Un ritratto di Saussure, per relazioni e differenze

La figura di un autore, un secolo dopo la sua morte, normalmente è stabilizzata. Si prende l'occasione della cifra tonda - quel Doppio Zero che segue l'Uno - per rileggerlo e per ripensarlo, ma si sa chi sia stato. Non è questo il caso dell'enigmatico linguista ginevrino Ferdinand de Saussure (1857 - 1913) , che per peculiari ragioni biobiliografiche, e di storia disciplinare, a cento anni dalla scomparsa deve essere ancora letto. O meglio, decifrato nell'entropia frammentata e oscura di intenzioni e intuizioni che perlopiù lui si è limitato ad annotare.

 

L'anomalia-Saussure è costituita da una sproporzione vertiginosa fra l'esiguità della sua opera edita in vita, da lui stesso data alle stampe, e il ruolo quasi mitologico che il suo pensiero ha avuto nel determinare la rivoluzione strutturale che ha dominato le scienze umane - con la linguistica in una posizione centrale, di modello -  nei decenni centrali del Novecento. Quelle coppie oramai classiche, langue/parole, sintagma/paradigma, sincronia/paradigma, significante/significato; quei principi netti, l'arbitrarietà del segno, la linearità del significante; quegli enti immateriali, il valore, l'entità psichica, la differenza, la relazione, il sistema. E poi, come ombre proiettate da queste stesse illuminazioni, le ricerche a forte rischio alchemico e balzachiano sugli anagrammi nella poesia latina, meandri mentali percorsi con una volontà di rigore contrastata da un accanimento analitico presto cieco... Si giunge sino al gossip, se un uomo austero come Gianfranco Contini a proposito di Saussure è arrivato a raccontare: «Da Ginevra «[...]un bel giorno scompariva. Lo cercavano... e lo trovavano nei bassifondi di Marsiglia, mettiamo, che orgiava, si ubriacava. Aveva proprio questi brani di follia ciclica... come nella vita, così nell'attività scientifica» (da: Diligenza e Voluttà. Ludovica Ripa di Meana interroga Gianfranco Contini, Mondadori, Milano 1989).

 

Nel 2013 convegni, giornate di studio, edizioni di inediti hanno accompagnato il centenario della scomparsa di Saussure, che si è inaugurato in anticipo con la pubblicazione di una colossale biografia (John E. Joseph, Saussure, Oxford, 2012). Novecento pagine e oltre: a differenza delle spicce usanze dei biografi, Joseph si è addentrato nell'opera di Saussure, in rapporto alla linguistica dell'epoca, ricostruendo ascendenze, discendenze, controversie.

 

Un fiume di parole a cui non si aggiunge ma si contrappone un breve testo che il linguista Nunzio La Fauci (Università di Zurigo) ha stilato a partire dalla descrizione che Robert Musil dava del suo Uomo di qualità: «Le sue idee, quando non siano oziose fantasticherie, non sono altro che realtà non ancora nate». È ambientato negli stessi anni in cui viveva Saussure il romanzo, incompiuto, che Musil ha dedicato a un uomo altrettanto incompiuto: «Questi possibilisti vivono, si potrebbe dire, in una tessitura più sottile, una tessitura di fumo, immaginazioni, fantasticherie e congiuntivi». Sono le parole che La Fauci ha messo in testa al suo conciso ritratto Ferdinand de Saussure, il linguista senza qualità (Edizioni ETS, Pisa 2013, pp. 28, € 6).

 

La Fauci è uno scrittore, oltre che uno studioso di linguistica, ad alto voltaggio stilistico e in particolare ironico. Nei suoi testi l'impeccabilità formale e la linearità con cui la tesi principale è stagliata al centro delle analisi testuali e delle tesi secondarie risultano compatibili con inappariscenti strategie di rovesciamento. Così le ventotto pagine dell'opuscolo si oppongono con evidenza plastica alle migliaia di pagine uscite nel frattempo su un autore che in vita ne ha pubblicate ben poche, e soprattutto non quelle per cui oggi più è noto. La Fauci compie in poche righe il regesto completo: Il Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo-européennes del 1879 il De l'emploi du génitif absolu en sanskrit del 1881. Trecento pagine in tutto, pubblicate da Saussure prima di compiere il venticinquesimo anno d'età. Da lì alla morte, altre trecento pagine di piccoli studi su questioni di dettaglio. Commento di La Fauci: «Se allora fossero stati in vigore i criteri di merito e impatto nella comunità scientifica e nella società la cui voga, in questo scorcio del ventunesimo secolo, sta fortunatamente dilagando, la sua produttività avrebbe assicurato con difficoltà a Saussure valutazioni accettabili» (come ha detto Umberto Eco, un autore si identifica con gli avverbi).

