Distopico e sentimentale: Houellebecq in scena

“Questo spettacolo è innanzitutto la storia di un uomo, di un uomo che passò la maggior parte della propria vita in Europa occidentale nella seconda metà del Ventesimo secolo. Perlopiù solo, egli intrattenne tuttavia saltuari rapporti con altri uomini. Visse in un’epoca infelice e travagliata”. A pronunciare queste parole in apertura delle Particelle elementari (Si vous pouviez lecher mon coeur) che Julien Gosselin ha tratto dal romanzo di Michel Houellebecq è Denis Eyrley,  un attore biondiccio lievemente incurvato che indossa un eskimo sopra una camicia jeans, e, in dispregio a tutte le regole, morali e amministrative, fuma tenendo la sigaretta tra il medio e l’anulare, ed è proprio questa gestualità da tabagista, goffa e indisponente, a sigillare con una smorfia il ritratto dello scrittore francese che sul proprio corpo porta sfrontatamente i segni della miseria umana raccontata nei suoi libri.

 

Ma, anche se è già accaduto – nella Carta e il territorio – che Michel Houellebecq facesse di sé stesso un personaggio, non c’è il tempo di chiedersi il perché di questa ulteriore mise en abime del giovane regista di Lille, dove, come spesso accade a teatro, è la dissomiglianza a esaltare la somiglianza: il pubblico del Teatro Vascello di Roma che poco sa e niente è tenuto a sapere di Houellebecq e delle sue Particelle elementari, viene immediatamente investito da un diluvio di parole, di suoni, di immagini che si rivelerà ben presto ininterrotto, una sorta di ipertesto scenico destinato a incarnare il racconto con tutte le presenze possibili, dalla musica dal vivo allo sdoppiamento degli attori in video e alla grafica proiettata, dai bruschi cambi di luce in cui le immagini cadono a picco a una recitazione cangiante che al registro aspro dell’invettiva alterna il filtro sommesso dell’elegia, ma senza quel ronzio cantilenante da messa latina che è la croce e la delizia del “tono” francese incatenato nell’alessandrino. 

 

Julien Gosselin - Les particules elementaires.


Niente di tutta la panoplia dello spettacolo dal vivo ci viene risparmiato, neanche il fumo profumato alla saponetta dei concerti rock che avanza come una nube tossica verso lo spettatore, ma il teatro di Gosselin, a onta dei suoi stessi miti, è veramente totale e, nel giro di pochi minuti, lo spettatore si ritrova a slittare tra i piani temporali del romanzo di Houellebecq come un surfista sulla cresta dell’onda, avvinto a un ritmo che in quattro ore di spettacolo non conosce un solo calo di tensione. Forse non sa bene se quello che ha di fronte sia un’invettiva filosofica contro una velocità di liberazione del desiderio che finisce per consumare anche l’amore o l’imbarazzante confessione di una miseria sessuale di tutti e di nessuno, se le Particelle elementari parlino la lingua distopica del Mondo nuovo di Huxley o siano veramente la celebrazione scientifica di un futuro transumanistico, l’avvento di un uomo tanto nuovo quanto imponderabile nel suo distacco dalla sessualità, dalla riproduzione, dalla morte. Ma si sorprende a ridere di gusto di una farsesca lezione di yoga impartita in un club vacanze della Francia del sud fondato da ex sessantottini dove la meditazione new age si unisce a uno scaltro scambismo. Oppure digrigna i denti davanti a un Tribute to Charles Manson, involontariamente attuale, dove la performance rock è scandita e sovrascritta da una feroce requisitoria contro un individualismo dionisiaco che si riversa senza soluzione di continuità dall’azionismo viennese alla cultura hippie prima di essere glorificato dalle cerimonie omicide degli snuff movies. Un accostamento che nella forma del concerto live è, se possibile, ancora più urticante che nelle pagine del romanzo, perché le iscrive nella contemporaneità con una disinvoltura tutto sommato ignota ai protagonisti generazionali delle Particelle, smuovendo le ceneri fredde di un ardore trasgressivo che non esiste più o è materia di intrattenimento di qualunque dj set. 

 

Julien Gosselin - Les particules elementaires


Per un verso, le Particelle elementari di Gosselin ricalcano quelle di Houellebecq, sono la stenografia implacabile sub specie theatri della decadenza dell’uomo occidentale (maschio e bianco) spaventato dall’invecchiamento e dalla morte che, nella vicenda dei due fratelli, lo scienziato ammalato di angelismo Michel e il letterato sessuomane Bruno, distilla in lacrime avvelenate la vacuità morale di un’epoca. Ma non è tanto il fallimento esistenziale delle generazioni degli anni 60 e 70 a interessare il regista del Théatre du Nord che mette in scena attori e attrici giovani vestiti con uno stile più o meno glamour, più o meno sexy, ormai  privo di un tempo (poiché tutto nel nostro tempo è, in effetti, privo di un tempo). Quel che gli preme di più è dimostrare che l’autore di Piattaforma e della Possibilità di un’isola è anzitutto uno scrittore sentimentale e che le Particelle elementari, troppo a lungo scambiato per un trattato di sociologia truccato da romanzo, è una commedia malinconica dove lo struggimento è persino più devastante dell’ironia. Vero per chi ha veramente letto Houellebecq, contendendolo a tutta l’idiosincrasia che lo affligge e lo circonda, e che lui stesso, idiosincratico come tutti i personaggi, ha contribuito a creare. Ancor più vero, sulla cartina di tornasole della scena di Gosselin, dove lo spettacolo avanza a perdifiato, corale, quasi circense in quel ring che contiene tutto (uomini e cose) e in cui tutti si scambiano di posto, rubandosi la battuta o il microfono, proseguendo uno la storia dell’altro, ma dove quel che questo avanzare si lascia indietro è forse più decisivo. 

