Fotografia contemporanea in Bénin

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Si è da poco conclusa la prima edizione del Mois de la Photographie a Cotonou, dove negli spazi dell'Institut Français è stato presentato il lavoro di quattro autori beninesi e francesi accomunati dalla tematica del Bénin contemporaneo: Laeïla Adjovi, Léonce Agbodjelou, Jean-Jacques Moles, Catherine Laurent. L'esposizione ha riguardato una scena ancora poco conosciuta, a paragone con quelle più note e consolidate di paesi come la vicina Nigeria, e soltanto ultimamente sulla via di una presa di coscienza delle proprie (notevoli, a giudicare dalle immagini in mostra e da altri progetti) ricchezze e potenzialità. Sul piano generale delle arti e della cultura, a questo processo contribuiscono in maniera importante l'Institut Français, storica rappresentanza della cultura d'Oltralpe all'estero , e la locale Fondation Zinsou, la quale, oltre che nel campo delle arti visive, opera nella promozione della lettura attraverso un sistema di biblioteche anche ambulanti disseminate in tutto il paese.

 

Accostati e incrociati, gli sguardi dei quattro fotografi – in mostra a Cotonou tra gennaio e marzo di quest'anno – restituiscono l’immagine di un paese in bilico tra passato e futuro, tra sicurezze della vita comunitaria tradizionale e sfide della libertà individuale, tra le sopravvivenze di una memoria profonda e stratificata (l’antico regno del Dahomey, le colonizzazioni portoghese e francese, il voodoo e la tratta degli schiavi a Ouidah, la cultura afrobrasiliana di Porto Novo, l’esperimento comunista della «Cuba d’Africa» tra gli anni Settanta e Ottanta) e le pressioni di una modernità ambivalente (l’ingombrante “tutela” dell’antico colonizzatore francese, la violenza a sfondo religioso nei vicinissimi Nigeria e Burkina-Faso).
Luogo comune e terreno di incontro/scontro di queste tensioni è il corpo, che nella serie La Figure du clan [Il volto dei clan] la franco-beninese Laeïla Adjovi ritrae nella pratica tradizionale delle scarificazioni.

 

 

La tematica aveva già attirato l’attenzione di un’altra figura della scena fotografica beninese, Erick Ahounou, che all’inizio degli anni Duemila aveva avviato un progetto di classificazione delle scarificazioni in forma di atlante visuale, replicando, forse ironicamente, l’approccio dell’etnografia positivista. Più marcata è la presa di distanza da questa prospettiva oggettivante in Adjovi, che si richiama piuttosto, anche stilisticamente, al reportage dell’età dell’oro dell’etnografia (Malinowski, Boas, Lévi-Strauss). Al centro del suo discorso sta la soggettività, nell’adesione o nel rifiuto di marche di appartenenza comunitaria che si iscrivono indelebilmente nel corpo e specialmente sul volto, luogo deputato del riconoscimento individuale; l’atto fotografico è concepito come ascolto, che le didascalie con le riflessioni dei soggetti ritratti hanno la funzione di ricapitolare, accanto a un’immagine consapevolmente concepita come esito di un forse più decisivo processo di relazione.

Con analogia dal significativo valore transculturale (De humani corporis fabrica è il titolo del primo trattato moderno di anatomia [Andrea Vesalio, 1543]), Adjovi osserva e ritrae, sulle pareti in mattoni di terra delle abitazioni dei soggetti ritratti, gli stessi segni e pattern formali incisi sui volti: la casa come corpo del clan, organismo generatore che imprime il proprio marchio su corpi meno durevoli.

Anche il fotografo-viaggiatore Jean-Jacques Moles si interessa al gioco di interferenze tra corpo comunitario e corpo individuale nella serie Aux Portes du Bénin.

