Facce da social

Verrebbe da dire: Facebook ormai è il mondo. Ha tanti di quei miliardi di iscritti quasi da raddoppiarlo, come la famosa mappa 1:1 dell’imperatore cinese immaginata da Borges: eccezionale e inutile. Eppure, non si fa altro che proporre simulacri del suo utilizzatore medio, o, più interessante, provare a costruire tipologie di chi ci sta dentro, adoperandolo in modi abbastanza diversi e, di conseguenza, dotandosi di una identità sufficientemente variegata. La disputa fra determinismo tecnologico e culturalismo spinto è più aperta che mai: saranno i software a condizionare le forme di comportamento in rete, e i tipi antropologici che ne derivano, o è l’immaginario sociale ad abbarbicarsi su alcuni precisi social network scartandone altri pure disponibili? In ogni caso, se Facebook è uno specchio del mondo, dà luogo a immagini parziali – nel doppio senso del termine: circoscritte e di parte – del mondo stesso, contribuendo a rifletterci su. Ogni totalizzazione cosmologica, diceva il filosofo, è per definizione metafisica, senza basi empiriche che permettano una seria conoscenza dei fenomeni. Meglio dunque, hanno risposto i linguisti, cercare principi chiari di pertinenza, punti di vista a partire dai quali dotarsi di una precisa empiria e provare a capirne i meccanismi di funzionamento.

 

Così, sociologie del più diffuso social network del pianeta ce ne sono parecchie, molte delle quali, inevitabilmente, elaborate al suo interno, ora costruendovi campioni rappresentativi ad hoc, ora facendo leva sulle particolari socialità che esso, per principio costitutivo, tende a produrre e a vivacizzare. Va in questa direzione il libro recente di Massimo Arcangeli (noto linguista e instancabile analista della comunicazione più attuale) e Valentino Selis (giovane esperto di digitalizzazione) che ha per titolo Faccia da social (Castelvecchi, pp. 157, 16,50), risultato di un lavoro di ricerca su Facebook che ha avuto come terreno di coltura Facebook stesso. I due autori hanno elaborato una tipologia e l’hanno proposta ai loro amici (nel senso del social network in questione), che l’hanno discussa, approfondita ed enormemente arricchita. A partire da dodici profili identitari di base (Tuttologo, Complottista, Nalfa Beta, Cuoredoro, Nazi, Promoter, Leone da Tastiera, Selfie Made Man, Sveglio, Antenato, Pornograstrico, Hater) se ne sono così concepiti decine e decine di altri (Animalvegan, Malato di privacy, Nostalgico, Insofferente, Motivatore, Banderuolo, Moralista…). Emerge che in Facebook abitano personaggi diversissimi fra di loro, con disposizioni immaginarie spesso anche opposte. Se sicuramente spopola il Nalfa Beta (sistematico devastatore della lingua, che scrive cose come “ma voi cm lo fatte a naskondere le fotto? mela kiesto mio padre, risp veloce”), a legione sono i Complottisti (“metà della scienza medica è falsa!”) o i Cuoredoro (“a volte un semplice abbraccio, una carezza, un piccolo gesto… valgono più di tante parole”); per non dire degli Hater (“se solo avessi la possibilità di incontrarti ti ammazzerei, a te e a quella stronza di tua madre”) o dei Promoter (“non potrai credere come la mia vita sia cambiata grazie a xxx; iscriviti al nostro sito e cambia la tua vita!”).

 

È tutta un’antropologia che, dispiegandosi nell’area virtuale della rete, rafforza in generale i propri connotati identitari. Scrivere, postare, commentare, condividere è metterci la faccia, a volte avere la faccia di bronzo, altre quella di culo… Ne concludono gli autori: “Facebook ha dotato quella grande forza centrifuga che è il linguaggio di nuove potenzialità, permettendo a chiunque di poter condividere con il mondo la propria voglia di essere presente ed essere ricordato. Oggi, anche grazie alla scrittura digitale, tutti possono diventare protagonisti, giocare carte valide per la propria affermazione personale. Il modo in cui si scrive è lo specchio perfetto della società in cui viviamo: la scrittura ha sempre conferito a chi possedeva l’abilità di padroneggiarla una grandissima capacità di convincimento. Usata per informare, raccontare, ricordare, illudere o confondere, emozionare e rivoluzionare, la parola rappresenta, molto più che in passato, un mezzo grazie al quale ci ergiamo a padroni del mondo”.