 

A fare ombra alla parte edita della produzione saussuriana sta una vastissima produzione di appunti inediti e frammentari, emersa quasi per caso dalle soffitte di casa Saussure, e da decenni in corso di decifrazione e interpretazione, fra cui i «relitti affioranti di uno scritto naufragato che avrebbe portato il titolo di "De l'essence double du langage"». È nota da tempo la sfiduciata constatazione di Saussure: «In linguistica, impossibile scrivere dieci righe dotate di un qualche senso». La Fauci non esclude del tutto che tali inediti possano contenere novità davvero decisive, che ci permettano cioè di delineare il pensiero linguistico di Saussure meglio di quanto lui stesso fosse stato capace di fare. Ma lo stesso La Fauci invita a non contarci, e a proposito di quelle carte ammonisce:

«il fascino che emana da alcune di esse è tanto forte quanto indiscutibile è l'impossibilità di determinare, per ciascuna, quale fosse, nel momento della sua stesura (e per citare solo una variabile tra le molte), l’eventuale tasso alcolico dell'autore».

L'opera a cui Saussure deve la sua fama postuma è a sua volta postuma, e anzi apocrifa: appare in una dimensione intermedia tra la frugale porzione di scritti editi e l'imponente ammontare degli inediti. Il Cours de linguistique générale è il risultato di tre corsi tenuti da Saussure fra il 1907 e il 1911, ricostruito da due ex-allievi dopo la morte del maestro, sulla base dei quaderni degli appunti degli studenti che avevano seguito quei corsi. Nel Novecento se ne sono susseguite diverse edizioni, anche con l'aiuto di alcuni appunti di pugno di Saussure rinvenuti nel frattempo, ma resta valido il giudizio del filologo Contini: «Insomma, non fu redatto da lui». La Fauci concorda e aggiunge che forse c'era anche qualche motivo perché Saussure non avesse inteso dare forma scritta al suo insegnamento orale. O non fosse riuscito a farlo, che è quasi la stessa cosa.

 

L'esiguità dell'opuscolo di La Fauci, il suo invito a non aspettarsi troppo dagli inediti e le sue guizzanti ironie sul successo e la mitologia postuma di Saussure costituiscono solo apparentemente un modo per ridurre l'importanza di un autore di cui lo stesso La Fauci si dichiara, incidentalmente, un «amatore». Con mossa peraltro saussuriana, La Fauci riduce sì il pensiero di Saussure a un nucleo di intuizioni del tutto lineari, chiare e anche semplici. Ma mostra anche come tale nucleo sia stato davvero rivoluzionario e come la linguistica del Novecento, che tanto ha celebrato l'autore e le sue idee, si sia sostanzialmente rifiutata di seguire e approfondire davvero, e con rigore, la linea che ne risulta tracciata.

 

L'idea centrale di Saussure è che tutto nella lingua sia costituito da relazioni individuate in negativo, cioè per differenze. Così la descrive La Fauci:

«Non sono né le forme né le idee che interessano il linguista desideroso di cogliere lo specifico della lingua: forme e idee sono solo fenomeni. Essi sorgono da rapporti ed è appunto nella determinazione di tali rapporti che consiste il lavoro del linguista, non nello studio, solo illusorio, del modo con cui presunte forme preesistenti manifestano le idee o presunte idee preesistenti concettualizzano le forme».

Il linguista è un parlante che non sovrappone teorie alla lingua parlata, ma fa emergere la sua dottrina dall'interno della lingua stessa, vivendo «nella sua sincronia gli esiti continuamente mutevoli della diacronia di un sistema linguistico». Sin da giovane Saussure aveva abbinato a queste convinzioni la consapevolezza  che la linguistica avrebbe opposto una spontanea e unanime congiura del silenzio a un pensiero che, configurandosi come una «linguistica senza qualità» (senza determinazioni positive, fatta di relazioni e non di oggetti) ne demistificava i fondamenti, e tanto profondamente. «Dolorosa e paralizzante»: così La Fauci definisce tale consapevolezza, la stessa che portò Saussure a scrivere: «C'è da temere che la prospettiva esatta su ciò che è la lingua induca a dubitare dell'avvenire della linguistica».

 

 

Lo scetticismo di La Fauci, persino quello, si ribalta. Con il suo ritratto, veloce ma non sbrigativo, ha inteso a sua volta demistificare il diffuso culto di un apocrifo, ha ridotto l'arcipelago saussuriano alla circoscritta regione delle affermazioni che si possono razionalmente verificare e dei principi che possono guidare l'empirismo dell'analisi testuale, ha insinuato qui e là sorrisi beffardi sulla linguistica di ieri e di oggi. Ma è un linguista egli stesso e ha intitolato la sua più recente raccolta di saggi linguistici: Relazioni e differenze. Questioni di linguistica razionale (Sellerio, Palermo 2011). È la differenza che passa fra scetticismo e paralisi, e La Fauci una volta l'ha designata attraverso tre congiunzioni rese sostantivi: «A me, l’esperienza umana (e la scienza, che ne è parte importante) pare l’esperienza di un “sebbene”, non quella di un “perché” o di un “affinché”».

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