Freud o l’interpretazione dei sogni

Sembra, in questo nuovo anno, che il teatro torni a interrogarsi sui fondamenti del Novecento. Freud e Marx, il sogno, la scoperta di quella moltitudine interiore che chiamiamo inconscio, e le lotte politiche e sindacali per vincere l’alienazione della fabbrica e creare una società più giusta. Qui parliamo – in questa recensione in prosa, e nei seguenti Pensieri di Giuliano Scabia in righe simili a versi – del primo spettacolo, Freud o l’interpretazione dei sogni, tratto da un “romanzo” di Stefano Massini, lo stesso autore che in Lehman Trilogy aveva narrato le trasformazioni dell’homo oeconomicus nell’epoca dell’apogeo del capitalismo. Di fabbrica, lotte sindacali e utopie politiche novecentesche, ma aperte sull’oggi, tratteremo la prossima settimana prendendo spunto da La classe operaia va in paradiso di Paolo Di Paolo dal film di Elio Petri e Ugo Pirro, nuova produzione Ert con la regia di Claudio Longhi. Nel Freud prodotto dal Piccolo Teatro di Milano che ha debuttato al Tetaro Strehler la scorsa settimana con la regia di Federico Tiezzi viene rovistato nella parte interna, interiore, quello stesso uomo (e la donna) dell’età del capitalismo e del familismo trionfante.

 

Il teatro della psiche (Massimo Marino)

 

Ho virgolettato il termine romanzo a proposito dell’opera di Massini pubblicata da Mondadori perché il termine può apparire impreciso o addirittura riduttivo per una composizione di materiali che hanno sì un filo conduttore forte, ma che toccano con un forte senso narrativo e teatrale, come in Lehman Trilogy, vari registri espressivi e stilistici. Il “romanzo” si intitola L’interpretatore dei sogni ed è dichiarato come un “clamoroso falso letterario”, perché è un rovistare dentro la biografia e la pratica clinica dell’autore della Traumdeutung, libro che rivoluzionò il Novecento e l’idea stessa di identità dell’individuo, per ricostruirne un’immaginaria ma non arbitraria biografia. Lo spostamento che avviene nel titolo dello spettacolo (L’interpretazione dei sogni) dichiara che si tratta di opera che usa i materiali del testo di Massini dando a essi una veste differente, spiccatamente teatrale. Lo stesso Tiezzi e Fabrizio Sinisi firmano “riduzione e adattamento”, scegliendo alcuni dei casi trattati da Massini, ricreando sulla scena la tragedia di un uomo che cerca di decifrare la sofferenza, scoprendo le altre parti che vivono in noi, tacendo in certi momenti, emergendo in altri, arrivando a dominare, a censurare, a straziare con la nevrosi, la psicosi. In scena, come si rivelerà alla fine, è il teatro dell’interiorità più profonda, luogo di drammi, cioè letteralmente di conflitti, spesso insanabili, a volte curabili. Sono scontri drammatici che nello spettacolo portano tra i protagonisti dell’agone contino tra l’Io e le altre sue parti lo stesso inventore della psicanalisi, Sigmund Freud, intento con l’ascolto e la parola, con l’associazione e la metafora, con il transfert e l’implicazione personale a tracciare sentieri nella foresta intricata della psiche.

Non c’è niente di consolatorio nella parola teatro come appare qui alla fine: è un luogo di osservazione. Un luogo, come suggerisce il sipario trasparente ripreso da un’opera artistica di Giulio Paolini per il Parsifal con la regia di Tiezzi realizzato al San Carlo di Napoli, misurabile attraverso le leggi geometriche della prospettiva che poi deflette (o si incista) in un uomo piegato su se stesso. La mano gli copre gli occhi e gli regge la testa, chiamata allo sforzo di quella interpretazione-lotta, di quella Deutung che cerca di riportare alla sponda del senso un mare fatto per nuotare e sprofondare.

 

Ph. Masiar Pasquali.

 

Coppie irrompono sullo schermo volteggiando in un gioioso, inconsapevole valzer dal Pipistrello di Strauss (le opportune scelte musicali sono di Sandro Lombardi), porte si aprono da sole nella bella, cupa scena di Marco Rossi, mostrando all’inizio una sfilata di donne e uomini in rigidi costumi fine Ottocento, mentre risuonano note del primo Schönberg, Verklärte Nacht, in una citazione dell’Austria Felix, pronta ad esplodere nelle cacofonie della guerra e degli atonalismi che la precedono e l’accompagnano, mentre una figura affonda, tra mille bolle, in un gorgo d’acqua... Uomini e donne compunti con teste di coccodrilli, come antiche deità egizie, Sobek o Sebek, come Gertrude in un lontano Scene di Amleto pratese del Tiezzi più visionario. 

