuta e probabilmente permette di non ammalarsi. Essa, una volta emersa, sovverte l’ordine delle cose e non si cura della ragionevolezza e del buon senso. Viaggia con l’angoscia che deve superare per raggiungere i propri scopi eversivi, e che talvolta ha la meglio. Per questo gli esseri umani hanno con il desiderio un rapporto ambiguo: se non c’è sono privi di vitalità, avvizziti, se c’è tentano di addomesticarlo per non correre rischi.

 

Il movimento dei così detti migranti è fuga dalla catastrofe, certo, ma anche desiderio di opporsi, di andare, di cercare altro, spesso contro ogni evidenza, contro quel buon senso che assopisce il desiderio. Fuori dalla retorica (nella migliore delle ipotesi) perbenista, chi parte è (anche) un soggetto attivo. Il “migrante” esce così dal confine rassicurante di vittima degna di soccorso caritatevole per farsi soggetto del desiderio, individuo determinato dal proprio desiderio non addomesticato, verosimilmente proprio a causa delle condizioni estreme in cui nasce e si alimenta. Per questo egli è capace di suscitare ben altro rispetto alle reazioni paternalistiche che si degnano di fare concessioni e tracciano allo stesso tempo confini ben precisi, oppure reazioni di aperta avversione e di odio xenofobo. Egli fa paura, una paura profonda, inconscia, ben mimetizzata dalle altre reazioni. Non solo si muove sfidando le norme e i confini ma ci ricorda, perché la incarna nel reale, quell’istanza sonnolenta che spesso in occidente solo una cura psicoanalitica riesce a svegliare e che egli persegue a costo della vita. Ci mette in questione, ci ricorda il coraggio necessario ad assecondare la potenza del desiderio, che abitualmente si trova a fatica o non si trova affatto. Forse alla lunga, se abbasseremo i bastioni delle difese, questo elemento oscuro, rigettato, e il modo estremo, traumatico, in cui ci viene presentato, riusciranno ad attraversare le nostre coscienze per infondere nuova linfa, funzionando come elemento ibrido di evoluzione, al limite tra natura e cultura. 

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