Due pezzi sull’orrore e l’ignoranza

Non esistono porti franchi, ormai, alla polemica del pregiudizio, della paura, della mistificazione: del razzismo. Così come non esistono luoghi che possono esimersi dal prendere posizione contro l’odio, la discriminazione, la disumanità. Nel teatro, d’autunno, d’inverno, di primavera, d’estate, sempre di più abbiamo visto apparire coperte termiche, abbiamo sentito raccontare storie di migrazione, abbiamo ascoltato la lamentazione dei morti innocenti in mare. Due spettacoli di questa estate ci portano a tornare a meditare, a raccontare.

 

Thioro, ph. Vincenzo Renda.


Thioro: quando la Savana profuma di paradiso

 

Thioro del Teatro delle Albe è un bel gioco scenico, un divertimento per grandi e piccoli che conquista, una storia che scava la memoria e conquista per la capacità di coinvolgimento. Prodotto con Accademia Perduta e con il Ker Théâtre Mandiaye Ndiaye di Dioll Kadd, è uno scatenato Cappuccetto Rosso trasferito nelle savane africane, con il lupo sostituito dalla maligna, furbissima e famelica iena Buky. È uno spettacolo cantato, danzato, raccontato, recitato, scatenato, che coinvolge i bambini, chiamandoli in causa e trasformando ognuno di loro nella protagonista Thioro, la bambina che si allontana dalla strada sicura mentre va a trovare la nonna e finisce male. Spaventa i suoi giovani spettatori (per gioco naturalmente, ma il gioco quando vuole si fa serio) quando la iena, attirata dal sangue di una ferita della bambina, entra in campo e mette in atto il suo disegno di precederla a casa della nonna, nei grandi spazi dell’Africa Occidentale, e mangiarla. I due attori senegalesi, Fallou Diop e Adama Gueye, sono bravissimi a trasformarsi nei diversi personaggi, a trasportare in territori incantati con melopee che sanno di spazi lontani, a trascinare in danze in cui il corpo si torce, si slancia, si libera, per diventare la stessa notte della savana e i suoi abitanti. Con loro Simone Marzocchi recita e suona la tromba, sempre con ironia, condendo la storia di ulteriori sapori romagnoli. 

 

Questo spettacolo – visto a “Colpi di scena”, la rassegna di teatro ragazzi organizzata in Romagna da Accademia Perduta, poi all’ex Paolo Pini di Milano per “Da vicino nessuno è normale”, organizzata da Olinda, quindi all’arena delle balle di fieno di Cotignola e poi in tournée – è il frutto ultimo del teatro afro-romagnolo delle Albe. La compagnia ravennate iniziò alla fine degli anni ’80 dichiarando, sulla base scientifica fornita dal geologo Ricci-Lucchi, che la Romagna era africana, un pezzo di continente nero staccatosi in epoche lontanissime e approdato verso la valle del Po. Per questo i venditori ambulanti neri non erano altro che antenati che tornavano su una terra materna, resa insensibile dal benessere e dall’egoismo, incapace di riconoscerli e accoglierli. Le provocatorie, sarcastiche tesi di Marco Martinelli e compagni, sollevavano già trent’anni fa la questione del nostro rapporto con gli ultimi della terra, con la nostra posizione di cuori induriti dal primato dell’economia, producendo spettacoli indimenticabili, che affondavano il bisturi in nuovi e vecchi razzismi e discriminazioni.

 

In Ruh. Romagna più Africa uguale, Siamo asini o pedanti, Lunga vita all’albero, I ventidue infortuni di Mor Arlecchino e altri lavori vedemmo mescolarsi Albe bianche e Albe nere, Pantaloni romagnoli e Arlecchini senegalesi, riportando venditori ambulanti a ritrovare la loro formazione di griots, di narratori tradizionali, di danzatori e musicisti, in un’esplorazione di lingue diverse che chiedevano di ascoltarsi per far fronte allo smarrimento del mondo. Vedemmo nascere la delizia di Nessuno può coprire l’ombra, storie della savana della iena Buky e della lepre Leuk, che girò l’Italia da nord a sud, entusiasmando ragazzi e amanti del teatro contemporaneo. Vari furono i viaggi in Africa, che portarono alla fondazione del teatro di Dioll Kadd in Senegal, ricordato anche da Gianni Celati in alcuni suoi libri. In particolare Mandiaye Ndiaye, attore di numerosi spettacoli della compagnia, fu l’anima di questi progetti. Scomparso prematuramente, la sua eredità è stata raccolta dal figlio Moussa, che cura la produzione di Thioro, mentre uno degli elementi della seconda generazione Albe, Alessandro Argnani, ne firma la regia.

