Fake Knowledge

Una mia amica molto colta mi chiese di firmare una petizione contro il Jobs Act quando non era ancora diventato legge. Le chiesi: “Ma tu hai letto il Jobs Act?” No. “Nemmeno io l’ho letto, e per questa ragione non firmo. Ma tu come fai a essere sicura che il Jobs Act è schifoso?” Alcuni amici di cui si fida la avevano convinta. Ma io avevo sentito anche l’altra campana: altri amici che se ne intendono erano favorevoli al Jobs Act. Del resto, non avrei firmato nemmeno una petizione a favore del Jobs Act. Sarò all’antica, ma io non prendo posizione su cose che non conosco bene.

Questo scambio di battute mette a nudo un problema cruciale della democrazia: il fatto che tutti, in quanto cittadini, siamo chiamati a esprimere giudizi su cose che non conosciamo o non capiamo. È vero, avrei potuto leggere il Jobs Act, magari con l’aiuto di amici esperti di cose economiche e sindacali. E poi mi sarei potuto informare a fondo sulla Buona Scuola, intervistando molti insegnanti. E poi avrei potuto approfondire la questione complessa dei voucher… Ma quanto tempo avrei dovuto dedicare per farmi un’opinione competente su ciascuna di queste tematiche? Forse mesi di studio. Non avrei trovato il tempo, faccio un altro mestiere. A meno che non si sia specialisti di un campo, capire veramente il senso di certe misure politiche implica un investimento di tempo che nessuno di noi si può permettere. 

È un tipico ritornello di chi pensa a sinistra dire che le questioni spacciate come tecniche sono in realtà scelte politiche. È vero. Ma è vero anche il contrario: che tutte le scelte politiche sono anche questioni tecniche. In fondo, siamo in grado di decidere facilmente solo su questioni che la destra chiama bioetiche e la sinistra chiama biopolitiche: se ammettere o meno il divorzio, o l’aborto, se praticare l’eutanasia, se ammettere il matrimonio tra gay e lesbiche, se far passare il jus soli, e simili. Su questioni che hanno a che fare con la nascita, il corpo, la morte e il sesso. Per decidere su queste cose non c’è bisogno di esperti, perché sono scelte squisitamente etiche. Ma sulle altre occorre avere un sapere. E siccome non lo si ha, si giudicano misure molto complesse, come appunto il Jobs Act, come se fosse una scelta pro o contro l’aborto.

 

Oppure ci affidiamo così a esperti “della nostra parte”, i soli che veramente ascoltiamo. Così come leggiamo solo il giornale che la pensa come noi, o guardiamo solo i canali televisivi che la pensano come noi, analogamente ascoltiamo solo gli esperti che la pensano come noi. La mia amica detesta Renzi, ragion per cui sul Jobs Act dà credito agli “esperti” anti-renziani.

Una delle ragioni fondamentali della democrazia rappresentativa, che chiamerei indiretta – per distinguerla dalla democrazia diretta decantata da Grillo e Casaleggio – è proprio il fatto che, nelle nostre società complesse, ci è impossibile capire fino a fondo tutti i problemi su cui si chiede la nostra opinione se non altro come elettori. Non abbiamo abbastanza tempo per studiarli. Eleggiamo dei parlamentari ben pagati perché si dedichino a tempo pieno a studiare i vari problemi politici. Questo almeno in teoria. Purtroppo, ho l’impressione che la maggior parte dei nostri deputati accumulino una competenza soprattutto sul gioco politico, che insomma il loro sapere sia auto-referenziale. 

 

 

Posso dire questo perché, essendo stato per molti anni redattore del mensile Mondoperaio del partito socialista, ho potuto conoscere molti politici. E mi ha colpito il fatto che, a parte le beghe politiche da corridoio, in fondo i politici in vista sulle questioni importanti non ne sapessero più di quanto non ne sapessi io leggendo i giornali. Alcuni certo erano meglio informati degli altri, più seri, ma non erano in possesso di alcun sapere segreto, per dir così. Pietro Nenni raccontava che quando divenne ministro per la prima volta, si disse “adesso finalmente entro nella stanza dei bottoni!” Dopo un po’ si rese conto che non c’era alcuna stanza dei bottoni. Anche io pensavo allora: “Ora finalmente conoscerò persone che mi diranno come sono fatti i bottoni”. Ma poi capii che non ci sono bottoni.

