Per farci coraggio

Se fosse ancora vivo, mio nonno paterno, oggi, avrebbe centoventisei anni. È nato quasi cent’anni prima di me, nel 1892, piccolissimo proprietario terriero di campi di nocciole coltivati di persona, con l’orgoglio di una seconda elementare e un piglio da elegante latifondista. Mio padre, classe 1951, ultimo di tredici figli nati da tre mogli diverse avvicendatesi per casi di ordinaria vedovanza, è cresciuto tra adulti che invecchiavano e morivano presto. È stato per tutta la vita appendice estrema e superstite di un nucleo familiare e di un universo mondo di cui ha interiorizzato un sistema di valori quando era già decaduto. Ha visto più funerali che battesimi, invecchiando con grande naturalezza mentre aveva ancora cinquant’anni. Oggi, poco meno che settantenne, dopo aver lavorato da quando aveva più o meno tredici anni nei cantieri edili, patisce l’allungamento dell’età media della vita come un fatto strano, schizofrenico. Mia mamma è del 1959, ultima di cinque figli di un mastro cestaio nato nel 1922, uomo semplice, buono come il pane. Altra appendice, lei, di una famiglia di tutti già adulti che invecchiavano mentre lei fioriva. In quanto donna, a differenza di mio padre, resterà giovane in eterno, energica figlia e sorella minore, delegata anche da grande alla cura di chi è diventato grande prima. 

 

Se una qualche eco di memoria macro-storica esiste, a casa mia, ha a che fare con la guerra mondiale combattuta dal nonno paterno. Non la seconda, come nelle famiglie degli altri, ma la prima, la guerra del quindicidiciotto, quella delle baionette. Negli anni ‘40 era già vecchio per combattere, tanto coi fascisti prima che coi partigiani poi. L’altro nonno, invece, era stato esonerato dall’obbligo di leva per irregolarità fisiche. Non ha fatto la guerra, e neanche troppo l’ha subita. Nel paese di provincia della bassa Irpinia dove ha abitato tutta la vita, e dove io sono nata, arrivavano più facilmente frotte di sfollati dai paesi vesuviani che bombe dal cielo. Dalla prima guerra mondiale i ricordi tramandati durante le cene dei giorni di festa saltano direttamente alla migrazione provvisoria di buona parte della famiglia verso la Germania, negli anni ‘70, e infine al terremoto in Irpinia dell’80, di cui sono arrivate tracce fino a me, che ho memoria di compleanni di cugini festeggiati in quei containers in cui diversi parenti prossimi hanno finito per abitare vent’anni, aspettando la fatidica assegnazione di una casa popolare. Il resto è tutto microstoria: innamoramenti, matrimoni, figli, morti, ricette e riti segreti. 

 

Il sessantotto non è nell’album di famiglia. Come non lo è il settantasette. I miei genitori erano troppo giovani e comunque lontani anni luce dagli ambienti universitari, e i miei nonni troppo vecchi, poco istruiti e politicamente disimpegnati: né monarchici né comunisti, più che altro cattolici di classe medio-bassa. Per un contadino in pensione e un piccolo artigiano di una provincia rurale, povera ma serena, le fabbriche, gli operai, gli studenti, le contestazioni e la coscienza di classe erano un fatto abbastanza lontano ed esotico. Il disastro si è consumato all’improvviso, e velocemente. In quella manciata di anni tra il pensionamento dei nonni e l’età adulta dei miei genitori, subito dopo il terremoto dell’ottanta, nella mia famiglia e in quelle dei miei compagni di scuola, hanno fatto irruzione le fabbriche del piano di industrializzazione post-sisma, Umberto Smaila, Berlusconi, e la pubblicità, l’inquinamento, la massificazione, e senza passare dalle utopie sessantottine, dal maestro Manzi e da Tribuna politica. Così, a me e a mia sorella è toccato in sorte direttamente il degrado ereditato dagli anni ’80. A noi, e a tutta la generazione cresciuta in un certo sud di provincia degli anni ’90, che non era più il sud contadino in cui si impastavano pane, tradizioni, messe domenicali e buon raccolto, quello degli artigiani, e dei melanconici Pulcinella, delle mozzarelle e dell’olio extravergine d’oliva buono. Ma il sud dove sono cresciute masse di figli di operai senza sindacato, che si sono ritrovati sprofondati nel capitalismo e nella globalizzazione, ma emarginati da qualsiasi focolaio di controcultura. Un popolo di gente parcheggiata nelle piazzette di paese, da mattino a sera, che aspettava la festa patronale per svagarsi ai luna park improvvisati, sempre gli stessi, da vent’anni, col tagadà, l’autoscontro e il calcinculo.

 

Che passavano le vacanze all’acquapark vicino casa. Che dopo le scuole superiori aspettavano il posto fisso in fabbrica, alle poste, alle ferrovie, per merito di questo o quello, e che se non arrivava, allora, era colpa del politico che non aveva mantenuto le promesse. Mentre se non arriva oggi è colpa degli stranieri che ci portano via il lavoro. 

