Enzo Moscato, inabissamento a Spentaluce

La voce sembra faticare a uscire. Si fa nasale, si ingola, si slancia nell’afonia, oltre. Cerca eco dentro il corpo, soffio, carne (Lingua, carne, soffio si intitolava un suo indimenticabile spettacolo dedicato ad Artaud). L’io si sdoppia in altro, si liquefà e si cerca in qualcosa di occulto, che forse sta in un’altra dimensione, facendosi veggente sulle orme di Rimbaud. Rose di plastica, coppe dorate, sedie spaiate, vaporose organze di fuoco, drappi rossopassione vistosi e insignificanti, finte torte di compleanno con vere candeline, coroncine, ancore sedie, tavoli, croci storte di legno e di cartone e altro ciarpame scenico si accalcano a disegnare il campo dell’assenza, quel pieno barocco trasformato in kitsch dei quartieri spagnoli che orna un vuoto abissale. Napoli, Neaples, Partenope, come la sirena dalle voci dolcissime e micidiali, diventa Babilonia, anzi Babbilonia, o, come nell’ultimo spettacolo, Spentaluce. L’eco della voce cantante, strillante, svanente, e quello del sole mediterraneo da cartolina, i loro riverberi, sono presente e passato, vivi e morti, corpo e altrove.

 

Enzo Moscato è una figura quasi unica nel teatro italiano. Quasi, perché è imparentabile, per strani sentieri, a altri saggi attori-autori guerrieri della dolcezza, testimoni dell’arte come vocazione, come richiamo di qualcosa che sta nascosto, da scoprire, scolpire dal marmo della banalità, far emergere alla luce, sprecando tutti se stessi in una placida, intrattabile ribellione. È di natura simile, o omologa, alle ritrosie spirituali e carnali di Danio Manfredini, alla politesse ribollente, straziata, dell’ultimo Sandro Lombardi, al segno beffardo, dolcemente maledetto, sacrificale di Claudio Morganti. Alla loro faticata indipendenza. Come loro è un poeta della scena, del corpo e della voce, con in più una tutta sua particolare vena di scrittura, che porta a teatro un arrovellarsi sulla lingua che è scavare nella psiche, nella società, nell’antropologia per la via della rappresentazione e dei suoi fallimenti.

 

Enzo Moscato in Raccogliere & Bruciare.


Mi è capitato nell’ultimo mese di vedere tre spettacoli dell’artista napoletano che Francesca Saturnino ha intervistato qualche settimana fa per doppiozero (leggi qui). Essi coprono un arco di tempo che va dagli anni ottanta a oggi; l’ho visto in scena da solo, con pochi compagni o con un gruppo nutritissimo di quella tribù di amatori e professionisti che è riuscito a riunire con il suo carisma nell’ultimo Raccogliere & Bruciare (Ingresso a Spentaluce), lavoro pompeiano. Ho letto la sceneggiatura per un film mai girato, Ritornanti, ispirato alla pièce teatrale Spiritilli, pubblicata da Cronopio, una folla sullo schermo, prima quella dei giornalieri viaggiatori della nuova metropolitana di Napoli, poi due giovani sposi poveri in cerca di casa: tutti circondati da spiriti, spiritelli, folletti, anime dei defunti, munacielli, quella fitta nebulosa di ectoplasmi, a volte beffardi, a volte benevoli, a volte traditori, che popolano da sempre la sua terra, anche la modernissima Neapolis continuamente affollata di figure che provengono da altri luoghi, altri strati, da altre voci, proiezioni di un Aldilà o forse di molti aldilà o aldiquà, che con il qui e ora si intrecciano, interagiscono, influenzano, riempiono, lasciando, questi fantasmi, un enorme appartamento vuoto senza neppure un millimetro di spazio, come in un incubo a lieto fine dell’essere, dell’essere stati, del poter essere.

 

Compleanno, ph. Cristina Donadio.


L’Aldilà, il passato, quello che non c’è, che manca e che dilaga, osserva, presenzia, influenza, indirizza, determina, in contrasto con un presente dilatato e corrotto sono le dimensioni drammatiche e sottilmente comiche, pacatamente raffinatamente sarcastiche, del teatro e della scrittura, acquatica e irta di concrezioni, di Moscato. Compleanno (1986), visto alla Soffitta di Bologna, il centro sperimentale di teatro dell’Università, si chiede in continuazione, a ripetizione:

 

Lo sai di chi è il compleanno oggi? Lo sai di chi è? Chi è?