 

Thioro.


Cosa c’entra l’orrore con questo spettacolo delizioso? Le recite milanesi sono state commentate in due articoli, di “Libero” e del “Secolo d’Italia” (leggeteli qui), scandalizzati per la trasposizione africana di una favola, secondo loro, del Nord Europa. Scrive Gianluca Veneziani su “Libero” (l’altro articolo sostanzialmente riprende questo): “In un solo colpo la bimba protagonista ha acquisito un nuovo nome, cambiato sesso e nazionalità, e modificato l'età, visto che viene interpretata da due attori adulti, cioè Adama Gueye e Fallou Diop. Ma a essere rivoluzionato è anche il paesaggio in cui si muove: non più un bosco ma un'africanissima savana; e se al posto del lupo figura una iena tipica del Continente Nero, anche il linguaggio della protagonista è ben lontano da quello originario dei fratelli Grimm”. E continua, speciosamente: “Il vero cambiamento è però nel messaggio della fiaba perché ‘Cappuccetto Rosso’ divenuta ‘Cappuccetto Nero’ non è più un racconto di formazione sui pericoli di inoltrarsi in territori sconosciuti o una metafora della maturazione sessuale di un' adolescente (il lupo come maschio predatore da cui guardarsi), ma diventa un inno alle migrazioni (i protagonisti devono attraversare tutta la savana per raggiungere la loro realizzazione, simboleggiata dalla casa della nonna) e un invito all' integrazione del diverso”. E conclude: “La morale della fiaba (trasformata) è che i racconti nord-europei con bimbe dai capelli biondi e la pelle chiara rischiano di essere discriminatori, e quindi vanno riadattati, mescolati con la tradizione africana. Non solo dobbiamo accogliere e accettare i riti, i miti, i costumi delle altrui culture, ma dobbiamo modificare anche i nostri, adeguarli al nuovo venuto, vergognarci della nostra tradizione letteraria e per larghi tratti rinnegarla, in modo da non offendere i migranti”.

 

Dove stia la malafede è evidente. La favola non vuole sostituire un modello a un altro. Si trasforma, come sempre hanno fatto le favole (di Cappuccetto Rosso troviamo varie versioni, anche in altri contesti geografici), storie di viaggi e di avventure, cioè di cose impreviste, che accadono mutando le certezze. Nello spettacolo non ci sono accenni alle migrazioni: si mette solo in scena, festosamente, la capacità delle storie di modificarsi e modificare la realtà, di affrontare il tempo, la paura, il pericolo. Leggere in questo momento glorioso di incontro tra attori bravissimi, mobilissimi, e un pubblico entusiasta un tentativo di ascolto del diverso è assolutamente corretto: il teatro è quello, esplorazione di altri tempi altri spazi altri ruoli per allargare la nostra comprensione e la nostra vita, per vincere la paura. I greci parlavano di catarsi attraverso le esperienze estreme dell’orrore e della pietà. Noi oggi abbiamo bisogno di una catarsi dai pregiudizi, dalle posizioni di paura e di disumanità. Abbiamo bisogno di viaggiare nei boschi o nelle savane dell’immaginazione, libere dall’odio e dal timore del diverso, che ci fanno chiudere nelle insopportabili “case nostre”, per sentirci miserabilmente padroni di un fortino inespugnabile, e ci fanno chiudere gli occhi davanti al dolore o alla bellezza dell’altro. 

 

Thioro.


Alla fine dello spettacolo, nel grande scatenato ballo finale di un’opera che ci ha portato nella vastità, tra alberi e animali, rumori e silenzi, pericoli e scoperte, tra scimmie, serpenti, galline e spiriti, tra profumi che “odorano di paradiso”, rimane incisa una frase ascoltata all’inizio: “Quando muore un anziano è come se bruciasse una biblioteca”. La nostra cultura dell’odio e della paura, instillata oggi da figure più bestiali di iene, lupi e altre fiere feroci, corre il rischio di bruciare storie, vecchie gentilezze, intere biblioteche di memoria e esperienza, delle quali qualcuno, sciaguratamente, dichiara senza vergogna di non sapere che farsene.

 

Antigone, ph. Franco Guardascione.


