Feudalesimo universitario

L’ampia eco mediatica data all’arresto di sette docenti universitari in Diritto tributario, per aver truccato concorsi, rischia di indurre nel pubblico una falsa immagine dell’università italiana: fa pensare che la falsificazione dei concorsi accademici sia una rarità, mentre in realtà è la regola. Chiunque (come me) conosca un po’ il mondo accademico sa bene che i concorsi all’Università e in molti istituti di ricerca sono quanto più lontani dall’accertamento del merito. E questo specialmente nelle facoltà più corrotte, Medicina e Giurisprudenza. Il sistema semi-feudale della cooptazione degli accademici è la spia della mediocrità del sistema universitario e scientifico italiano. Per capirci però qualcosa occorre sgombrare il campo da un certo fake knowledge.

 

Intanto ci si lamenta che molti studiosi italiani se ne vadano a far carriera in Gran Bretagna, Germania, Francia o Svizzera. In paesi che appartengono o sono appartenuti all’Unione Europea, o sono stati cooptati da essa. Questo dimostra lo scarso spirito europeista di questi commentatori: l’Unione Europea non era stata fatta proprio per far circolare facilmente non solo i lavoratori, ma anche gli intellettuali? 

 

Si parla sempre della produzione scientifica di un paese come di un vantaggio e mai anche come di un costo. A parte le scoperte che riguardano direttamente la sfera militare e che quindi restano segrete, una scoperta scientifica e un’invenzione tecnologica sono patrimonio di tutta l’umanità, e conta in fondo poco dove sia stata fatta. L’invenzione del cinematografo in Francia non ha impedito poi a Hollywood di diventare la maggiore macchina di produzione di merce filmica. Il fatto che la meccanica quantistica sia stata creata soprattutto da scienziati tedeschi non ha avvantaggiato specialmente la Germania (anzi, la prima bomba atomica è stata costruita dagli americani, per fortuna, non dai tedeschi). In effetti, produrre un premio Nobel è molto costoso, perché per uno che vince il Nobel altri cento ricercatori non sono riusciti a scoprire granché. Ogni paese dovrebbe chiedersi piuttosto: Quanto io paese sono disposto a spendere per contribuire al progresso scientifico e culturale dell’umanità? Un po’ come ogni paese deve chiedersi quanto voglia contribuire agli aiuti per le nazioni povere.

 

È vero che molte scoperte si concretizzano in brevetti. Ma non è detto che chi usufruisce degli introiti di un brevetto viva dove ha inventato la cosa brevettata. Può darsi che un italiano scopra e brevetti qualcosa negli USA e che poi se ne vada a vivere in Cina, paese dove riceverà i soldi del brevetto.

Comunque, università e istituti di ricerca italiani attraggono ben poco studenti e ricercatori stranieri. Evidentemente perché abbiamo un insegnamento superiore di basso livello, comunque poco prestigioso. Secondo la classifica THE delle migliori università nel mondo, due sole università italiane appaiono nella classifica delle prime 200, entrambe a Pisa: la Scuola Superiore Sant’Anna (155a) e la Scuola Normale di Pisa (185a). Contro le 62 università statunitensi, le 31 britanniche, le 20 tedesche, le 13 olandesi, le 8 australiane, le 7 svizzere, le 4 belghe… che appaiono tra le prime 200. 

 

Abbiamo anche un tasso molto basso di persone (tra 25 e 64 anni) che hanno completato la loro educazione terziaria: solo il 17% (nel 2014). Contro il 54% del Canada, il 48% del Giappone, il 44% degli USA, il 42% della Gran Bretagna, il 35% della Spagna, il 32% della Francia, il 27% della Germania. Si laureano più di noi anche i portoghesi (22%) e i greci (28%). Insomma, insegniamo male a poche persone. Tra i paesi sviluppati, siamo tra i meno colti. Siamo tra gli ultimi posti anche nella Ricerca & Sviluppo. E siamo solo decimi (nel 2015) per numero di brevetti, dopo – nell’ordine – Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud, Germania, Taiwan, Cina, UK, Francia, Canada. E a grande distanza da essi. 

 

Si dice che questa nostra mediocrità dipenda dal fatto che spendiamo poco per l’istruzione e per la ricerca. E in effetti spendiamo per l’educazione in generale il 4,08% del PIL, contro il 5,73 del Regno Unito, il 5,49 della Francia, il 5,39 degli USA, il 5,28 del Canada, il 4,95 della Germania, il 4,27 della Spagna.  Che spendiamo meno di quanto potremmo, è bene illustrato da questo grafico sui paesi OCSE:

 


La linea mediana centrale segna la congruenza tra il PIL pro capite dei vari paesi e le loro spese per l’istruzione universitaria. I paesi che si trovano sopra questa linea sono quelli che spendono oltre questo livello, insomma sovra-investono nell’istruzione terziaria; i paesi che si trovano sotto questa linea sono quelli che sotto-investono nell’istruzione terziaria. Come si vede plasticamente dal grafico, i paesi che spendono di più per l’istruzione rispetto alla loro ricchezza sono Regno Unito, Stati Uniti e Svezia, che ottengono anche i risultati più lusinghieri in termini di qualità riconosciuta dell’insegnamento superiore. L’Italia invece appartiene al plotone dei paesi che sotto-finanziano l’istruzione superiore, assieme a Corea, Islanda, Irlanda e Austria. Dovremmo quindi dedurne che in Italia dovremmo spendere di più per l’istruzione.