(scuotendo la testa)

No! Nun 'o ssaie, nun 'o può sapé!

 

Svaria lingue, il dialetto delle villanelle del Cunto di Giambattista Basile e di altri pezzi di tradizione e quello mescidiato con la lingua dei mass media, che scivola nel francese, nel tedesco, in una canzone inglese o in un’impennata neomelodica, in una filastrocca o cantilena popolare, in cerca di una lingua o disperso fra tante possibilità di espressione, tutte incapaci di parlare l’assenza di quel festeggiato che non c’è. Tutte tese a perimetrare il magone di una voragine. Compleanno è dedicato ad Annibale Ruccello, attore e autore napoletano come Moscato, rinnovatore della nostra drammaturgia, poverissima di soprese fino al loro avvento agli inizi degli anni ottanta, morto in un incidente stradale. Lo strazio diventa gioco, divagazione attonita o compiaciuta, depistamento, travestimento e esibizionismo camp, canzone, quotidiano delirio lessicale in uno sfrenamento del linguaggio che descrive per emozione trattenuta la deriva di un mondo, psichico e sociale. A una Napoli scossa dal terremoto del 1980, che degrada la sua arcaicità ctonia in un vacuo arrembante consumismo postcatastrofe, alla perdita di un intellettuale interprete e coscienza critica come Ruccello, corrisponde uno smarrimento per le mutazioni soffocato con parole, con slittamenti verbali, con trattenute pose gestuali, motivetti accennati e spenti in gola che raccontano lo sfinimento, il ritrarsi dall’orrido attraverso il banale, reso poetica ecolalia. Tra dialoghi con inesistenti personaggi chiamati Cartesio, Spinoza (“Spinoza, ma non, come puoi pensare tu, per un dovere, per un rispetto 'filosofico’ verso quel grand'uomo che, come sai, faceva il pulitore di… lenti ad Amsterdam, no, no! La mette nomme Spinoza, pecchè chesta creatura, era 'spinosa' o veramente: irta, brutta 'e carattere, nu ciccio 'e fuoco (…)”), Ines, Cha-cha-cha (“un’ex-operata come lei, a Casablanca”), la gatta Rusiné, maniaci vari e cinque rose, rigorosamente di plastica, come quelle delle Jennifer del quartiere dei travestiti di Ruccello.

 

Raccogliere & Bruciare.


Un ritorno ai primi testi degli anni dopo il terremoto, a Luparella, a Pièce noire e ad altri che hanno al centro figure di prostitute o prostituti, travestiti, trans – tutti a proprio modo esseri mutanti –, è Patria Puttana, visto all’Arena del Sole di Bologna, sempre in collaborazione con la Soffitta. Siamo precipitati in una Napoli in tempo di guerra o di dopoguerra tra segnorine rinchiuse nei bordelli o sciamanti nei nuovi bar da ballo e da rimorchio, una Napoli ormai storica, inattuale, più simile a quella della Pelle di Malaparte che alla Babbilonia della camorra. Qui Moscato, con l’ausilio di Cristina Donadio, la Scianel della serie Gomorra, e del giovane Giuseppe Affinito, arriva a rimarcare meglio la sua diversità dalla (corriva) attualità teatrale (“cantore della Differenza e della Contro-serialità”, si definisce). A Napoli in molti oggi recitano come nella fortunata serie televisiva ispirata al libro di Saviano, calcando su violenza, ritmo, frasi smozzicate, dialetto elementare, forza, brutalità, esaurendosi in trame incalzanti e ripetitive, con una recitazione che schiaccia e impoverisce la ricchezza di un'antica cultura e di una raffinata arte teatrale. Perfino nel Sindaco del rione Sanità di Eduardo firmato da Mario Martone lo stile era quello: la superficie di una nuova, insopportabile, già inflazionata maschera napoletana. 