 

 

Lo incontriamo all’ombra della grande paillote dell’Institut Français, da cui si vedono le grandi stampe dei suoi ritratti in bianco e nero disseminate per il giardino-palmeto. Ci racconta della corrispondenza a lungo intrattenuta dalla moglie Chantal, attivista di Amnesty International, con Louis, un detenuto per reati d’opinione durante il periodo comunista, dell’amicizia che ne è nata e degli ormai frequenti soggiorni nel villaggio di Adanhondjigon, a pochi chilometri di pista sterrata dalla reale Abomey, dove Louis è ritornato dopo il rilascio. Moles ritrae i suoi soggetti davanti alla porta di casa, la cui facciata è spesso incisa con motti e aforismi ispirati dalla saggezza tradizionale o dalla religione.

 

Qui il corpo individuale sembra letteralmente incarnare l’edificio della tradizione, ma la scena è sottilmente inquietata da un elemento dipendente dalla tecnica adottata. Moles scatta rigorosamente in analogico con una macchina panoramica posizionata verticalmente; nelle stampe raccolte in un elegante portfolio, accompagnato da un evocativo testo dello scrittore beninese Florent Couao-Zotti, le scritte incise in bianco sugli intonaci scuri appaiono come graffiate sulla superficie del negativo, suggerendo, nell’apparente scarto tra immagine e supporto, uno scarto di ordine esistenziale, una possibile non perfetta aderenza tra individualità singolare e massima universale. Altri edifici, ma disabitati e ossessivamente colti nel dettaglio, sono il soggetto della ricerca di Catherine Laurent, francese da tempo trapiantata a Porto Novo.

 

 

Sono le dimore costruite da schiavi affrancati provenienti dal Brasile e insediati nel primo lembo di terra d’Africa su cui toccarono terra, stupefacenti opere eclettiche in cui elementi dell’architettura coloniale portoghese si fondono con quella degli occupanti francesi. Da tempo in disfacimento per l’abbandono e l’implacabile opera dissolutrice dell’umidità, sono rovine di un sogno di uguaglianza, e forse di rivalsa, che il presente ha tutta l’aria di voler smentire; ma i ciuffi di parietaria e le erbacce (in francese suonano herbes folles…), su cui indugia lo sguardo malinconico di Laurent, sembrano voler suggerire, contro ogni evidenza, un altro possibile finale. A Porto Novo vive anche, in una di queste case, Léonce Agbodjelou, figlio di un celebre esponente della studio photography dell’Africa Occidentale e ricercata presenza nelle più sofisticate gallerie di Londra e New York. A Cotonou ha portato le Demoiselles de Porto Novo, rivisitazione postcoloniale di un capolavoro dell’età del trionfo dell’art nègre

 

 

Qui l’omaggio ironico a Picasso, straniato negli interni della casa del fotografo, si condensa nel tema della nudità femminile; e se è vero che le maschere che coprono i volti delle modelle ne riducono i corpi a oggetto, nel contempo da esse promana l'energia di misteriose, irriducibili potenze.

Fuori dalla cinta del parco dell’Institut Français, unico spazio verde pubblico di Cotonou, la città (la più popolosa del Bénin, con oltre settecentomila abitanti) brulica di corpi, soprattutto di giovani. Dall’alba al tramonto, quando le torce dei distributori abusivi proiettano sulla strada il riflesso verde dei boccioni di vetro pieni di benzina, ogni corpo trasporta cose, progetti e memorie: sui bus stipati fino sul tetto, sui motori ansimanti dei mototaxi che intasano il traffico come insetti impazziti, a piedi sul fondo malcerto delle lastre di copertura degli scarichi ai lati delle vie polverose.

Sono questi corpi i protagonisti della scena fotografica beninese, assai viva anche nelle sue esperienze off: come nei Redresseurs de Calavi di Ishola Akpo,

 

 

progetto dedicato alla palestra in cui tornisce il corpo, per farne allegoria della Giustizia, un gruppo di giovani indignati dal dilagare di corruzione e soprusi; o nelle serie di Sophie Negrier, un’altra émigrée, i cui corpi disabili conosciuti ai semafori presso cui chiedono l’elemosina assumono, nell’assenza di gravità ricreata artificialmente in studio con luci e fondali, un’aria incerta tra le slogature di Bacon e le danze di Matisse.


Traduzione in italiano di Laura Giacalone.


Marco Maggi è docente all’Università della Svizzera italiana e critico fotografico de «L’Indice dei Libri del mese».

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