Qui il regista sembra dare fondo al suo magazzino dell’immaginario, perché Freud rovista nella facoltà di creare immagini, di condensarle, di spostarle, di governarle o lasciarle agire alla deriva fino a rivelare – all’analisi – qualcosa d’altro. Come la poesia, solo che qui si sta male, si sta compressi da mariti totalizzanti, da padri che pretendono di forgiare i figli secondo i loro desideri, da una società che reprime, ammazza, inculca sensi di colpa.

 

Ph. Masiar Pasquali.


Porte che si aprono, in serie, vuote, come in un vaudeville di Feydeau virato al nero, come nell’inquietante Ispettore generale di Mejerchol’d; porte che espellono dal buio del retropalco in scena perlopiù un caso alla volta, un personaggio col volto imbiaccato, incartapecorito dal male, come chiuso in un involucro, in una crisalide, dalla rigidezza degli abiti. Qualche volta sono in due, un marito oppressivo e una moglie isterica, con i “sogni andati a male”; in certi casi appaiono in scena i colleghi di Freud o la moglie o un misterioso giardiniere dal volto bendato che scopriremo essere controparte del padre e delle sue pretese intimorenti.

Sfilano i casi. Inizia Tessa W., che attraversa tutto lo spettacolo con il suo rifiuto della vita, per avere perso un bauletto pieno di anelli, dichiara: Elena Ghiaurov la fa all’inizio quasi assente, inerte, con le parole che lasciano tra l’una e l’altra abissi, poi sempre più concitata a mano a mano che il rapporto col medico sembra portarla sull’orlo di svelare qualcosa di profondo e intangibile, sino alla rivelazione finale del trauma. Entriamo nei sogni ansiogeni di Wilhelm T., Giovanni Franzoni, che rimane steso alla fine, in luce cianotica, sul lettino; di Greta S., Valentina Picello, magrissima e scavata nel viso, gli occhi due pozze d’acqua nere, che sogna casse di vetro che generano gomitoli... I personaggi appaiono come dal nulla (o dal profondo), si immobilizzano alla fine, quando Freud qualche volta svela il caso, ritornano a volte come fantasmi, si rivelano nel buio del campo lungo, del dettaglio illuminato (le luci espressiviste sono di Gianni Pollini) o in primi piani, dedicati per lo più al medico, su pedanine aggettanti dal palco. 

 

Un altro caso che attraversa lo spettacolo (e il libro) è quello di Ludwig R., un Marco Foschi all’inizio survoltato, poi sempre più guidato per mano da Freud, che per esplorare il suo abisso inventa trucchi, si confessa, mette se stesso in gioco, simulando sogni da vignette del giornale, per costringerlo a rivelarsi. Sono manichini, spesso, questi pazienti cui il male ha tolto la voglia di vivere. Vittime. Come Elga K., scortata all’inizio dal marito, un commerciante di stoffe che rompe il grigiore degli abiti con mani in guanti rossi (i costumi sono di Gianluca Sbicca). Si chiama Oskar K., controlla Elga, la guida: e scopriremo essere lui causa di molti suoi traumi, insieme a un altro, inconfessabile come la morte di un figlio. In questo marito-padrone Freud specchierà il proprio padre, commerciante di stoffe come lui, “uomo di banco”, padre-padrone (i due interpreti sono una densa Sandra Toffolatti e un incombente Umberto Ceriani). 

 

Fabrizio Gifuni e Elena Ghiaurov, ph. Masiar Pasquali.


I sogni a volte devono essere scomposti nei loro elementi. E appaiono trascritti in alto, in lettere al neon colorate, incombenti e leggere. Poi appaiono la chiassosa Clarissa F. (Alessandra Gigli) con il sovrastato marito Solomon F. (Michele Maccagno), la pianista Elfriede H., interpretata da Bruna Rossi, il giovane Ernest H. con uno sguardo di dolore immenso, con una tensione insoddisfatta (David Meden), Martha, la moglie del professore (Debora Zuin), protagonista di una rara condensazione in un solo sogno liberty di varie “narrazioni” oniriche, di molte tensioni diverse, il dottor Kraus (Nicola Ciaffoni) e il Dottor Edgar (Stefano Scherini).

Ho lasciato per ultimo il protagonista, Fabrizio Gifuni, che fornisce una prova di presenza mirabile. Tutto gira intorno a lui: è in scena per due ore e mezza (lo spettacolo, con l’intervallo, arriva alle tre ore, che scorrono velocissime). Tutto si muove grazie a lui, intorno a lui, dentro di lui. È l’uomo che pensa del sipario, l’incrinatura della prospettiva geometrica, il cervello popolato da fantasmi, da coccodrilli, è un uomo nudo che corre tra redingote, abiti lunghi e ombrelli aperti, tutti neri, tra Magritte e Kantor: corre nudo dietro al funerale che chiude, con immagine bellissima, il primo atto, lo sprofondamento nell’ancestrale e il tentativo di capire, di trasformare l’incubo in immagini, di decifrare le metafore del sogno, le lotte che avvengono nella psiche tra parti di noi in libertà, tra zone che sprofondano in clandestinità e altre che vogliono tiranneggiare.