Antigone o dei morti in mare

 

Non racconterò nei dettagli l’Antigone, da Sofocle, di Archivio Zeta. Più volte ho descritto il loro teatro tra i monti, in quel luogo unico che è il Cimitero militare germanico della Futa, dove riposano gli invasori, più di 30.000 militi tedeschi spesso dell’ultima leva, le classi dal 1920 al 1925, morte nel 1944-45 a 20 anni o poco più. Luogo della pace dopo la hybris, luogo carico di una memoria che riguarda anche una rimozione: la pacificazione dopo la guerra, e la costituzione dei cimiteri di guerra tedeschi, furono possibili anche in virtù del ruolo di diga che la Repubblica Federale Tedesca assumeva contro il blocco sovietico, e fu questo il motivo, per esempio, dell’occultamento per anni della documentazione della strage di Monte Sole.

Archivio Zeta ha realizzato vari classici antichi (e non solo), in quel luogo, uno all’anno da 15 anni (qui potete leggere le recensioni di Orestea e Macbeth). Quest’anno ad Antigone la compagnia ha dedicato un progetto particolarmente ampio, Antigone nella città, con un’anticipazione delle repliche alla Futa in luglio e con incontri, dialoghi, memorie a Bologna in vari lunedì di luglio presso la Biblioteca delle donne. Il tema è quello dell’obbedienza, anzi, secondo una frase di Hannah Arendt, il fatto che “nessuno ha il diritto di obbedire”.

 

Antigone, ph. Franco Guardascione.


Lo spettacolo, come sempre, si snoda tra teorie di tombe di militi ignoti o nominati, tra campi, prati, nuvole e odori di erbe di montagna, nutrito dal respiro del vento degli Appennini. Sale verso il sacrario, sormontato da scultura simile a vela di pietra o ad ala piegata nello spiccare il volo. Si distende in vari spazi verso l’alto, per ritornare a concludersi in basso, nella notte e nebbia (così il sottotitolo, una citazione wagneriana), perdita di innocenza e di individualità nell’inumano massacro. La fedeltà al testo di Sofocle delle prime stazioni di quest’opera itinerante diverge nella parte finale, dopo che Antigone è entrata, senza più nome, nella tomba destinatale da Creonte per aver disubbidito alla legge del sovrano (quando si chiude la porta della pietra dove l’eroina è sepolta viva, un velo bianco e rosso volteggia libero a lungo a lungo nel vento…).

Qui non c’è dialettica tragica dell’originale, non c’è la micidiale contrapposizione tra due forze, la fedeltà agli affetti e al ghenos contro l’impersonalità della legge, la pietà contro la ragion di stato, un conflitto che trasuda sangue in assenza di spirito di ascolto, di conciliazione. Qui siamo tutti dalla parte di Antigone, che diventa l’emblema dei morti senza nome nel Mare Mediterraneo, evocati da versi efficacissimi della giovane poetessa Angela Tognolini, che nel finale si sovrappongono al testo di Sofocle 

 

Antigone, ph. Franco Guardascione.


Lo spettacolo brucia qualche nesso drammaturgico, con l’apparizione di un Tiresia hippie, voce della follia vicina a una ragione profonda della terra, cantante, quasi una controfigura con chitarra di Shel Shapiro dei Rokes. Oppure con un Creonte disperato per la sua tragica solitudine, senza che siano morti il figlio Emone e la moglie Euridice, tagliati per fare spazio alla nuova parte. Non importa: la testimonianza dell’orrore di quei morti senza nome rappresentati da veli neri allineati come altre tombe senza corpo è la parte forte di questo viaggio. Un’altra coscienza emerge, durante lo spettacolo e alla fine di esso. Certo, la storia, la trama, è importante, ma ancora di più lo è quel camminare insieme, tra il verde e le tombe, tra gli alberi e i monti, come in una processione, in un moderno laico funerale: creare, con i piedi e con l’ascolto, un corpo unico, un respiro, che sostituisca le nostre solite solitudini. Creare comunità, temporanea, solidale, stringerci in quel luogo di dolore contro l’orrore, il dolore, il massacro degli inermi, la riduzione a numeri senza volto di persone, nella guerra, sui mari della disfatta della nostra umanità. Rendersi luogo, per accogliere, oltre il furore del mondo, il bisogno di sepoltura, di ascolto, di cambiamento. Teatro della compassione, del patire con, dello stare, sentire con qualcuno, più che teatro politico, vero teatro necessario per la nostra disastrata polis.

 

Thioro si può vedere dall’autunno in tournée.

Antigone va in scena alle 18 al Cimitero militare germanico del Passo della Futa fino al 19 agosto, con una replica all’alba, alle 5.30, il 15. Prenotazioni 334/9553640.

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