Franco Quadri - via Ramazzini 8, Milano

“Credo che sia pertinace come un fanatico. Neppure se il mondo crollasse, abbandonerebbe il lavoro in corso o cambierebbe argomento. Nelle cose essenziali non è certamente influenzabile. Per il resto, per l'inessenziale, è senza difesa, probabilmente più debole di noi...”
E. Cioran, Esercizi di ammirazione.


Se penso a Franco penso subito a un meraviglioso sismografo. Lo vedo così, all'erta, ipersensibile, sempre in attesa della scossa. Questa scossa non ha luogo nel mondo, ma parallelamente. Nel teatro. Ovvero è originata nelle profondità del mondo ma si rivela nel teatro.
Franco vive nel teatro. Da sempre, almeno da quando aveva quindici anni, quando ha cominciato ad appuntare sui suoi taccuini, meticolosamente, con scrittura minuscola e ondeggiante, tutto quello che nel teatro ha visto. La forma della sua scrittura negli appunti presi durante gli spettacoli è davvero un'onda: se si sfogliano i suoi taccuini, si ha l'impressione di seguire il ritmo di un cuore: è palpitante, minuziosa, ha una forma sinusoidale. La sua natura di sismografo gli ha permesso di entrare in contatto con l'opera di artisti di tutto il mondo, spesso prevedendone le evoluzioni più esplosive. Per Franco il teatro non è teatro senza quella scossa che lui è in grado di percepire. Il suo sguardo è assolutamente affettivo e totalmente tattile, prevede sempre un contatto diretto con le opere e la loro vibrazione. Di questa vibrazione non può fare a meno, lei appartiene a lui, e lui a lei. C'è un legame inossidabile tra Franco e il teatro. Credo che le sue sopracciglia folte, pronunciatissime, vibranti, siano le antenne di questa sua speciale dote.
Un giorno ho giocato a contare gli spettacoli che può aver visto in circa sessant'anni: dai 10000 ai 15000, tra Italia, Europa e altri continenti. Significa essere transverberati, posseduti dal demone del teatro, avere un legame sanguigno con esso, se si sono viste così tante opere! Il teatro circola in lui e viceversa lui stesso circola nel teatro, non si può più prescindere dalla sua presenza.
Amare la scossa equivale a non risparmiarsi mai, a agire ostinatamente ovunque e sempre in ricerca di essa, a non concedersi mai una pausa dall'erta e soprattutto a tornare e ritornare a restituirla sulla carta, con la pazienza e tutti i dubbi del caso. La scrittura di Franco è esemplare per questo, nel riuscire a sintetizzare, con il ritmo della frase e la potenza degli aggettivi, la scossa del teatro. Amare la scossa significa amare anche la sporcizia del contatto, le relazioni non sempre facili con chi quelle scosse nel teatro le ha suscitate. Franco ha cercato questa qualità del rapporto perché la restituzione sulla carta delle onde del teatro non è completa senza quelle relazioni, che sono per lui un nutrimento fondamentale. Qualsiasi rapporto con Franco è un rapporto fatto di onde, di vuoti e di pieni, in cui le forze in campo sono palpabili, a volte aspre, a volte dolcissime. È sempre un rapporto tellurico perché Franco non nasconde di essere lui stesso sisma, sempre in movimento, e richiede lo stesso agli altri. Amare la scossa significa non sottrarsi alla sporcizia delle relazioni anche politiche, e cercare in tutti i modi di permettere e ricreare contesti in cui queste scosse possano esprimersi, rivelarsi nel teatro. Per questo si è sempre esposto di persona e ha diretto rassegne, festival, è stato consigliere e persuasore pertinace di altre direzioni, per questo non ha smesso un attimo di diffondersi nel teatro e di diffonderne un'idea vivissima e pulsante, anche tramite i libri e le riviste di cui è stato autore, redattore o direttore. Ma una volta sismografo Franco è diventato subito anche geologo, capace di captare le ondate di durata larga, quelle delle ere, quelle che a un primo sentire non si colgono, quelle per cui ci vuole un tempo immenso da dedicare e sapienza elefantiaca. Le edizioni Ubulibri sono per questo la sua massima opera di geologo patafisico.

Il 21 marzo 2011, in tournée, con i miei compagni di Fanny & Alexander siamo passati da un villaggio delle montagne dell'Abruzzo, Quadri. Alla fine del paese, vicino a una impetuosa e bellissima cascata, su un cartello uscendo dal paese abbiamo letto: "Addio a Quadri". La sera, a Ortona, non ho potuto fare a meno di assaggiare il tartufo di Quadri. Ciao Frrrrrrr!