 

Nella luce, frontali, gli attori portano avanti il racconto, mentre in controluce i rarefatti incontri tra corpi si intrecciano ai dialoghi e alle confessioni di un’intimità ferita, come quella di Christiane, l’amante di Bruno interpretata sulla scena da Noémie Gantier, di gran lunga il più delicato, il più sfumato e anche  il più sereno tra i  personaggi delle Particelle: coperta da una camicia leggera, i capelli corti, le gambe nude e slanciate, è in lei che la disperazione erotica di Bruno (e di Houellebecq), sempre minacciata dal fantasma della separazione, riesce a vivere la propria agonia anche sotto forma di grazia. È la presenza di Christiane a rendere più credibile e meno scientificamente apocalittica, meno volgarmente utopica, la scritta che a un certo punto pulsa sulla parete di fondo della scena: il futuro è femmina, sintesi del pensiero più puro e drammatico di Houellebecq, grondante cronista del naufragio patriarcale.  

 

Julien Gosselin - Les particules elementaires, ph Simon Gosselin.


Julien Gosselin aveva ventiquattro anni quando realizzò questo spettacolo, oggi che ne ha ventinove si appresta ad affrontare Don DeLillo dopo aver messo in scena il 2666 di Roberto Bolaño, un altro romanzo mondo. Ma c’è da chiedersi se questi ambiziosi exploit sarebbero mai stati possibili, o non sarebbero stati penosamente rallentati, senza l’appoggio decisivo di Stanislas Nordey al festival d’Avignone e di tutto un sistema che cura in maniera quasi maniacale i suoi giovani talenti (e se qualcuno vuole leggere in questa affermazione una critica ai Saturni del nostro sistema teatrale che i figli preferiscono mangiarseli o sottoporli a esami infiniti che ritardano sine die una maturità presunta che i padri non hanno mai posseduto, beh, ha visto giusto: direttori dei teatri nazionali leggete qua). Nella grande impresa delle Particelle, comunque, è sempre il contrappunto della mortalità (e dell’attore, a dispetto della sua vituperata crucialità da cui, sostiene il regista francese nell’intervista con Chiara Pirri pubblicata sul programma di sala di Romaeuropa Festival, Romeo Castellucci avrebbe liberato il teatro) a illuminare il precipizio distopico che detta il ritmo dello spettacolo: il progressivo dileguarsi di Michel, profeta della clonazione umana incapace di vivere tra gli uomini, irresistibilmente attratto dalla quiete unanimistica del mare, da cui tutto ha preso inizio, le iperboli sessuate di Bruno, puntualmente accompagnate dai tonfi comici e vergognosi del fallimento, e finalmente destinate a placarsi nella follia farmacologicamente controllata che accoglie tra le sue braccia ogni vitalità in eccesso. Più romantici di così, si muore. 

 

Julien Gosselin - Les particules elementaires, ph Simon Gosselin.


Quando, nell’epilogo dello spettacolo, la fine torna nell’inizio e gli attori e le attrici si dispongono su un praticabile per quell’addio all’uomo che chiude il romanzo, indossano capi di biancheria intima bianchi e sembrano già le blande, distaccate creature angeliche che nella Possibilità di un’isola compiono la profezia delle Particelle elementari. Nel testo non cambia che una parola: “libro è stata sostituito con “spettacolo”. Ma il pubblico ha l’euforica, beffarda e commovente sensazione che quella dedica sia rivolta a lui, agli uomini che restano, ultimi rappresentanti di “questa specie tormentata, contradditoria, individualista e rissosa, di un egoismo sconfinato, talvolta capace di inaudite esplosioni di violenza, ma che tuttavia non cessò mai di credere nella bontà e nell’amore. Questa specie che altresì, per la prima volta nella storia del mondo, seppe considerare la possibilità del proprio superamento…”. Sulla parola uomo cade la luce ed esplode un applauso scrosciante, pieno di ammirazione e di gratitudine. Perché è nella luce bianca del futuro, in quel bianco che diceva Kandinskij viene prima del mondo, che forse ci attende il grande cambiamento. Ma è nell’ombra del presente che batte il cuore del teatro. 

 

Les particules élementaires di Michel Houellebecq, adattamento e messa in scena di Julien Gosselin, con Joseh Druet, Denis Erley, Antoine Ferron, Noémie Gantier, Carine Goron, Alexandre Lecroc-Lecerf, Caroline Mounier, Victoria Quesnel, Geraldine Roguez, Maxence Vandervelde.

Visto al Teatro Vascello di Roma per Romaeuropa Festival.

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