Il tutto poi è complicato dal fatto che su molte questioni gli esperti sono divisi proprio come i politici e la gente comune. 

 

Il fatto che gli economisti, ad esempio, si schierino per soluzioni opposte, ci dà la libertà di credere agli economisti che ci danno ragione. Si pensi alla questione dell’austerity europea: alcuni economisti premi Nobel la attaccano, altri economisti premi Nobel la difendono. Quasi tutti in Italia siamo convinti che l’austerity ci sia stata imposta dalla Germania e dai paesi nordici perché loro hanno i conti a posto e noi no. Siamo convinti che l’austerity è sbagliata perché non ci fa comodo, tutti preferiamo una politica keynesiana in cui lo stato si indebiti per promuovere la crescita economica. Ma si dà il caso che lo stato spenda senza riuscire a creare vera crescita economica: il risultato è che indebita fino al collo le prossime generazioni.

Ci sono invece questioni su cui la comunità scientifica è sostanzialmente concorde. Ma questo non basta affatto per chi la pensa in un certo modo. Il caso più clamoroso è quello del riscaldamento globale. Quando Trump dice che è una bufala e che si fa bene a usare il carbone, evidentemente si mette contro la grande maggioranza degli esperti. Se una tesi non ci piace, ricorriamo anche a teorie complottiste: “Le sinistre vogliono farci credere che certa industria inquina. Gli scienziati sono al loro soldo.” Quando siamo convinti di qualcosa, non ce ne importa nulla del parere della comunità scientifica. E questo vale per la sinistra come per la destra. Ad esempio, non importa nulla che quasi tutti gli scienziati smentiscano l’astrologia e l’omeopatia: continueremo a leggere oroscopi e a curare il nostro cane con pillole omeopatiche.

 

Si dice che i fatti hanno la testa dura. Ma non è vero. Di solito gli esseri umani hanno le teste più dure dei fatti.

I media, volendo apparire imparziali, mettono a confronto persone che la pensano in modo opposto sulle questioni sul tappeto. Si prenda la denuncia dei vaccini, perché sarebbero dannosi e possono provocare l’autismo. Io ho scritto contro la medicalizzazione spinta della vita, credo però alla comunità dei biologi quando mi assicura che i vaccini sono indispensabili e non dannosi. In una trasmissione televisiva furono messi a confronto da una parte Silvio Garattini, medaglia d’oro al merito della Sanità Pubblica, e dall’altra un tizio che dirige non so quale associazione anti-vaccini. Ora, credo che, pur senza essere medico, io abbia gli strumenti culturali per capire che Garattini dicesse cose sensate e vere, mentre l’altro era un cialtrone che diceva cose confuse. Ma la maggioranza degli spettatori non ha questi strumenti; sono convinto che tanti di loro abbiano dato ragione all’imbonitore e non all’esperto. D’altra parte non si può nemmeno rimproverare la televisione di mettere sullo stesso piano veri esperti e demagoghi, perché allora farebbe come fanno le tv in Russia e in Cina, dove fanno parlare solo “le persone serie” che dicono verità ufficiali. È il costo della democrazia: essa dà spazio anche a personaggi come Trump, Grillo e Salvini. 

