Dal diario di un disoccupato

15 dicembre 2010

 

Oggi visita dei miei. Un’ora e quaranta di puro nulla. Chiacchiere sul maltempo per evitare altri argomenti. Sei dimagrito. Berlusconi. Con Lietta come va? Ogni tanto mio padre ride scoprendo il vuoto osceno di un molare. Poi annunciano di dover andare via. “Ah giacché ci siamo…” si volta mia madre sulla soglia, come se un’idea improvvisa l’avesse tirata per la giacca e non fosse invece quello il motivo della visita. “To’, tieni”. Mi mette in mano un assegno. “È in bianco. Se hai qualche problema scrivici su la cifra che ti occorre”. Mentre intasco il pezzo di carta – qualche secondo di imbarazzato silenzio – intercetto mio padre con la coda dell’occhio. Un intrico di rughe in faccia. Mani dietro le spalle. Di tanto in tanto sorride con la sua bocca bacata. Non faccio in tempo a ringraziarli che lei, furtiva come un pusher, mi ha già rifilato un paio di banconote arrotolate. “Tieni anche questi. Se ti servisse del contante”. Tossisco. Mio padre si gratta la nuca con l’indice. Stacca una squama di pelle bruciata dalla psoriasi. Le sue pupille convergono sulla scaglia infilzata sulla punta dell’unghia e solo quando la soffia via tornano ad allinearsi. Il mio apparato di autostima ha vacillato un po’ ma ha retto anche stavolta. Grazie alla carta. Assegni e banconote che non sembrano soldi. Le monete, invece. Le monete hanno un peso e un suono e quell’aria lì, ripugnante, da elemosina.

 

10 gennaio 2011

 

Gio’ mi chiede che cos’ho, se ho litigato con Lietta. Gli rispondo che sì, un’altra volta, ore e ore a strillare non ricordo neanche più perché. “Ti capisco” fa lui. “È perché siamo disoccupati. Certo, l’aspetto economico è importante. A nessuno piace esser sempre in bolletta, o che l’acquisto di un caffè o di un paio di scarpe in saldo vada pianificato con la ponderatezza di una ristrutturazione domestica. Ma il peggio di essere così a lungo senza lavoro, credi a me, non sono i soldi ma è che finisci con l’impiegare il tuo tempo a diventare qualcosa di peggiore. Dico: guardati intorno! Gente instabile, umorale, a pezzi. Ai limiti della schizofrenia. Ormai ci si adira o esalta per un nonnulla. E anzi i cambi d’umore sono così brutali che alla fine il cambiamento non riguarda neanche più l’umore ma il carattere. Il ragazzo buono si incarognisce. Il disinteressato scopre la necessità di usare le persone. Finché una mattina ti svegli, e non sei più tu. Mentre fai colazione e maledici la tua ragazza e i tuoi e gli amici e il mondo intero ti sembra quasi di sentire il lento, snervante cigolio di interi pezzi di dna che si spostano”.

 

20 marzo 2011

 

Passato l’intero weekend a giocare col videogamino di Block’d, una specie di figlio bastardo del Tetris, tra mucchi di libri che implorano di esser letti e altre incombenze da sbrigare. Giorni persi a far niente. Puro tempo dilapidato. Mi chiedo cos’è che impone ai desideri questo gioco al ribasso. Che mi fa sostituire i progetti a lungo termine con la pianificazione di un evento più a portata di mano come il superamento dell’ultimo record di mattoncini rossi e gialli impilati. È l’assoluta impossibilità oggi, in Italia, di formulare un qualsiasi programma che vada oltre la settimana (un matrimonio, un viaggio all’estero, l’arredo di una casa) ? Perché il bello è che potrei rimboccarmi le maniche. Dedicare tutto questo tempo a faccende più importanti. Ma il mio inconscio deve aver capito che c’è qualcosa che dà più alla testa che realizzarsi e aver successo nella vita ed è – lo sanno bene i tossici e i suicidi – il piacere di buttarsi via.

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