In Patria Puttana, un lavoro che dichiaratamente compone brani di altre pièce, un pastiche, la compravendita della carne umana (e dei sentimenti) e la nuova religione del denaro evadono da quella maniera recitativa neopartenopea o postgomorrista. C’è lui, in scena, che raffredda, che distanzia, che racconta Luparella, la storia della prostituta che dà alla luce un figlio, lasciata sola nel bordello, che muore e, da cadavere, viene violata da un tedesco. Orrore puro, mostrato con un’eleganza data dal distacco, da quel dialogo con strati profondi dell’essere. Da uno stare in scena e continuamente con leggerezza ritrarsi a riflettere, anche solo con bordate di assenza, su quel mondo torbido e sui meccanismi stessi della rappresentazione.

 

Raccogliere & Bruciare.


L’attore per Moscato è un posseduto, un “sonnambulo funambolico”, agito dai mille spiriti della città madre-verminaio nella quale è immerso (Neapolis Babbilonia, quale altra?). È voce, anzi flatus vocis, canna che risuona di un vento denso, fatto di mille umori, amori, suoni, disgusti, tentazioni. È troppo sottile, minuta, fragile, però, la sua figura per sopportare un tale peso, che grava nell’abbassamento continuo dei toni, nelle canzoni interpretate, vissute con voce strascicata. E allora gioca la presenza distante, il ragionare nell’emozione, l’assumersi con rassegnazione il contagio della peste di quel golfo pieno di anfratti tufacei, vulcanici, della morte, della carne putrescente, perché solo dalla palus putredinis si può rinascere. Raccogliere, tutto, e Bruciare (bruciarlo – ardere). Raccogliere & Bruciare l’ho visto al teatro Nuovo di Napoli, una sera in cui nel pubblico c’era quel vesuvio di raffinatezza e di passione interpretativa che è Isa Danieli. Con lei Moscato ricordò l’Eduardo più intimo, più incrinato, meno maschera, in uno spettacolo memorabile, Tai-ka-ta: in quel lavoro lui, come sempre intensissimo e apparentemente ieraticamente ironicamente  assente, e lei, con un dialetto che diventava melodia, schiaffo, sussurro, pettine, gioiello, rito, sberleffo, consolazione, ci ricordavano che De Filippo è Napoli, è lo sguardo e la nostalgia di una terra e di un mare pieni di morti, perché i morti sono tanti più dei vivi; un viaggio nella vita come sospensione, come fulmine, come dialogo con quelli che già l’hanno spesa e non ci sono più. E così rammentavano che il teatro stesso è ascolto di un vuoto che temporaneamente si riempie. È un pozzo infinito di tutte le possibilità, quelle già agite e quelle future: il teatro è dialogo con la morte (come volevasi dimostrare).

 

Raccogliere & Bruciare vede in scena diciannove tra attori professionisti della migliore nuova tradizione napoletana, da Cristina Donadio, ancora, a Gino Curcione, da Imma Villa a Tina Femiano, affiancati da vari appassionati e da alcuni bambini. Sono ottanta pezzi, tratti dagli epitaffi dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, pazientemente tradotti nel corso di vari anni da Moscato traslando le storie dell’immaginaria cittadina del Midwest degli States in una Napoli sulfurea e nostalgica. In scena un mondo di morti, davanti a un cimitero di sghembe croci: militari, prostitute, professoresse, ragazzini, ciechi, incendiari, uxoricidi che riemergono come da un’ultima eruzione del Vesuvio, che ha spento la luce su quel teatro di vite, di spasimi, di illusioni, di inganni. Lui, Moscato, ha una maglietta da marinaio, a righe, e una paglietta. Muove, manovra quel mondo di marionette schierate sul palco in riga, sedute, frontalmente, di spalle, di lato, in piedi, appoggiate, pronte a rivivere per raccontare, in epigrammi, vite smarginate, assenze che chiedono di essere colmate e che sanno di avere sprecato per sempre ogni possibilità. Il ronzio di esistenze senza luce, affogate nella lava e nella cenere di un’apocalissi già avvenuta o sempre incombente, diventano coro di voci discordi, di acuti, abbassamenti e sprofondamenti di voce, di imbellettamenti che servono solo a far intuire, più sgrammaticata, più dirompente, la violenza dello spreco, del caos che trascina e governa, con passioni in cerca di forse tardiva compassione. Una terra desolata, che rifulge per penetrazione magica, sciamanica. Incantata di lussureggiante svagata abbandonata ammiccante mutante dolorante immaginazione. 

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