Gay Pride in Israele

Le scorse settimane a Gerusalemme tutti aspettavano con ansia l’arrivo del neo-Presidente degli Stati Uniti che, in tempo di elezioni, per conquistare gli elettori indecisi appartenenti alla comunità ebraica, aveva promesso di trasferire l’Ambasciata Americana da Tel Aviv a Gerusalemme: gesto simbolico per avviare il discusso processo di riconoscimento della Città Santa come capitale di Israele.

Nel frattempo a Tel Aviv, al posto delle bandiere a stelle e strisce, ci si preparava a issare quelle arcobaleno, perché il 9 giugno lungo le strade della Città Bianca ha sfilato, come ogni anno, uno dei Gay Pride più attesi al mondo.

 

Nel corso della parata, infatti, accanto alla bandiera icona del movimento LGBTQS hanno sventolato assieme dalla bandiera australiana a quella canadese, da quella russa a quella palestinese: “Gay di tutto il mondo unitevi!”, aldilà di ogna appartenenze politica e religiosa.

Lo stesso Theodor Herzl, fondatore del sionismo moderno, nel 1902 illustrava in modo pionieristico nella sua celebre opera Altneuland la sua visione politica laica e democratica relativa allo Stato del popolo ebraico in Terra di Israele, sottolineando il valore irrinunciabile di una società ebraica aperta: “fondata sull’idea che noi siamo il prodotto comune di tutte le nazioni civilizzate. [...] Sarebbe immorale se mai decidessimo di escludere qualcuno da questo progetto, a prescindere dalle proprie origini, opinioni e credenze politiche o religiose. [...] C’è un unico modo per farlo: la più totale tolleranza”.

Nell’attuale Israele questo ruolo è stato assolto in modo esemplare da Tel Aviv, città che ancora non esisteva ai tempi in cui Altneuland fu tradotto da Nahum Sokolov in Tel Aviv, letteralmente “la collina della primavera” e il cui titolo divenne fonte di ispirazione per fondare la prima città “ebraica”, e, in quanto tale, radicalmente laica rispetto alla “giudaica” Gerusalemme.

 

 

La narrativa liberal-sionista del XX secolo ha così ampiamente contribuito a costruire e modellare il ruolo secolare della città di Tel Aviv all’interno della società israeliana, facendone, a partire dagli anni Novanta, il centro di riferimento per la comunità LGBTQS non soltanto ebraico-israeliana ma di tutto il Medio Oriente.

La svolta comincia nel 1993, quando in occasione della prima Pride Parade svoltasi in Israele, non a caso a Tel Aviv, il colonnello dell’esercito israeliano Uzi Even decide di partecipare sfilando in uniforme militare e per tale ragione viene arrestato e sospeso dal suo servizio. Ciò spinge l’allora Primo Ministro Yitzhak Rabin a mutare la legislatura militare relativa alla sessualità, decretando in modo ufficiale il diritto per i gay a poter prendere parte al servizio militare, peraltro in Israele obbligatorio per entrambi i sessi. Sei anni più tardi lo stesso Even diverrà il primo membro ufficialmente omosessuale a far parte della Knesset, il Parlamento Israeliano.

 

Tuttavia, più che la Knesset, un ruolo decisivo nel rappresentare i diritti della comunità LGBTQS israeliana è stato rivestito proprio dalla municipalità di Tel Aviv che, dal gennaio 2008, ha istituzionalizzato il primo LGBTQS Community Center nel mondo ad essere interamente finanziato grazie al contributo diretto dei cittadini.

La Gay life è diventata talmente parte integrante della città che a Tel Aviv non esiste un quartiere gay, bensì tutta la città è gay-friendly o, come direbbe chi sta dall’altra parte, straight-friendly.

Anche per questo oggi non è solo la comunità gay a prendere parte a questa grande processione laica. Nel corso degli anni, infatti, il Gay Pride di Tel Aviv è diventato sinonimo di libertà, creatività e apertura verso l’altro e gli altri in senso lato: un posto per tutti in cui poter essere se stessi al cento per cento.

Ed è forse questo ciò che davvero accomuna le oltre 200.000 persone che hanno partecipato all’evento dalla cadenza ormai annuale e che vedono nella Sin City di Tel Aviv non solo la capitale economica e il motore trainante di Israele, ormai ribattezzata Start Up Nation, ma soprattutto la capitale culturale e il cuore pulsante della nazione, in contrapposizione a Gerusalemme, Città Santa ma divisa dal punto di vista sia politico sia culturale, che, come prevedibile, non ha affatto ottenuto il riconoscimento che aspettava da Donald Trump, il quale, una volta ottenuti i voti tanto desiderati, ha disatteso senza troppi scrupoli le sue promesse.

 

Il Primo Ministro israeliano Bibi Netanyahu si è dichiarato deluso e amareggiato e il Presidente Reuven Rivlin nel corso dei festeggiamenti per la Festa della Repubblica Italiana tenutasi lo scorso 4 giugno presso la Residenza dell’Ambasciatore Francesco Maria Talò ha ribadito che “è giunto il momento per i nostri amici, Italia inclusa, di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Possiamo discuterne i confini ma siamo tutti d’accordo che Gerusalemme è e resterà la capitale di questo Stato. È tempo di tradurre questa verità in un fatto”.

E così mentre uno degli argomenti più complessi nonché conditio sine qua non per il riavvio dei negoziati di pace arabo-israeliani viene nuovamente lasciato in balia dello status quo, omosessuali, eterosessuali, famiglie di ogni sorta con tanto di bambini al collo in vestitini arcobaleno hanno marciato uniti per le strade di Tel Aviv per ricordare l’importanza dei diritti civili e per 24 ore ci si è lasciati alle spalle i settant’anni di conflitto che contraddistinguono la regione per unirsi tutti nella musica e la danza, come in un coro di Baccanti.

 

I festeggiamenti sono cominciati alle ore 12.00 a Gan Meir, il parco comunale che ospita il LGBTQS Community Center e ad aprire le danze del lungo corteo è stato Ron Huldai, sindaco di Tel Aviv in carica dal 1998, con alle spalle quasi venti anni di Gay Pride nel corso dei quali ha investito fortemente in questa manifestazione per promuovere su scala internazionale l’immagine della Tel Aviv liberale: “Tel Aviv Pride Parade is not just a celebration, but also an important declaration of support. Tel Aviv, which has already been acknowledged as the world's "most gay-friendly city" will continue to be a light-house city – spreading the values of freedom, tolerance and democracy to the world.”

Alcuni critici parlano di pink washing: un’operazione mediatica strategica per promuovere l’immagine di un Israele sole-mare e nightlife volta a occultare tutte le questioni irrisolte aldilà della Green Line.

Tuttavia è impossibile non osservare che nel corso della sfilata, oltre a gay e straight, grandi e piccini, scolaresche e gruppi scout, a sfilare fianco a fianco c’erano anche cittadini arabi ed ebrei.

E se tutto questo è stato possibile per 24 ore, in un domani non troppo lontano potrebbe davvero diventare realtà quotidiana. 

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