Dai miei padri non sessantottini, figli di sessantottini visti solo in tv, ho imparato il clientelismo dei poveri, la gratitudine e la lealtà dei più semplici verso padroni e padroncini di provincia disgustosamente paternalistici a cui ancora oggi si dà del voi e del dottore, anche se non mettono in fila un soggetto con un verbo e un complemento, anche se ti spolpano vivo, in tutti i sensi; che il potere esiste ed è inscalfibile e che l’unico modo di non subirlo è quello di guadagnarne il tanto che basta ad essere chiamato dottore anche tu. Che riscattarsi non è sovvertire il sistema, ma capeggiarlo, diventare il capo. 

Ci hanno mandati a studiare in massa perché facessimo carriera o almeno ci “sistemassimo” bene, ma studiando mi sono convinta, e con tutta la veemenza ideologica che può invasare un’adolescente, che il carrierismo fosse ridicolo e classista. Che perseguire una scuola funzionale al mondo del lavoro, che sfornava periti tecnici e segretarie con inglese commerciale, fosse la più ingenua e pericolosa mossa dei poveri. Mi si attendeva avvocato civilista, ingegnere edile, medico di famiglia, mi sono ritrovata umanista ortodossa. 

 

Senza neanche rendermene troppo conto, ho innestato nella mia memoria un passato e un’origine che non sono veramente miei, affiancando i Cranberries alle Spice Girls, Odissea nello spazio di Kubrick a Non è la Rai, Carmelo Bene a Leonardo di Caprio. E così, pian piano, risalendo nei secoli, e nei millenni, fino ai greci e alla preistoria, e poi al più lontano futuro siderale in cui saremo tutti piante e minerali, ho conquistato mille vite, mille dimensioni e mille rivoluzioni, di cui non mi aveva mai parlato nessuno. Il sessantotto è arrivato per questa via. L’ho scoperto da sola, quando ha dato un nome e un universo di immagini e valori, alla mia fuga da prima e unica laureata di una famiglia diventata quasi tutta di operai. 

Così, pasticciando senza ritegno, e trascurando scientificamente qualunque correttezza storica e filologica, dentro il mio immaginario di quel tempo fondato essenzialmente sulla fiducia nella trasformabilità del mondo, ci ho messo dentro tante cose: la convinzione di poter intervenire e modificare radicalmente la società, il coraggio, l’entusiasmo, i maglioni di lana vera, l’amicizia, le lezioni universitarie dove i docenti non sbagliavano i congiuntivi e non usavano “piuttosto che” con valore disgiuntivo, il fascino degli uomini di sostanza che parlano poco e trasudano tormenti interiori, i quotidiani tra le mani degli universitari, i libri senza centinaia di refusi, il principe costante di Grotowski che non cede mai al ricatto dei persecutori. Ma soprattutto, al di là di qualunque realtà storica, ho immaginato il sessantotto come un tempo in cui le persone, o almeno alcune, la maggioranza, fossero un tutt’uno con la propria volontà. 

 

E tuttavia, l’idea che la volontà si possa afferrare per le corna e trascinarla in una direzione ben precisa adesso fa ridere, io non riesco più ad associarla agli eroi, ma all’ottusità di certi giovani politici populisti. Eppure smaniamo per procurarci proprio una simile ottusità, perché gli anni in cui siamo cresciuti ci hanno logorati e continuano a farlo. Nelle arti e nella letteratura ci siamo sforzati di caratterizzare con la massima precisione l’inferno, di denunciare con livore o con sarcasmo i limiti del mondo che il mondo stesso ci ha rovesciato addosso, la poesia è diventata impossibilità a dire, la parola balbettìo, il suono rumore, la drammaturgia frammento. Ma adesso aspettare Godot non produce più significato. Siamo in preda alla stanchezza del sentirsi perennemente cadere all’indietro, frustrati come lo è chi, in un tempo in cui tutto è dichiarato possibile, raggiungibile, a portata di mano, sente di non avere nessuna possibilità, di non-essere-in-grado-di-poter-fare. In un romanzo apparso un paio di anni fa intitolato Italia in autunno, Nicola Barilli, scrittore nato nel 1977, racconta straordinariamente bene la frustrazione quasi grottesca del ritrovarsi a fare i conti con l’idiosincrasia tra la convinzione che il nostro futuro dipenda da noi e dalla nostra forza di volontà, e il dato di fatto che la nostra volontà non è più così solida e il mondo non è più così tanto a misura della nostra forza di volontà. Se è vero che il sessantotto, dopo cinquant’anni, scatena in chi non c’era una nostalgia di energia trasformativa, è vero anche che non si può cancellare quello che c’è stato dopo. D’altronde la tabula rasa non è mai esistita: si comincia da quello che c’è e si prova a farne qualcosa di meglio per chi verrà dopo, volgendoci indietro verso chi ci ha preceduto, ogni tanto, per ispirarci e farci coraggio. 

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