Genitori a scuola

“Il mondo esiste solo grazie al respiro dei bambini nelle scuole,” dice una massima ebraica, in cui l’immagine chiave è nelle scuole, cioè nel sociale del bambino. Questa massima è contenuta nella raccolta di leggi ebraiche Yoreh Deah (245:5) ed è scritta da Rabbi Jacob Ben Asher. Il respiro del bambino sono le sue scoperte, invenzioni, acquisizioni: cose di cui i genitori vanno fieri, pur non essendo sempre disposti a considerare che non è per i genitori che lui “respira”. Il respiro del bambino è per il mondo. Ci immaginiamo di doverlo proteggere dal mondo, mentre lui sta già imparando quel mondo che lui – non noi – abiterà, quello che lui – non noi – dovrà modificare anche con la sua sola presenza. Mentre noi quel mondo che temiamo per lui – ma che non temevamo affatto per noi – lo vorremmo dimenticare, tenere fuori dalla porta. 

 

Non è solo a causa del degrado del suo funzionamento che oggi la famiglia non riconosce piú la scuola come altra agenzia educativa: la realtà piú segreta è che la sente come competitiva, come uno sgradito limite al familiare. I genitori sembrano non amare il relazionarsi con un contesto che non sia una copia fedele dei propri valori interni. Alla scuola si è persino chiesto di evitare i compiti nel fine settimana e, per appoggiare tale richiesta, i sostenitori hanno riesumato una circolare ministeriale del 1969, fortunatamente divenuta inapplicabile: evitare i compiti a casa è avallare l’ingiustizia sociale che favorisce gli allievi provenienti da famiglie piú colte, che beneficiano di un quotidiano allenamento a una lingua piú corretta e a concetti piú complessi. Il senso di questa pretesa sembra essere che nei giorni festivi i genitori vogliono godersi i bambini senza interferenze scolastiche. I compiti possono significare che nemmeno per i genitori è vacanza, ma solo se essi assumono un atteggiamento di continuo affiancamento.

 

Opera di Loretta Lux.

 

A lasciare i ragazzi soli con i loro compiti si temono brutti voti – che, peraltro, non hanno mai ucciso nessuno – mentre li si priva dell’esercizio dell’autonomia e della responsabilità, con danno ben maggiore. 

Per evitare il confronto con gli altri educatori, visti come concorrenti di cui diffidare, c’è addirittura chi fa scuola in casa, l’homeschooling, con i genitori come docenti. Non si tratta piú solo di un’eccentricità di alcune famiglie americane che vivono lontane dai centri abitati, ma sta diventando uno status frettolosamente riconosciuto anche da governi di paesi che non hanno le difficoltà di spostamento dovute ai grandi spazi. È legale anche in Italia: è sufficiente sostenere un esame finale alla scuola pubblica, ed è possibile fino alla terza media. In Groenlandia, invece, che pure ha il problema delle grandi distanze, è illegale; la scuola a casa è vietata anche in Svezia, che l’ha proibita nel giugno del 2010: forse perché questi paesi già conoscono le conseguenze psichiche dell’isolamento. Una variante dell’homeschooling, ancora piú problematica, è l’unschooling, la non-scuola, scelta da genitori che non vogliono imporre al bambino un programma, ma si lasciano guidare dai suoi interessi (!). 

 

Come può esserci formazione per un bambino confinato in un claustrum gestito da genitori full time? Quale allenamento al sapere può offrire una scuola uterinizzata? Come si dice in Africa, per fare un uomo ci vuole un intero villaggio, ci vogliono legami di alleanza oltre che di sangue, cultura oltre che natura. La rete del collettivo ha funzione di sponda allo smarrimento che ogni essere umano prova di fronte alle interrogazioni sulla vita, la morte, la sessuazione. Per questo la famiglia è insufficiente. La scuola, il sociale del ragazzo, è l’ambiente in cui non solo si forma, ma attraverso il quale può salvarsi. 

Il film Noi siamo infinito – il cui titolo originale è I vantaggi di essere un ragazzo-tappezzeria racconta di un adolescente introverso che soffre di allucinazioni fin dall’epoca dell’incidente mortale della sua amatissima zia, sorella della madre. I due ragazzi piú in vista della scuola, fratellastri solidali, lo prendono sotto la loro ala, affezionandosi sinceramente a lui e apprezzandone l’intelligenza e le peculiarità. Anche un suo professore ne nota il talento e lo inizia alla letteratura, generando in lui il desiderio di diventare scrittore: la scuola può offrire incontri che accendono una passione e una luce. Significativamente, la piú grande scoperta intima del protagonista avviene attraverso il tempo trascorso a fare esperienze con gli amici, e nell’incontro con la sessualità: la scena in cui la ragazza che lui ama gli sfiora il sesso è quella che attiva il processo di rivelazione.

 

In quel momento, la realtà si scompone per lui in un caleidoscopio di immagini al centro delle quali vi è il gesto della giovane che si fonde con quello, sessualmente abusante, della sorella della madre. È cosí che, a posteriori, il protagonista mette a fuoco ciò che non sapeva di sapere, e cioè la terribile verità che l’amore della zia morta non era amore. Il ragazzo piomba in un delirio psicotico e l’analista che lo prende in carico in ospedale, quando lo congeda alla fine del percorso, gli dice che “se non possiamo cambiare da dove veniamo, possiamo, però, decidere dove andare”. Naturalmente, senza garanzia di arrivarci. In questo film inusuale, la famiglia resta il luogo da cui si viene, mentre quello dove si va, l’orizzonte, si gioca sul registro del collettivo. Il ragazzo diventerà uno scrittore; ciò che lo ha salvato è l’Altro, sebbene tramite un percorso doloroso. 