 

Oggi si parla molto di fake news, e ci si vuol far credere che sia un’epidemia recente dovuta al web. In realtà le fake news sono vecchie come il mondo, la storia umana è stata fatta a suon di fake news. Anni fa pubblicai un libro, Dicerie e pettegolezzi (Il Mulino), dove analizzavo a fondo quelle che oggi si chiamano leggende metropolitane. Una delle più famose fu la diceria nel 64 d.C. secondo cui Nerone aveva appiccato l’incendio che aveva distrutto Roma. Questa news era fake secondo gli storici di oggi, piuttosto filo-neroniani. Comunque Nerone dovette a sua volta mettere in giro una fake news alternativa, che l’incendio era stato appiccato dai cristiani, proprio perché era quello che il popolino voleva sentirsi dire (la plebe romana ha sempre detestato i cristiani). Prima le notizie false circolavano tra il caffè dello Sport e la bocciofila, oggi attraverso Facebook, ma sempre bufale sono. 

Le fake news rimandano a quel che chiamerei fake knowledge, falso sapere. Siccome non possiamo conoscere bene tutte le questioni di cui si dibatte, ci aggrappiamo a falsi saperi che danno ragione ai nostri desideri. Tutti siamo intrisi di fake knowledge, probabilmente anche chi scrive – a meno che pensare che siamo abitati da falsi saperi non sia a sua volta un falso sapere. Il fake knowledge è quello a cui crediamo perché ci fa comodo, perché conferma i nostri pregiudizi, non importa se siano di sinistra o di destra o inclassificabili. Continuamente argomentiamo, ma le argomentazioni razionali per lo più sono una maschera, una gentile concessione alla ragione: di fatto, fabbrichiamo “ragionamenti” per confermarci nelle nostre credenze. Il wishful thinking vale per i professori universitari come per gli idioti del villaggio. Molto raramente siamo convinti da argomentazioni: per lo più crediamo alle argomentazioni che sostengono le nostre convinzioni. Ogni tanto scopro che, anche tra filosofi e intellettuali, circolano cocciuti falsi saperi. 

 

Vorrei citare dei falsi saperi che riguardano gli eschimesi. Questa popolazione mi è particolarmente simpatica anche perché è oggetto delle più strambe leggende. Si crede che gli anziani eschimesi decidano volontariamente di farsi divorare dagli orsi quando si rendono conto di non essere più utili alla famiglia; che le donne partoriscano da sole rifiutando qualsiasi aiuto; che mangino crudo il grasso delle foche. Il fake knowledge più diffuso vuole che per le leggi dell’ospitalità gli uomini eschimesi diano la loro moglie a ogni ospite maschio. Nulla di questo è vero. Evidentemente tutte queste leggende ci confermano nell’idea che gente che vive in zone talmente fredde non possano essere “umane” come noi, ma si comportano in modo a-umano, come gli Antipodiani nel mondo antico, che facevano il contrario di quel che facevano gli altri normali.

 

Tra filosofi e linguisti, anche molto importanti, circola un altro fake knowledge: che la lingua eschimese ha moltissime parole per designare vari tipi di neve, ma è priva di una parola che esprima il concetto generale di “neve”. Ho parlato con amici eschimesi, e mi hanno detto che in realtà esiste una parola per neve nelle tre principali lingue inhuit: si dice aput tra gli eschimesi della Groenlandia, aputi tra quelli del Canada, e apun in Alaska. Ma perché da un secolo circola questa bufala linguistica? Anche qui, perché questo “fatto” fa comodo a molti linguisti e filosofi. Esso rende credibile la famosa ipotesi Sapir-Whorf, la teoria secondo cui ogni lingua dà un senso completamente diverso al mondo. La neve esisterebbe solo perché le nostre lingue prevedono una parola, e quindi un concetto, per neve. La stranezza eschimese andava a pennello per questa teoria, secondo cui ogni lingua e ogni cultura ci fornisce un’immagine radicalmente diversa del mondo rispetto a qualsiasi altra. 

Come si vede, non c’è poi tantissima distanza tra il credere che i vaccini contengano mercurio e cose a cui credono brillanti filosofi. Se non c’è un fatto e una teoria che conferma quel che già pensiamo, inventeremo fatti e teorie ad hoc. Abbiamo poco scampo al fake knowledge.

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