Fascismo o Destra Radicale?

Scrive a un certo punto Enzo Traverso, nella sua interessante riflessione su I nuovi volti del fascismo (ombre corte, Verona 2017): «Credo che la minaccia totalitaria che si sta profilando, non abbia nulla a che fare con la rivoluzione comunista o fascista, ma piuttosto con la cancellazione della politica attuata da un processo globale di reificazione del mondo: un mondo nel quale tutte le relazioni sociali e umane diventano puramente mercantili, dove i nostri comportamenti e i nostri desideri sono modellati dal mercato». Effettivamente, la bislacca discussione in corso su «fascismo sì, fascismo no», ovvero «torna, non torna», se viene condotta in maniera del tutto avulsa dalla riflessione sui mutamenti culturali e identitari intervenuti nelle società post-fordiste, così come con la consunzione del bipolarismo geopolitico tra il 1989 e il 1991, rischia di rivelarsi come quella margherita alla quale si sottraggono, uno ad uno, i tanti petali, senza però addivenire ad alcuna decisione o conclusione di merito.

 

Con lo sgradevole riscontro, inoltre, che il fiore era già appassito in origine, quindi non potendo offrire nulla di sé, a prescindere. In altre parole, un tale confronto si rivela pressoché privo di qualsiasi riscontro con i dati di fatto perché i fatti concreti sono altri da quelli ossessivamente menzionati o fantasiosamente immaginati. Per essere chiari: il fascismo storico è morto, ancorché la sua salma ingombrante risulti a tutt’oggi insepolta. Il fascismo regime è terminato prima ancora del 1945, per via dell’inglorioso ma efficace colpo di mano della monarchia, che lo privò della residua legittimità istituzionale, laddove quella sociale era già venuta meno, mentre quella politica sarebbe clamorosamente franata con la successiva evoluzione, repentina, clamorosa e convulsa, degli eventi. L’esordio del neofascismo data infatti all’esangue ma comunque ferina Repubblica sociale italiana, parentesi accessoria e brutale non tanto di quello che restava del Ventennio mussoliniano bensì del ben più ampio calco ideologico conosciuto come «Nuovo ordine europeo», in un Continente all’epoca piegato alla Germania nazista.

 

I seicento giorni dell’effimera collaborazione erano già un “altro” da quello che, con la fine del 1922, si era andato determinando nel nostro Paese. Non una radicale differenza bensì uno scenario dove ai velleitarismi e all’auto-apologia di venti anni di regime si sostituiva il ritorno alle radici del fascismo primigenio, fondato essenzialmente sul binomio tra violenza criminale e volontarismo vittimistico. La cupezza e il livore che caratterizzarono quella triste parabola non a caso sono rimasti a suggello dell’identità di chi sarebbe arrivato dopo, a svolgerne il ruolo di epigono. A fare dall’estinzione, nella primavera del 1945, degli ultimi aneliti repubblichini, si aprì quindi un periodo di interregno nel quale il fascismo sopravvissuto dovette rigenerare le ragioni della sua residuale esistenza. La sconfitta, infatti, si era consumata su tutta la linea. Era un intero modello a essere collassato, implodendo su se stesso. Il regime non c’era più ma neanche il neofascismo come movimento politico di mobilitazione, così come aveva invece cercato di presentarsi agli italiani – in ciò poco o nulla creduto – dopo la catastrofe dell’8 settembre. Lo smarrimento tra le file fasciste, infatti, derivava non solo dall’esito della guerra ma anche dall’estinguersi delle ragioni stesse che, più di vent’anni prima, avevano portano alla nascita e alla diffusione a livello continentale di quell’esperienza.

 

Il conflitto sociale – della cui neutralizzazione il mussolinismo si era attivamente incaricato, ricevendo un’ampia delega in tal senso dalle classi dirigenti liberali – tornava ora alla sua piena e spontanea manifestazione, venendo addirittura riconosciuto, e quindi incorporato, come tratto fondamentale delle nuove Costituzioni. La vera connotazione antifascista della medesima Carta fondamentale italiana, infatti, non riposa nel richiamo a generici valori di principio (che pur si danno ma per essere inverati nella dimensione programmatica del testo), e ancora meno nella disposizione che vieta tassativamente la ricostruzione del partito fascista sotto qualsiasi sembiante, bensì nell’investitura di una piena dimensione sociale della democrazia. La qual cosa costituisce, a tutt’oggi, l’esatto opposto del fascismo di sempre, quello che coniuga l’individualismo asociale all’uniformazione omologante. Poste queste premesse, quindi, per l’identità fascista non poteva che trattarsi di un collasso sistemico e sistematico. Tuttavia, se questo era il quadro politico di riferimento, il suo calco profondo, a tratti quasi antropologico, non ne era invece per nulla cancellato. E neanche troppo scalfito. Se con esso, infatti, si intende un criterio di nazionalizzazione delle masse basato sull’autoritarismo spinto, fino al punto da annichilire il diritto alla soggettività individuale, la guerra non ne aveva fatto definitiva giustizia.

