Elogio dell’Occidente

Franco La Cecla ama provocare e spesso lo fa in modo intelligente e originale. Lo aveva già fatto in Contro l’architettura, lui, architetto di formazione, scagliandosi contro le cosiddette “archistar”. Questa volta il percorso controcorrente lo ha portato a criticare le critiche che spesso vengono mosse, proprio dagli occidentali, e in particolare dagli antropologi, categoria di cui l’autore fa parte, all’Occidente stesso. Una delle caratteristiche del sapere antropologico è di fondarsi su un approccio relativistico, che non solo ha portato a dare pari dignità a tutte le culture espresse dalle diverse società umane, ma che spesso ha messo sotto accusa l’etnocentrismo e in particolare quello occidentale.

 

Pur non essendo una specificità dell’Occidente, l’etnocentrismo di questa parte di mondo è però quello che, almeno in epoca moderna, ha condizionato in modo più pesante il resto del pianeta. In un suo libretto del 1953 dal titolo Il mondo e l’Occidente lo storico inglese Arnold Toynbee scriveva: «Non è stato l’Occidente a essere colpito dal mondo; è il mondo che è stato duramente colpito dall’Occidente (…) L’Occidente è stato l’aggressore capitale dei tempi moderni, e ciascuno gli potrà rinfacciare la propria esperienza di tale aggressione».

 

La Cecla non è del tutto d’accordo. Denuncia le colpe dell’Occidente, sia ben chiaro, ma ci avverte: attenzione, non dimentichiamone le conquiste. L’autore denuncia una certa attitudine di molti studiosi occidentali a manifestare una sorta di sentimento di odio nei confronti del proprio continente, inteso in senso culturale. Un atteggiamento che sembrerebbe portare a gettare via il bambino con l’acqua sporca. L’esotismo, altra malattia infantile del pensiero occidentale, conduce a volte anche molti antropologi a dimostrare una certa caritatevolezza nei confronti di altre culture, che vengono così ammantate di un’aura romantica, fingendo spesso di non vederne le contraddizioni o gli aspetti meno edificanti.

 

Ph Michael Wolf.


Il percorso dell’autore si sviluppa partendo ora da episodi personali, ora da considerazioni generali di carattere storico, antropologico, politico. Non a caso La Cecla inizia il suo cammino partendo dall’India, che ha occupato e occupa ancora un posto di primo piano nell’immaginario esotico occidentale e ricorda, attraverso le parole di Jawaharlal Nehru, Gandhi e di scrittori contemporanei come Amitav Gosh e Dipesh Chakrabarty, come la cultura indiana abbia anche creato una rigida gerarchia castale, i roghi delle vedove sulla pira del marito defunto e spesso condizioni drammatiche di vita per il popolo indiano.

 

La Cecla è troppo acuto e sensibile per dimenticare i danni fatti dal colonialismo inglese e non solo, ma punta tutto su una parola: “nonostante”. Parte da un’idea, che può anche apparire un po’ cinica, ma senza dubbio realistica: non viviamo in un mondo perfetto e facendoci largo nella selva delle cose criticabili, cerchiamo di salvare quanto di buono è stato prodotto. E l’Occidente, secondo l’autore, nonostante la sua lunga storia di fallimenti, nefandezze e prevaricazioni, avrebbe gettato le fondamenta di principi universali come la libertà individuale, il diritto e la separazione tra religione e politica.

I trentacinque capitoli, che sembrano le tessere di un mosaico, poco a poco vanno a formare l’immagine, non certo perfetta, di una parte di mondo in cui, “nonostante” i gravi errori, c’è molto da salvare e da difendere e sarebbero queste caratteristiche ad attirare molti migranti verso l’Europa.

Forse questa posizione potrebbe essere discussa e a mio parere è più il sogno di un riscatto economico a muovere migliaia di esseri umani, che non un modello culturale, ma non dimentichiamo che le due cose non sono disgiunte.

 

L’invito che percorre tutto il libro è di provare a guardare all’Occidente, non solo dal suo interno, ma dal di fuori, insieme al resto del mondo e di tentare di cogliere i tratti migliori di ogni parte dell’umanità. A questo si potrebbe obiettare che non tutti potrebbero riconoscere l’universalità di certi valori, ma senza dubbio è uno sforzo che va fatto. Correndo sempre sul filo della lama, La Cecla si sposta in diverse parti del mondo, dalla medina di Tunisi, ai monti del Caucaso, dall’India alla Cina, proprio per guardare a noi con sguardi incrociati. Il risultato è convincente, nonostante qualche leggero scivolone, come quando afferma che l’India sarebbe un paese autoreferenziale, stupendosi della scarsa conoscenza di una regista indiana di Caravaggio e della pittura italiana. Quanti registi italiani o europei conoscono pittori o musicisti indiani del passato?

 

Il profondo sapere antropologico (e non solo) di La Cecla ci porta però a una visione più ampia e profonda, che finisce con l’interrogarsi sull’Europa di oggi, sulla crisi del modello capitalistico-finanziario, rispetto alla quale uno sguardo più allargato risulterebbe sicuramente utile. Anche per ricuperare quel sapere occidentale da salvare, provando a ri-separare l’apparato politico-militare-finanziario dell'Occidente dalla sua, per usare parole dell’autore, «costellazione culturale e deposito di umana esperienza». Sarà l’immigrazione che ci salverà? Forse sì, se l’Europa, unita, saprà ritrovare e mettere in pratica quei valori che ha prodotto e di cui non sempre deve avere paura.

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