Le poesie animate di Billy Collins

Una poesia disanimata sembra un ossimoro, una contraddizione intermini. Una poesia non può non avere un’anima; magari è nascosta, ma ce l’ha. Allora a volte succede che per farla venir fuori certe persone prendono la poesia e la spiegano, le tolgono le pieghe, l’appiattiscono. Insomma: la spianano passandole sopra il ferro da stiro della spiegazione. Così l’anima (che ha a che fare con il vento, con il greco ànemos) scappa via, e sull’asse da stiro o sul banco di scuola restano le parole inanimate, prive del soffio vitale che le riempiva, che dava loro spessore, che le rendeva casse di risonanza che suonavano in armonia, con i loro ritmi e i loro respiri. Dopo il trattamento, le parole giacciono inermi, sotto vuoto: brandelli di un corpo fatto a pezzi, sul tavolo dell’anatomista.

 

Contro gli squartatori di versi scrive alcune poesie Billy Collins, popolare come pochi altri negli Stati Uniti, nato nel 1941 a New York, poeta laureato del Congresso degli Stati Uniti nei primi anni 2000, ed ora anche in Italia. Ecco la sua “Introduzione alla poesia” (ripresa dalla prima raccolta di Collins uscita in italiano, A vela, in solitaria, intorno alla stanza, tr. F. Nasi, Medusa, Milano 2006, p. 13):

 

 

Chiedo loro di prendere una poesia

e di tenerla in alto controluce

come una diapositiva a colori

 

o di premere un orecchio sul suo alveare.

 

Dico loro di gettare un topo in una poesia

e osservarlo mentre cerca di uscire,

 

o di entrare nella stanza della poesia

e cercare a tentoni l’interruttore sul muro.

 

Voglio che facciano sci d’acqua

sulla superficie di una poesia e salutino

con la mano il nome dell’autore sulla spiaggia.

 

Ma la sola cosa che loro vogliono fare

è legarla con una corda a una sedia

e torturarla finché non confessi.

 

La  picchiano con un tubo di gomma

per scoprire che cosa davvero vuol dire. 

 

 

In modo simile, nella poesia “Lo sforzo” (tratta da Balistica, tr. it. F. Nasi, Fazi, Roma, 2011, pp. 139-141), Collins mette alla berlina la faciloneria e la banale tracotanza con cui spesso ci arroghiamo il diritto di spiegare le cose, senza invece prenderci il tempo per semplicemente ascoltarle.

 

C’è nessuno che voglia unirsi a me

nel lanciare alcuni sassi verso

quegli insegnanti che amano porre la domanda:

“Che cosa sta cercando di dire il poeta?”

 

come se Thomas Hardy e Emily Dickinson

si fossero sforzati ma alla fine avessero fallito:

disgraziati incapaci di parlare, che altro non erano,

con la penna in bocca a guardare fuori dalla finestra in attesa d’un idea.

 

Sì, sembra che Whitman, Amy Lowell

e tutti gli altri potessero solo tentare e fallire,

ma noi nella classe di Inglese della terza ora della prof Parker

qui al Liceo di Springfield ce la faremo

 

con l’aiuto di questi questionari di comprensione

a dire quel che il povero poeta non riusciva a dire,

e faremo tutto questo prima

dell’orgia dell’insalata di uova e tonno nota come pranzo.

 

Stasera, tuttavia, io sono quello che cerca

di dire che cosa significa questa assenza,

noi due che dormiamo e ci svegliamo sotto due diversi tetti.

L’immagine di questo vaso di fiori recisi,

 

non del nostro giardino, non aiuta.

E lo stesso vale per quel piatto singolo,

la lampada solitaria, e il tempo là fuori che preme il volto

contro queste finestre nuove, la pioggia leggera e il gelo del mattino.