 

 

Ne usciva certamente ridimensionata l’idea che l’individualità dovesse rimanere modellata sulla scorta di un’adesione passiva a dei paradigmi vincolanti, perlopiù basati sul rimando alla necessità di omologarsi al gruppo degli identici; quindi stigmatizzando, discriminando e annientando il «diverso da sé», quest’ultimo tale poiché perturbante di un’idea interiorizzata di ordine sociale come fatto «naturale». Il grande avversario del fascismo, il pluralismo, era ora inserito nei dispositivi costituzionali così come nel concreto agire politico. Ma rimaneva l’immediata identificazione tra autorità e autoritarismo, tra protezione e conservazione, tra bisogno e dipendenza, tra sicurezza e conformismo. Non si trattava, né si tratta, di temi strettamente fascisti. Semmai era la loro declinazione a prestarsi alle piegature disegnate precedentemente dal regime mussoliniano. La vicenda del Fonte dell’uomo qualunque, di Guglielmo Giannini, la meteora del firmamento politico italiano che in soli tre anni diede fuoco alle polveri del mortaio populista, era un indice in tale senso. Detto questo, tuttavia, a lungo l’«essere fascista», ovvero il dichiararsi apertamente tale, implicò una dimensione non di dissidenza bensì di marginalizzazione dalla dialettica politica. Non si trattava del risultato di una esclusione istituzionalizzata – come i neofascisti hanno invece ripetutamente reclamato, riformulando in tale modo l’auto-vittimizzazione come risorsa di accreditamento nell’agone pubblico – bensì della strada della ghettizzazione identitaria, l’unica possibile per quanti intendessero la politica non come terreno del pluralismo ma in quanto campo di manifestazione esclusiva della propria essenza.

 

Per molto tempo, infatti, e almeno fino agli anni Settanta, al netto delle ripetute compromissioni e delle diffuse collusioni del Movimento sociale italiano in alcune pratiche di sottogoverno, il neofascismo militante scontò tale condizione di relativa auto-neutralizzazione. La dimensione del «mito incapacitante», ossia di una condizione che conteneva in sé la negazione della politica, altrimenti ridotta a proscenio per l’auto-rappresentazione mitografica (tra eroismo e martirio), se forse funzionò per corroborare la «strategia della tensione» e lo scontro frontale contro il «comunismo», non si tradusse in una capacità attrattiva in grado di andare oltre il recinto dei vecchi legami e degli assensi già fidelizzati. L’«arco costituzionale» immunizzava non tanto attraverso l’interdizione, peraltro scarsamente praticata dalla sanzione penale, quanto rendendo operativo il campo della politica come luogo della differenziazione e, al medesimo tempo, terreno della mediazione.

 

Elementi che erano all’esatto opposto della granitica identità neofascista. Non è quindi un caso se il punto di rottura sia dettato dal declino e poi dall’estinzione, tra gli anni Ottanta e il decennio successivo, proprio di quell’accordo che aveva originato gli equilibri non solo istituzionali, ma anche culturali e sociali, che erano alla base della cosiddetta «Prima Repubblica». A sancire questo nuovo stato di fatto fu, tra le altre cose, la reintroduzione e la rilegittimazione del razzismo nella discussione politica. Non era un aspetto epifenomenico come, invece, molti credevano all’epoca. Così con la Lega di Umberto Bossi ma, più in generale, con il numero crescente di soggetti politici che cercavano affannosamente di occupare l’area di un elettorato al medesimo tempo conservatore e intimidito dai mutamenti, soprattutto in assenza del vecchio contenitore del partito di massa centrista. Il razzismo, infatti, è a tutt’oggi parte fondamentale e imprescindibile del dispositivo fascista, costituendo la metodologia (ben più che l’ideologia) attraverso la quale dare l’idea di una capacità di governo della complessità dei processi collettivi nel loro divenire. Se il fascismo non è del tutto comprimibile nella sola narrazione razzista è non meno vero che il razzismo porta con sé sempre e comunque una visione fascistizzante delle relazioni sociali.