 

Fabrizio Gifuni e Giovanni Franzoni, ph. Masiar Pasquali.


Il secondo atto riduce le porte: presenta un fondale di velluto, una moquette che sembra erba verde, un’apertura con alberi o con il misterioso giardiniere bendato; abbassa il soffitto, rendendolo incombente; usa vari sipari per ritagliare e dettagliare spazi e prospettive. Si enfatizzano, in primo piano, ridotte a due, le statue classicheggianti che nel primo tempo erano varie, distribuite nel buio del palco: riproduzioni di antiche sculture o bassorilievi, perché Freud era un collezionista, ma soprattutto, credo, perché si tratta di teste senza busto o di busti senza teste, di corpi, di individui spezzati, incompleti, resti da ricostruire.

E nel finale il velluto di fondo si squarcia, a rivelarci uno specchio nel quale tutti gli spettatori sono riflessi (ancora la memoria di Mejerchol’d, del suo Dom Juan, in un regista che ama il teatro teatrale, qui sottratto a ogni manierismo e reso cifra rivelante, emozionante). Freud, Gifuni, è circondato da tutti i personaggi, dai lemuri ai quali ha provato a dare fiato, consistenza umana, dagli attori di quel drammatico, doloroso teatro che è la rivelazione di se stessi. Con la coscienza (?) che in uno agisce una sola moltitudine. Pessoa è dietro l’angolo con tutte le frammentazioni del Novecento, che facciamo finta di ignorare, quotidianamente, dichiarando morta la storia, appiattita nella comunicazione la profondità prospettica del pensiero, della psiche, della crisi.

 

Fabrizio Gifuni e Marco Foschi, ph. Masiar Pasquali.


Questo è uno di quegli spettacoli che non ti togli di dosso facilmente (ricordiamo ancora del cast i video di Luca Brinchi e Daniele Spanò, sperimentatori romani, la preparazione vocale di Francesca Della Monica, i movimenti coreografici curati da quella grande danzatrice che è Raffaella Giordano, il trucco e le acconciature di Aldo Signoretti). È uno spettacolo che fa ronzare il cervello, agita la fantasia, porta il sangue a mille giri (e lo raffredda). Grazie anche alla recitazione, che sembra debba trovare ancora completamente un baricentro (specialmente nel protagonista), e capisci che è per la difficoltà dei mondi che esplora, mettendo in opera stili posseduti, continuamente sfrangiandoli in una ricerca radicale, difficile, entusiasmante. Tra tutti gli attori, perfetti, Gifuni svaria tra incidere le frasi con asettico, scientifico bisturi, in un “ronconismo” che a tratti sembra farlo perdere, per poi accelerare, ritrovarsi, e a volte riperdersi in altre tonalità, più naturalistiche, in uno sforzo michelangiolesco di scolpire una parte dal di dentro.

 

Elena Ghiaurov è degna, luminosa, controparte, in una iniziale dissoluzione della frase, per poi arrivare a toni di partecipazione survoltati. Gli attori tutti hanno un momento cardinale, in un lavoro che ne prevede in scena quattordici. Tra gli altri, in una recitazione sospesa tra il liberty, lo straniamento e lo sprofondamento, memorabile la prova decantata di Giovanni Franzoni, quella tesa di Marco Foschi, quella fantasmatica di Valentina Picello, quella profonda, distante, dolorosa di Sandra Toffolatti. 

Quando alla fine tutti gli interpreti sono spiegati nel palco, mille facce dell’io e dei suoi doppi, e gli spettatori si ritrovano specchiati alle loro spalle, parte la musica, avvolgente, di Angelo Badalamenti, Who will take my dreams away, chi porterà via i miei sogni, cantata dalla voce calda, rauca, sensuale dopo la disfatta di Marianne Faithfull. E il teatro vien giù dagli applausi.

 

Freud e il sogno del giardiniere-padre (Fabrizo Gifuni, Debora Zuin), ph. Masiar Pasquali.