 

E allora lascerò che sia la prof Parker,

che sta picchiettando con un gesso la lavagna,

e i suoi studenti – alcuni con la mano alzata,

altri trasandati con i loro cappellini portati a rovescio –

 

a capire quel che sto cercando di dire

su questo posto in cui mi trovo

e di farlo prima che suoni la campanella di mezzogiorno

e sia sguinzagliato il tornado di polpette di carne.

 

 

Sono versi che arrivano direttamente, senza bisogno di molte mediazioni, anche se, a dire il vero, qui già una mediazione c’è stata, ed è quella del traduttore, che spera di avere fatto meno guai possibile. Ma traduttori a loro modo sono anche i lettori ad alta voce dei versi, a partire dallo stesso Billy Collins, che riempie con i suoi reading i teatri degli Stati Uniti o i suoi lettori-interpreti, dall’attore  Bill Murray, ai numerosi dilettanti che testimoniano un affetto per quei versi riraccontandoli, come possono, nelle tante clip fatte in casa su youTube.

 

E interpreti sono anche quelli che cercano di riscrivere i versi, non con altre parole, ma con i tratti di una matita, le forme di un disegno, le immagini catturate da una fotografia. La letteratura è piena di esempi altissimi di poeti che si sono cimentati con la descrizione di quadri o oggetti d’arte: dalla descrizione dello scudo di Achille dell’Iliade ai quadri di De Chirico nelle poesie di Mark Strand. Ma l’ecfrasi, il tentativo cioè di un’arte di riprodurre con i propri strumenti e le proprie istituzioni un’opera prodotta in un altro sistema artistico, avviene non solo dall’immagine alla parola, ma anche nell’altra direzione: dalla parola all’immagine, dal raccontare con le parole (“telling”), al mostrare con immagini ferme o in movimento (“showing”). Siamo nel campo apertissimo dell’adattamento, così ricco e presente nel nostro tempo, come ha mostrato Linda Hutcheoncon un bel libro, ora tradotto in italiano (Teoria degli adattamenti, tr. it. G.V. Distefano, Armando, Roma,2011). Con i nuovi mezzi elettronici questa interazione è ancora più accentuata e diffusa, e coinvolge anche la poesia, aiutandola ad uscire dal recinto claustrofobico e mortifero in cui a volte certo accademismo un po’ snob e autoreferenziale la confina.

 

Billy Collins è stato coprotagonista di un progetto suggeritogli dal Sundance Channel, il network televisivo via cavo americano promotore di tanto cinema indipendente. Collins, come racconta lui stesso in un bel video tradotto con i sottotitoli da Daniele Buratti, registrò cinque suoi testi che vennero poi riscritti in immagini da specialisti dell’animazione. Nel video Collins racconta come ci si possa imbattere involontariamente in queste poesie animate, senza avere il tempo di dispiegare gli anticorpi antipoesia che certe imposizioni scolastiche ci hanno costretto a sviluppare: e soprattutto ci mostra questi filmati. Non sono spiegazioni delle poesie. Semmai le accompagnano, o meglio, si integrano con esse, non come “riduzioni”, ma come contrappunto dei versi in un nuovo oggetto, che sta a sé, così come il Decameron di Pasolini sta a sé, senza avere alcuna intenzione di essere una spiegazione della raccolta di novelle di Boccaccio.

 

Rovistando fra le animazioni di Collins su youTube ne ho trovate altre non presentate dal poeta nel video citato. Ne vedete qui alcune, con il testo di una mia possibile traduzione, nella speranza che anche questo aiuti a non perdersi d’animo di fronte alla Poesia.

 

 

Attraversando a piedi l’Atlantico

 

       

Aspetto che la folla del giorno di festa lasci la spiaggia

prima di salire sull’onda.

  

Ora attraverso l’Atlantico a piedi

e penso alla Spagna,

attento alle balene, ai pennacchi di vapore.

 

Sento l’acqua che sostiene il mio peso in movimento.

Questa notte dormirò sulla sua superficie cullante.

 

Ma intanto provo a immaginare come

debba sembrare tutto questo ai pesci là sotto:

il fondo dei miei piedi che appare, scompare.

