Erotica Santarcangelo

Già dalla prima presentazione del programma, l’edizione appena conclusa del Festival di Santarcangelo ha destato curiosità e qualche diffidenza: qualcuno ha trovato le proposte della nuova direttrice Eva Neklyaeva un po’ troppo glamour, qualcuno ha denunciato l’assenza in cartellone di appuntamenti pienamente ‘teatrali’, altri hanno invecesalutato con soddisfazione la piena apertura alle arti visive e il mancato utilizzo di etichette limitanti. Le opinioni continuano a polarizzarsi anche a festival concluso. Mentre Tommaso Foti di Fratelli d’Italia denuncia il carattere ‘diseducativo’ della manifestazione, l’organizzazione segnala un significativo incremento nella vendita dei biglietti e il sold out su quasi tutte le date; specularmente, i commenti scambiati a fior di labbra tra gli addetti ai lavori spaziano dalla cauta perplessità fino al pieno entusiasmo.

 

Pony Express, Club Ecosex

 

E se è presto per incasellare la nuova anima curatoriale del festival in formule definitive (molti sono infatti i legami ancora visibili con la precedente direzione, ed evidenti sono i debiti con alcune realtà nostrane che hanno contribuito negli anni a trasformare l’identità di Santarcangelo), non è difficile rintracciare nel programma ricorrenze e leitmotiv. Il primo, e più palese, è una particolare attenzione al tema dell’erotismo e della sessualità. Spettacoli e installazioni sembrano indagare la questione ad ampio spettro, da un lato utilizzando le potenzialità attrattive del tema su un pubblico ampio, dall’altro analizzandone tutte le ricadute politiche. È un erotismo che esce dall’ambito strettamente relazionale o di coppia, per contagiare le più diverse sfere dell’esistenza e della nostra società: il collettivo australiano Pony Express, per esempio, ha offerto con Club Ecosex un luogo di sperimentazione del desiderio sessuale rivolto al paesaggio e alla natura.

 

Anche l’italiana Chiara Bersani, con Goodnightpeeping Tom, ha lavorato sulla doppia polarità ambiente/sessualità: un piccolo gruppo di spettatori incontra in uno spazio chiuso quattro performer, e ha tutto il tempo per instaurare (o meno) una dinamica di avvicinamento e contatto corporeo. Non ci sono indicazioni per l’uso, non viene utilizzata nessuna forma di storytelling per incoraggiare o guidare le interazioni del tutto spontanee; il pubblico è piuttosto invitato a osservare le modalità con cui il comportamento degli altri (in questo caso: gli altri spettatori) e la semplice collocazione dei corpi nello spazio determina l’instaurarsi di una relazione sessualmente connotata tra esseri umani.

 

Chiara Bersani, ph. G. Agostini

 

L’utilizzo consapevole – e politico – del proprio potenziale erotico è al centro di uno dei lavori più significativi del festival, Cock, cock… Who’sthere? di Samira Elagoz. La giovane artista, che vanta un affascinante incrocio tra origini egiziane e finlandesi, accompagna il pubblico all’interno di una vicenda presentata come autobiografica: Samira ci racconta di aver subito uno stupro e di aver messo a punto, proprio a partire da quell’episodio, un progetto documentaristico dedicato a una lunga serie di incontri con sconosciuti all’interno di mura domestiche. Il racconto intimo di eventi personali – la violenza subita, la reazione dei famigliari, le relazioni amorose seguite all’episodio – si alternano così alle immagini degli uomini incontrati attraverso il dating online.

 

A rendere interessante l’indagine non è tanto l’ambigua linea di demarcazione tra verità e finzione già esperita da molta performance contemporanea (Samira è stata davvero violentata? E quanto sono artefatti i materiali che ci vengono presentati? Gli uomini che vediamo sono stati davvero contatti via internet?), quanto piuttosto la provocatoria forzatura di molti stereotipi su un argomento già ampiamente trattato. La performer sembra proporre la propria desiderabilità sessuale come paradossale antidoto alla violenza maschile sulle donne: “la nostra coscienza erotica ci rende potenti” pare affermare la Elagoz con Audre Lorde (Gli usi dell’erotico: l’erotico come potere, Milano, Il dito e la luna, 2014, per approfondimenti leggere qui).

 

Samira Elagoz, Cock, cock… Who’s there?

 

Davanti agli occhi dello spettatore si dispiega la manifestazione di quel potere, anche nei suoi aspetti più sgradevoli e conturbanti: alla presenza in carne e ossa della performer – che si presenta al pubblico in versione ‘acqua e sapone’, con una maglietta scura e una treccia da adolescente – si sovrappongono le immagini virtuali di lei pesantemente truccata, immortalata in autoscatti di natura quasi pornografica. Proprio nel violento scarto tra le due figure (talmente antitetiche da indurre qualche spettatore a domandarsi se si tratti di una effettiva identità) risiede l’intelligente denuncia di ambigue e scivolose dinamiche di sguardo: lo spettatore si trova inevitabilmente indotto, dopo aver osservato le immagini e i video proposti dell’artista, a ripensare da un'altra prospettiva alla violenza di cui ha sentito parlare nei primi istanti dello spettacolo. E viene così chiamato a riconoscere in se stesso, prima ancora che negli altri, l’attuarsi involontario di schemi di giudizio sessisti ed eteronormativi.

 

Motus, Über Raffiche, ph. DIANE Ilaria Scarpa, Luca Telleschi

 

La possibilità di una ribellione a questi schemi, anche attraverso una riappropriazione e un allargamento della definizione stessa di erotismo, sembra dunque aver percorso come un elettrico filo rosso l’intera manifestazione (del tutto coerente a questa linea anche Uber Raffiche di Motus, distensione in loop, in uno spazio da set cinematografico che ricorda le vecchie Rooms della compagnia riminese, di Raffiche visto in una suite d’hotel al Festival Vie). La stessa programmazione del festival – che pare cercare la strada per un nuovo e più diretto rapporto con la città –sembra per certi versi configurarsi come un energico, sfacciato e attraente atto di seduzione.

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