 

 

A questa tipologia – le cui articolazioni interne, senz’altro presenti, restano tuttavia sottotraccia – si potrebbe provare ad affiancarne altre, a integrazione progressiva, basate più che su una semplice classificazione dei contenuti espressi nei social, delle ossessioni e delle idiosincrasie in essi manifestate, su un modello in cui gli elementi siano fra loro interdefiniti, dove cioè ogni elemento deriva dalla relazione con tutti gli altri sulla base di comuni categorie interpretative. Ci avevano provato un paio d’anni fa gli Squadrati, un gruppo di ricercatori in semiotica autobattezzatosi così per il suo impiego tanto massiccio quanto gioviale del quadrato semiotico greimasiano. In un post del luglio del 2015, fra il serio e il faceto, gli Squadrati hanno ritrovato in Facebook e in altri social un’opposizione di fondo fra spazi privati e spazi pubblici, spazi sociali e spazi intimi (terminologia, si ricorderà, già presente nel celebre La dimensione nascosta di Edward Hall). Ne viene fuori che nei social entrano in gioco momenti e movimenti diversi, quando non opposti, di comunicazione, dove la ricerca dell’ipervisibilità è tanto presente quanto quella dell’invisibilità. Facebook può essere vissuto come un’arena o un bar, ma anche come un salotto o una cameretta d’adolescente. 

 

Il problema di questo modello è che è troppo perfetto, tant’è che lo si può agevolmente applicare – come appunto faceva Hall negli anni Sessanta – anche al di là delle rete, in quella vita cosiddetta reale che con i social network c’entra talvolta pochissimo. Anche mia nonna spartiva la sua esistenza fra arene e salotti, caffè e camere per dormire, senza aver mai visto una tastiera né saper adoperare le emoticone. Un’altra possibilità sarebbe forse quella di usare come categorie di fondo, da articolare sistematicamente, ciò che è della natura intrinseca dei social, e che è, ovviamente, da una parte, l’idea di condivisione, la pratica comunicativa che mira a mettere o a tenere in contatto (quella che viene chiamata comunicazione fàtica) e, dall’altra parte, la mira espressiva, la voglia ostinata di costruirsi una qualche forma di identità, individuale come di gruppo. Del resto, se i social media si chiamano così, come è noto, è perché in essi l’orientamento della comunicazione non è tanto rivolto alla trasmissione di messaggi, alla diffusione del sapere o all’espressione di pensieri e affetti, quanto piuttosto alla creazione di contatti, al consolidamento del legame sociale, a forme possibili di collettività. Ma la comunicazione fàtica si incrocia con una pratica di costruzione e ricostruzione del sé che, incanalandosi nel flusso temporale della comunicazione, propone barbagli di identità, frammenti di personalità individuale, non solo legati, come è ovvio, al principio elementare del mi piace/non mi piace, ma supportati da gusti e disgusti, idee e opinioni, micronarrazioni e interiezioni d’ogni sorta. 

 

Così, si tratterebbe di vedere come si incrocia il fenomeno di espansione surrettizia dell’enunciazione fàtica con quello dell’eventuale costruzione di un soggetto comunitario che tende a stemperare l’individualità singola. Ne verrebbe fuori uno schema di questo tipo, dal quale emergono, come si vede, molte posizioni, e molte altre ancora potrebbero essere ipotizzabili:

 

In attesa di ulteriori approfondimenti, emergono alcune osservazioni di partenza. 

Innanzitutto va rilevata la centralità dell’esprimersi, che può essere facilmente interpretata come una forma retorica in cui la voglia di emersione del sé, evidentemente spasmodica, gioca tutte le carte che può: ora andando verso l’individualità ora verso la comunità, ora verso la mancanza di informazione ora verso la sua pienezza. In un modo come nell’altro, l’espressione identitaria resta il problema centrale del social network. Ed è nel flusso temporale e nell’espansione spaziale che essa si plasma e si disfa ininterrottamente, come in una tela patchwork di Penelope.

 

Inoltre, emerge chiaramente quello che è il destino attuale della diffusione delle idee e delle opinioni, nonché dei dialoghi fra interlocutori e soprattutto dei conflitti fra posizioni teoriche o politiche o etiche differenti. Se l’espressione di sé sta al centro, e risucchia un po’ tutto verso di sé, ecco che, per usare parole grosse, il ruolo dell’intellettuale oggi in rete non è quello di promuovere idee o valori ma, più prosaicamente, se stessi, nella disperata ricerca di una qualche forma di identità. Così come l’informare, molto chiaramente, è funzione non esterna al fàtico ma interna a esso, analogamente il discutere, o lo sdegnarsi, o lo svelare sono altrettante forme di quella famigerata ‘grande conversazione’ che caratterizzerebbe la comunione fàtica contemporanea. Fra l’esporre una tesi filosofica, spettegolare dei colleghi d’ufficio o provarci con una ragazza amica degli amici c’è meno distanza di quanto non si pensi. Il che, rovesciando le posizioni, porta anche a dichiarare: oggi, in fondo, su Facebook siamo tutti intellettuali. 

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