 

Luigi de Angelis ha fondato e dirige con Chiara Lagani Fanny & Alexander.

Doppiozero vi segnala un bell'articolo di Gianandrea Piccioli su a teatro.org



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Commenti: 4
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claudio sestieri Mar, 29/03/2011 - 21:25
Ho lavorato con Franco da giovanissimo, prima inviato, poi regista di un programma di radiorai che si chiamava "Il quadrato senza un lato". Per me fino ad allora (e da allora in poi) esisteva solo il cinema, anche se mi ero laureato proprio in Storia del Teatro e dello Spettacolo con Marotti, a Roma. Franco e Chiara Serino che "curava" il programma mi hanno coinvolto per 2 anni in un viaggio che non scorderò più, qualcosa che ha innervato di un sangue nuovo anche il cinema che poi avrei fatto e soprattutto quello, più estremo, che è rimasto solo scritto e immaginato e mai girato. Se penso a Franco, penso a un vigore, a una sensibilità lampeggiante, ad una tensione che non riesco proprio a conciliare col silenzio e l'immobilità della morte. Ci sono persone che non dovrebbero morire mai. E che, forse, non muoiono del tutto, se è vero che ti lasciano dentro una qualche traccia destinata a vivere ancora. Ben al di là delle sempre più amare cerimonie degli addii.
Luigi de Angelis Mer, 30/03/2011 - 12:10
Vi segnalo anche un bell'articolo di massimo Marino sul suo blog, da cui è tratta la foto qui pubblicata: http://controscene.corrieredibologna.corriere.it/2011/03/addio_franco.html
Lun, 04/04/2011 - 14:42
un'altra bella riflessione / ricordo si trova anche qui, alla radio http://www.fannyalexander.org/archivio/archivio.it/radiozolfo5_home.htm
Chiara Lagani Lun, 04/04/2011 - 15:50
Il 12 febbraio 2010 al teatro Rasi di Ravenna, in apertura di serata al Nobodaddy, c’era una puntata della nostra Radio Zolfo, una radio live che avviene nei foyer dei teatri davanti a un piccolo pubblico assiepato intorno a un tavolo da cui Lorenzo Donati conduce una conversazione, trasmessa contemporaneamente in streaming, con alcuni ospiti su alcuni argomenti nodali che di solito funzionano da domande. Quella sera si parlava di attore e io affiancavo Lorenzo nella conduzione. L’ospite era d’eccezione: Franco Quadri. Lorenzo e io siamo andati a prenderlo a Bologna, alla stazione, e quasi subito, in auto, Franco tira fuori dalla sua borsa alcuni quadernetti antichi, sottili ma fitti di una scrittura elegante e quasi infantile. Quelle pagine sono piene dei nomi più importanti della scena italiana di alcuni anni prima. Ci dice: “questi sono i miei quadernetti, avevo quindici anni, andavo a teatro e scrivevo. Ci sono i nomi, le locandine complete degli spettacoli e anche una specie di valutazione, alcuni pallini che segnalano il mio maggiore o minore gradimento. Alla fine dell’anno c’erano anche i premi. È la prima volta che li porto con me per mostrarli pubblicamente”. E sorride. Parlare con Franco è sempre un’esperienza molto particolare. Andare a trovare Franco, a Milano, vuol dire sostenere la qualità del silenzio che lui sa creare per le tue parole, mentre ti fissa con quegli occhi profondi, inarcati da folte sopracciglia, che al fondo hanno sempre qualcosa di lucente, appuntito, un guizzo che dialoga con te, senza sosta, tutto il tempo. Franco ti porta a pranzo e ti fa parlare, tacendo. Poi lascia cadere una delle sue domande e il ritmo delle tue parole tuo malgrado cambia, come se la vita profonda delle cose che si toccano potesse essere penetrata, raggiunta solo a quel modo, in gara vitale con quel suo guizzo enigmatico che a volte è punteggiatura, a volte gancio, a volte movimento musicale principale del dialogo tra te e lui. Quella sera a Ravenna Franco era in gran forma, luminoso, morbidissimo, a suo agio credo e perciò molto libero, ironico; si è divertito a giocare con noi, si è abbandonato alla commozione mentre evocavamo attori da lui molto amati, Carmelo Bene e Marisa Fabbri ad esempio. Nel piccolo cerchio luminoso in cui eravamo immersi, circondati da un gruppo di spettatori, in una situazione intima e pubblica al contempo, Franco ci ha donato quel giorno questo autoritratto prezioso del fanciullo furioso con la barba bianca che abbiamo sempre amato e così conosciuto.
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