 

 

Ma basta spendere di più per avere un paese più colto? Il Giappone, ad esempio, spende meno di noi (3,95% del PIL), ma con risultati molto migliori dei nostri. Certamente sarebbe fondamentale investire più danaro nell’istruzione, ma il punto è come spendere questo danaro.

 

Occorre premettere un discorso di sfondo, altrimenti si finisce nella triviale polemica giornalistica. 

Chi è abituato a leggere statistiche e cifre di ogni tipo, sa bene che i paesi del mondo possono essere catalogati per rango. Il rango di un paese è determinato da una serie di fattori fondamentali, che di solito tutti, di sinistra o di destra o di altro, consideriamo positivi. Il rango di un paese è tanto più alto quando rispetto agli altri paesi:

 

- Ha un maggiore livello culturale (migliore istruzione, più laureati, migliore risposta degli studenti ai test di capacità in lettura scienze e matematica)

- Si leggono più libri e media che altrove

- Ha il PIL pro capite più alto e minore disoccupazione

- Ha il sistema sanitario più efficiente e più accessibile a tutti

- Gode di una maggiore eguaglianza di genere, più donne lavorano, più donne in posizioni dirigenziali

- Ha più alta speranza di vita, minore mortalità infantile

- Il più alto indice di democrazia e di libertà dei media

- Maggiore produttività e competitività in campo economico

 

Ora, un paese di solito – a parte alcuni aspetti che possono divergere – è facilmente assegnabile a un rango perché tutte queste qualità si raggruppano più o meno allo stesso livello per ogni paese. Se un paese è di quinto rango, mettiamo, per eguaglianza di genere, sarà di quinto, o tutt’al più di quarto o sesto, in tutti gli altri aspetti. Ad esempio, Italia e Spagna appartengono allo stesso rango, anche se per certi aspetti l’Italia supera la Spagna e in altri è il contrario. 

 

Ora, anche per quel che riguarda il suo sistema educativo, l’Italia conferma il proprio rango: ovvero risulta tra gli ultimi paesi OCSE, e supera sistematicamente Grecia, Cipro, Romania, Bulgaria e Malta. Insomma, l’istruzione superiore e la produttività scientifica fanno parte di un “sistema paese”, e tendono a essere in linea con gli altri aspetti di questo stesso sistema. Del resto, abbiamo ranghi diversi all’interno di uno stesso paese. In Italia, come è noto, in tutti questi aspetti troviamo ai primi posti le regioni del Nord, al centro quelle del Centro, e agli ultimi le regioni del Sud e le Isole. 

 

Sarebbe davvero ingenuo pensare che il rango di un paese è determinato solo da scelte politiche, insomma, dalla qualità od onestà dei suoi politici. La teoria dei sistemi – il modo più intelligente di guardare alla realtà sociale – ci insegna che la politica non è qualcosa al di fuori del sistema sociale, ma è parte di esso. Anche nel senso che, se un paese è di basso rango, i suoi politici saranno di bassa qualità in linea col rango del paese. Del resto i politici sono eletti dai cittadini, i quali così esprimono quello che sono. Se un paese è relativamente ignorante e corrotto come il nostro, esprimerà dei politici relativamente ignoranti e corrotti. Ma esprimerà anche dei professori universitari relativamente ignoranti e corrotti. Siamo propri sicuri che abbiamo così poche università eccellenti solo per colpa dei politici che non danno abbastanza fondi?

 

Significa questo che non c’è speranza nell’azione politica? Non tanta speranza quanto ci vuol far credere la demagogia. Ma significa che bisogna agire mirando a salire di rango, per dir così, in tutti gli aspetti fondamentali della vita, e non solo attraverso la politica. Per esempio, i paesi del Nord Europa (paesi scandinavi, Germania, Olanda, più Australia e Canada) occupano i primi ranghi in assoluto nel mondo. Ma non sono stati sempre così. Un tempo la Scandinavia era la parte depressa del continente. Poi queste società sono cresciute e sono divenute le prime al mondo, ma non grazie a politici geniali: hanno prodotto poco a poco i politici che meritavano. 

 

La teoria dei sistemi complessi non ci permette di dire da dove bisogna cominciare per far salire una nazione di rango. Di solito si pensa che occorra partire dalla politica, ma non è affatto detto. In un sistema ogni ambito – come l’istruzione – è condizionato da tutti gli altri. Ma ciascuno, nel proprio piccolo e nel proprio campo, può provare a cambiare le cose.