 

       

  

(da Billy Collins, A vela, in solitaria, intorno alla stanza, tr. it. F. Nasi, Medusa, Milano, 2006, p. 11)

 

 

 

Ora e allora

 

Questo poeta della dinastia Sung è davvero infelice.

Il vento sospira,

un cigno solitario passa là in alto,

e lui è solo nella sua barchetta, sull’acqua.

  

Se soltanto apprezzasse quanto me

la vita nella Cina dell’undicesimo secolo:

niente cartoni a tutto volume alla televisione,

niente musica dal camioncino dei gelati,

 

solamente il richiamo di molti uccelli

e lo scorrere regolare dell’orologio ad acqua.  

 

(La poesia, con qualche variante e con il titolo Lu Yung, è pubblicata in Billy Collins, Balistica, tr.it. F. Nasi, Fazi, Roma, 2011, p. 231)

 

 

 

Senza Tempo

 

Di corsa, in questa mattina di un giorno feriale,

do un colpo di clacson mentre passo accanto al cimitero

dove sono sepolti i miei genitori

uno accanto all’altro, sotto una lastra liscia di granito.

   

Poi, per tutto il giorno, penso a lui che si tira su

e mi lancia un’occhiata

di familiare disapprovazione,

mentre mia madre, con calma, gli dice di rimettersi giù.   

 

(Billy Collins, Nine Horses, Random House, New York, 2002, p. 101)

 

 

 

La sigaretta migliore

 

Ce ne sono molte che mi mancano,

dopo aver gettato dal finestrino dell’auto l’ultima,

scintillante, lungo la strada, una notte, anni fa.

 

Quelle canoniche, naturalmente:

dopo aver fatto sesso, le due punte luminose

ora luci di un’unica nave;

alla fine di una lunga cena

con altro vino in arrivo

e un cerchio di fumo che fluiva nel lampadario;

o su una spiaggia bianca

stretta fra le dita ancora bagnate dalla nuotata.

 

Così agrodolci queste punteggiature

di fiamma e gestualità;

ma le migliori erano in quelle mattine

quando qualche piccola cosa

cominciava a prendere forma

alla macchina da scrivere,

il sole che brillava alle finestre,

con Berlioz, magari, in sottofondo.

 Andavo in cucina per un caffè

e tornavo alla pagina,

ripiegata nel rullo,

me ne accendevo una e sentivo

il secco afflusso mescolarsi al gusto scuro del caffè.

 

Poi diventavo la locomotiva di me stesso

che lasciava dietro di sé, mentre tornavo al lavoro,

piccoli sbuffi di fumo

indici del progresso,

segni di laboriosità e pensiero,

il segnale che diceva al diciannovesimo secolo

che avanzava.

Quella era la sigaretta migliore,

quando fumante entravo nello studio

pieno di speranze vaporose

e me ne stavo lì, in piedi,

con la grande lampada del mio volto

che illuminava le parole disposte in linee parallele.

 

(Billy Collins, Sailing Alone Around the Room, Random House, New York, 2001, pp. 55-56)

 

 

 

Oggi

 

Se mai ci fosse un giorno di primavera così perfetto,

reso ancor più bello da una calda brezza intermittente,

 

da spingerti a spalancare

tutte le finestre di casa,

 

e ad aprire la porticina della gabbia del canarino,

anzi, a rimuoverla dallo stipite,

 

un giorno in cui i vialetti di freschi mattoni

e il giardino che scoppia di peonie

 

sembrassero incisi nella luce del sole

da farti venir voglia di prendere

 

un martello per il fermacarte di vetro

del tavolino del salotto

 

e  liberare così gli abitanti

dal cottage coperto di neve

 

perché possano uscire

tenendosi per mano e ammirare

 

questa cupola più grande azzurra e bianca,

be’, oggi sarebbe proprio un giorno così.

 

(Billy Collins, Nine Horses, cit., pp. 39-40)

 

 

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