 

Anche in questo novero persistente, in una tale tradizione si inserisce quindi quello che lo stesso Traverso definisce come «post-fascismo», ossia il fascismo in assenza di se stesso, poiché articolato sulla base del superamento dei suoi modelli storici. La sfida comune per la composita compagine del radicalismo di destra europeo è, infatti, la capacità di dare una forma – e quindi dei nomi – al drastico cambiamento introdotto dai processi della quarta globalizzazione, quella che si sta manifestando a partire da quattro decenni, surrogando inoltre le ideologie politiche (tra cui anche lo stesso fascismo storico, rigidamente statolatrico) inabissatesi nel mentre. E siamo quindi all’oggi. La capacità attrattiva dell’estremismo fascistizzante sta nel suo essere, al medesimo tempo, camaleontico e opportunista. Sono le due più importanti risorse di chi si adatta alle circostanze date, simulando un conflitto di principio quando, invece, cerca perlopiù di sondare le possibilità di un suo consolidamento all’interno dell’architettura preesistente di poteri e interessi corporati. In altre parole, quando non intendendo metterne in discussione l’intelaiatura si pone tuttavia l’obiettivo di piegarla a proprio beneficio. Ciò facendo, assume una natura mutevole e oscillante, pienamente in accordo con l’attuale regime di storicità, caratterizzato da una propensione al mutamento persistente. L’adattamento alla condizioni date, quindi, contribuisce a spiegare il contenuto ideologico fluttuante, instabile e a volte contraddittorio delle enunciazioni, comunque formulate sempre in forma apodittica e ultimativa.

 

Il rimando alla lotta «contro il sistema», già appartenuto al neofascismo, continua a essere un elemento imprescindibile nell’arsenale del radicalismo poiché permette di rivendicare una propria alterità, senza dovere in alcun modo specificare in che cosa dovrebbe consistere un progetto politico che vada oltre alla mera contrapposizione rispetto allo stato di cose esistente. All’interno di questa cornice si inserisce, ora più che mai, la lotta al «mondialismo». Il termine, di derivazione francese, viene utilizzato per identificare i tratti maggiormente aborriti dei processi in corso: la commistione tra «etnie», l’espropriazione delle identità territoriali, la pauperizzazione delle società locali. Una tale lotta si basa sull’unione di due spinte. Da una parte il ricorso alla teoria della «sostituzione», ossia la denuncia del mutamento demografico indotto con le immigrazioni a esclusivo danno degli autoctoni. La cornice è il ribadire la necessità di contrastarlo per reimpossessarsi del controllo del territorio, ristabilendo dei nessi di vicinanza e di reciprocità che la globalizzazione ha invece cancellato. Dall’altro, la lotta contro le élite mondialiste che, avvantaggiandosi del controllo dei flussi sia migratori che finanziari, soggiogherebbero – ancora di più di quanto non sia avvenuto nel passato – i «popoli» autentici, questi ultimi intesi come aggregati monoetnici, quindi tendenzialmente astorici.

 

Non è un caso, pertanto, se l’attenzione della destra radicale si sia sempre più spesso orientata, un po’ in tutta l’Europa, dalla «nazione», così come ancora veniva chiamata negli anni Settanta la dimensione razziale della socialità, all’«identità nazionale». Lo scarto, lo spostamento non sono solo lessicali ma rimandano al fatto che mentre nel primo caso si trattava di difendere qualcosa di già esistente oggi, per la destra estrema, la sfida si consuma invece sul piano della ricostruzione di un tessuto alterato e mutato dalle trasformazioni nel mentre intervenute. La piattaforma minima è quella che va da una xenofobia istituzionalizzata, edulcorata e annacquata nelle sue forme più dirette e immediate affinché diventi il terreno sul quale sfidare le altre forze politiche in una lotta continua sulla formazione del giudizio di senso comune, a un nazionalismo antieuropeista che promette il ritorno della prosperità dei tempi dell’industria manifatturiera. Ancora una volta il sillogismo di fondo lega «protezione» a «sicurezza» e quest’ultima a «identità». Si tratta di contenitori vuoti di autentici contenuti ma riempiti all’inverosimile dell’angoscia dei ceti sociali in crisi di ruolo e di riconoscimento politico.

 

Ciò che ne deriva, infine, è lo spostamento dell’asse dalla cittadinanza sociale a quella etnica, che è poi il vero terreno sul quale si giocherà, nei tempi a venire, il confronto egemonico per la costruzione del senso comune. I fatti di Macerata, ultimi di una serie oramai lunga, si stanno incaricando di dimostrarlo. «Ce n’est qu’un début, continuons le combat!», si sarebbe detto da ben altre parti, in un passato prossimo che appare invece come sempre più remoto. La destra radicale si sta facendo movimento, trovando dinanzi a sé insperate opportunità. Poiché si presenta, allo stato attuale delle cose, come l’unico antagonista a quella libertà del liberista della quale molti non sanno assolutamente cosa farsene, dal momento che non conoscono alcuna direzione futura verso la quale volgere lo sguardo con serenità.

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