 

Che cosa si dovrebbe fare allora nell’istruzione per aiutare l’Italia a salire di rango? Certamente si dovrebbe spendere di più, abbiamo detto, anche senza arrivare alle vette di UK, USA o Svezia. Ma non basta. È la struttura dell’insegnamento superiore che dovrebbe cambiare.

L’istruzione universitaria svolge di fatto tre funzioni fondamentali ma distinte. Una è quella di fornire un sapere professionale specifico – cosa che fanno soprattutto facoltà come ingegneria o medicina o giurisprudenza.  Un’altra è quella di elevare il più possibile il livello di cultura della massa: per questa ragione più laureati ci sono in un paese, più esso ne mena vanto. Il famoso slogan di Tony Blair – “Education, education, education” – significava appunto questo: per far fronte alla competizione crescente dei paesi in via di sviluppo, noi paesi più industrializzati dobbiamo puntare al massimo sul capitale umano, cioè su un livello elevato di istruzione.

 

La terza funzione è quella di dare un’istruzione speciale ai più dotati, a chi è capace di prestazioni scientifiche o culturali di alto livello. Ora, una certa demagogia egualitaria in Italia nega questa terza funzione, che invece viene esaltata nei paesi con maggiore produttività scientifica. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – ma anche in Francia con le Grandi Scuole – c’è una gerarchia tra gli istituti universitari; non tutti possono entrare a Oxford e Cambridge, non tutti ad Harvard e Stanford, non tutti all’Ecole Normale Supérieure francese. Ovvero, per accedervi occorre superare una selezione. E in effetti in America non si chiede a una persona “In cosa hai la laurea?” bensì “Dove hai preso la laurea?” L’importante è il livello di istruzione che hai avuto, non tanto in che cosa. L’importante è aver imparato a imparare. Mi capita talvolta di incontrare dirigenti di banca o manager di grandi aziende americani che hanno magari un degree in sinologia o in teologia o in letteratura americana, ma quel che conta è che lo abbiano preso a Yale o alla Columbia, università Ivy League. Allo stesso tempo però gli Stati Uniti forniscono una laurea al 44% della popolazione adulta, mescolano insomma un approccio democratico e uno aristocratico. 

 

È vero che le università americane più prestigiose – quelle cioè che selezionano accuratamente i loro studenti all’entrata – sono molto care. Ma quando uno studente è ammesso in un’università prestigiosa, gli si aprono tutte le porte davanti: potrà avere una borsa di studio che gli pagherà le tuitions, gli sarà facile avere un prestito quarantennale a tasso ridotto, ecc. 

 

La polemica sul numero chiuso delle facoltà è quindi completamente mal posta. Perché se si pensa che la funzione dell’università sia quella di far crescere il livello culturale medio, il numero chiuso è un controsenso. Ma se si pensa che la funzione dell’università sia di fornire una formazione di altissima qualità, allora il numero chiuso è un’assoluta necessità. Ora, sarebbe ora di capire che questa duplice funzione non può essere svolta da una stessa facoltà! Occorre distinguere facoltà di élite (a numero chiuso) e facoltà per tutti (aperte). 

 

Mi sembra già di sentirli gli oppositori: “Così si creeranno università di serie A e università di serie B!” Ma certo, i paesi che hanno il maggiore potere scientifico nel mondo, in tutti i campi, hanno università di serie A, di serie B, e anche di serie C. Volere che le università siano di altissima qualità e che allo stesso tempo siano aperte a tutti è volere la botte piena e la moglie ubriaca.

 

Si dirà: che valore sul mercato del lavoro potrà avere una laurea di serie C? Certo di più che non avere alcuna laurea. Il fatto che molte aziende prendano solo laureati per certe mansioni non è dovuto al fatto che l’università abbia dato loro un sapere professionale specifico. Ogni grande azienda sa che il vero sapere professionale si acquisisce lavorando, in loco. Ma avere una laurea è segno che quella persona è riuscita a portare a termine qualcosa nella vita. Che si è fatta valutare da professori e che questi l’hanno promossa. Avere una laurea è un marchio psicologico, non prova di chissà quale sapere (tranne che nelle facoltà strettamente professionalizzanti).

 

Ne discende l’eliminazione del valore legale del titolo di studio, che del resto fu già proposto in tempi non sospetti, negli anni 70. Con questa abolizione, si verrebbe assunti non sulla base del pezzo di carta, ma sulla base delle proprie effettive capacità, sulla base insomma di quello che si sarà davvero imparato. Sarebbe quindi interesse di ogni università alzare il livello della propria offerta formativa per immettere sul mercato dei laureati in grado di trovare lavoro qualificato.

 

Se fossi ministro dell’istruzione, cercherei di creare in Italia alcuni centri universitari di massima eccellenza – e non solo a Pisa – con corsi interamente in inglese, e offrendo lauti salari a esperti di ogni paese per attrarli in Italia. E allo stesso tempo – scelta non contraddittoria – cercherei di allargare il numero delle università minori in modo da incoraggiare tanti a intraprendere un percorso universitario.

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