Pensieri su uno spettacolo cardinale (Giuliano Scabia)

 

Piccolo teatro – domenica 28 gennaio – sala Strehler –

nell’intervallo mi sorge accanto Massimo Marino:

ecco: diciamo la stessa parola: stupendo:

e poi dico altre cose, che Massimo mi chiede di ricordare qui:

si sente che la compagnia sta maturando, dico,

è in cammino di maturazione: stanno crescendo, cercandosi:

e mi viene da dire che Freud è uno spettacolo cardinale, oggi, 

nel cuore della crisi dei monoteismi, ebraismo, cristianesimo, islam:

 

ecco, alla fine dell’atto, Freud/Gifuni nudo, con la clava, 

nella processione/cammino della specie umana,

sì, siamo noi, in cerca di noi: 

Freud e il suo attore Gifuni, ora, portandosi dentro l’arcaico homo sapiens,

sperimentano: 

Freud, Gifuni, la compagnia, e noi con loro sperimentiamo

e Massini e Tiezzi sperimentano, con noi, la loro vita, il loro teatro e scrittura – 

 

Traumdeutung (la decifrazione dei traumi) è il libro cardine della psico-analisi:

Freud lo sente, la sta inventando, e vuole scrivere 1900 sulla prima stampa,

a far da fondamento al secolo che comincia: 

e questo spettacolo, penso, sorge mentre avviene la nuova svolta

nell’osservazione della psiche, 

oggi che si sta svelando quasi tutto del cervello,

facendolo ri-sonare magneticamente:

la scienza ne sa ormai più di dio: lo conforta, e sconforta,

lo scompone – lo decifra, e lo dissolve, povero dio:

un trauma di sapienza e luce illumina e inquieta il cammino della specie, di noi:

 

e poi ho detto ancora (per carità, sono frasi sorte così),

credo d’aver detto: 

Gesù, Marx, Freud: tre ebrei che hanno illuminato il mondo,

l’hanno rivoluzionato: ma non hanno potuto evitare le catastrofi:

le loro e nostre catastrofi:

e oggi?

 

ecco là in scena Freud, il maestro della psiche,

che smontando i sogni analizza il dolore, l’ombra, l’abisso:

l’abisso nascosto dentro il monoteismo d’Europa,

dentro la censura che nega l’inconscio – dentro la notte –

dentro la durezza cancellatrice, censuratrice del marito padre padrone di Elga K.,

e di mio padre, dice Freud/Gifuni: 

mio padre, adesso mi viene in mente, dice Freud,

era anche lui al banco, commerciante:

era di quelli che non lasciano sognare, emergere l’abisso:

che non vogliono riconoscere la realtà della presenza 

abissale, tremenda, arcaica, desiderante dei sogni:

(ma cosa faremmo senza i commercianti, i bottegai?

di fame moriremmo!):

 

caro Federico, caro Stefano,

che spettacolo magistrale: 

e che bravo quel direttore Sergio che vi ha dato le chiavi:

sarebbe, Freud, uno spettacolo da tenere in repertorio, come l’Arlecchino,

a insegnamento, a futura memoria, nel cuore del mutamento:

nel momento in cui le religioni non ci credono più

e fanno di tutto per rinnovarsi – e si raccontano, ahi! la fiaba dei fondamenti –

nel momento in cui la specie si guarda nello specchio della propria memoria,

come alla fine del vostro spettacolo, alle 19 del 28 gennaio 2018,

che emozione vedermi rispecchiato dentro la compagnia – con mia figlia accanto:

in questo momento mi chiedo, guardandoci: 

dove stiamo andando coi nostri amori, corpi, mostri, sogni, dubbi, traumi?

 

e il tempo/denaro?

nel sogno di Erika K. l’aguzzino marito è ossessionato dal tempo/denaro:

lui sta al banco, come suo padre, come suo nonno, come il padre di Freud:

eccolo il Freud sempre in crisi, il Freud che cerca, 

non quello accademico che ci viene consegnato dalla tradizione:

un Freud nascente, vivo, incerto come noi:

 

ma, cari Stefano e Federico, 

nel tempo della crisi e della cura 

quanto costava una seduta col dottor Freud?

tempo/denaro: l’unico dio, oggi?

e l’amore?

mi sarebbe piaciuto che, nel vostro spettacolo sconvolgente,

ci fosse un accenno a questo momento, a volte imbarazzante,

del ricevere il compenso: 

li prendeva lui in mano i soldi (che male c’è?)

o li prendeva una segretaria?

la seduta, il tempo, l’oscuro denaro, l’oro, il vitello d’oro:

che poi è stata la lebbra che i cristiani hanno lasciato nel corpo degli ebrei,

per sbagliato idealismo: che fatica far nascere le banche!

speculare, usurare, illuminare, ferire, uccidere, odiare:

ecco crescere l’immagine di Shylock,

a Venezia – l’usuraio, che urla la propria passione, 

non ho anch’io un corpo come il vostro, cristiani?

e svela il tremendo, come un Freud di allora:

per cui penso che solo un ebreo possa aver scritto Il mercante di Venezia,

e lo nomino, Giovanni (John) Florio:

chissà:

grazie teatro, attori, personaggi, scrittori, registi e direttori:

 

Freud o l’interpretazione dei sogni rimane in scena fino all’11 marzo al Piccolo Teatro Strehler di Milano.

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