La passione per il sapere è eros: e l’eros è meglio non consumarlo in famiglia. 

 

Lacan ha dedicato un intero seminario alla relazione tra sapere ed eros, in cui reinterpreta la figura dell’analista attraverso Socrate e il transfert analitico alla luce di una rilettura della relazione tra Socrate e Alcibiade. Il desiderio manca sempre l’oggetto: la lettura di Kojève della dinamica servo-padrone di Hegel, assunta da Lacan, mostra l’illusione della reciprocità. Tuttavia l’eros, pur con questi limiti, è l’unico modo attraverso cui il sapere può avere effetto sulla vita, sia nella forma del sapere cosa desidero che nella domanda su cosa l’altro vuole da me: domanda destinata a non avere risposta certa, ma per investigare la quale il soggetto attiva una serie di ipotesi inconsce. In ogni caso, sembra dirci questo seminario, ogni sapere che si vuole tenere al riparo dal coinvolgimento e, quindi, da eros e pathos, è morto, vuoto. Il sapere che conta è quello che è costato la pelle, dice Lacan, non quello della prestazione, dell’informazione, dei tecnicismi o dell’obbedienza, ma il sapere legato al rischio, connesso alla passione, che contrasta l’apatia e va in un’altra direzione rispetto all’anestesia contemporanea. Nella svalutazione inconscia del collettivo da parte del discorso dominante, i ragazzi non vengono sollecitati a sentire la scuola come luogo di libertà e di futuro, in cui possono già fare esperienza di socialità e di amore per quel sapere che rende liberi. Nei discorsi familiari – anche non espliciti – la scuola è umiliata, valutata con sufficienza, degradata. La concorrenza familiare la disconosce non tanto sul piano della competenza tecnica quanto di quella educativa, perché è la famiglia che vorrebbe avere l’ultima parola sul figlio. L’asse genitore-insegnante si è infranto e il primo è intollerante alle critiche sui figli, sentite come offese personali. Se la scuola è un istituto per alcuni versi migliorabile, per altri presenta non solo isole d’avanguardia, ma anche una grande occasione per un ragazzo: il possibile incontro tra eros e sapere. 

I bambini escono poco: dopo la scuola e le attività extrascolastiche, subito a casa, o a casa dell’amico.

 

Opera di Loretta Lux.

 

Fino a poco tempo fa si giocava in cortile o nelle piazze, ma oggi i cortili sono vuoti, le piazze silenziose di voci infantili e le aree giochi deserte, a meno che non sia l’ora dell’uscita da scuola, quando, se è bel tempo, si riempiono di mamme, tate e bambini. Anche qui, la paura di ciò che c’è fuori è esagerata: gli anni settanta, per esempio, per alcuni versi erano ben piú pericolosi, ma i ragazzi vivevano fuori dalle mura domestiche. Persino nei paesini dove si conoscono tutti e il problema dell’estraneo che gira per le strade è meno avvertito, i bambini di oggi stanno in casa. Niente piú che somigli al tacito e atteso appuntamento che i ragazzini si davano al campetto, o in cortile, sicuri di trovarci sempre qualcun altro, magari l’amico preferito. Oggi un bambino quasi non sceglie piú l’amico, perché spesso se lo trova già confezionato: è il bell’e pronto figlio dell’amica della mamma o il compagno di scuola che abita vicino. Il cortile era il luogo, anche metaforico, in cui la scoperta dell’altro bambino impegnava il pensiero e modulava nuovi affetti, amicizie, incontri e anche inevitabili scontri. Era un primo allenamento alla diversità e all’implicita garanzia che il forte affetto per l’estraneo, per l’altro bambino, era consentito e normale, cosa oggi non cosí ovvia. Ho sentito genitori che cercano di ridimensionare i sentimenti dei figli verso i compagni di giochi, banalizzandoli perché fugaci, o arrivano addirittura a svilirli perché nessun amore sarebbe paragonabile, per intensità e durata, a quello di un genitore (!).

 

Dal mio osservatorio vedo che anche molti genitori delle coppie “alternative” sembrano essere toccati da questa claustrofilia: focalizzandosi sui bambini trasmettono l’idea che ciò che conta avviene dentro, non fuori, e con ciò dimenticano che è stato proprio il collettivo, l’esporsi nella sfera sociale, che ha permesso loro di esistere in termini di riconoscimento pubblico. 

L’uomo non ha mai vissuto in una società tanto allertata sul tema della sicurezza e al tempo stesso tanto sicura come quella attuale. A questo proposito, una curiosità: in Francia, all’apertura dell’anno scolastico 2014-’15, ha cominciato a circolare la pubblicità di un giaccone integrato in un sistema di tracciamento GPS, in modo che i genitori possano sorvegliare gli spostamenti dei figli. L’indumento è stato opportunamente ritirato dal commercio dopo qualche mese. L’essere controllati come sorvegliati in libertà vigilata non insinuerà in loro un sottile ma atroce legame tra controllo e amore? 

La claustrofilia passa anche nei corpi: nella mia altra attività, quella di insegnante di canto, negli ultimi anni noto tra i ragazzi l’aumento di una particolare postura contraria a una buona emissione della voce, come fossero corpi che non mettono radici. Scrive Jung: 

 

Ci sono molte persone che non sono ancora nate. Sembra che siano qui e che camminino ma, di fatto, non sono ancora nate perché si trovano al di là di un muro di vetro, sono ancora nell’utero. Non hanno ancora creato un collegamento con questo mondo; sono sospese per aria, sono nevrotici che vivono una vita provvisoria.

 

Questa non-nascita l’ho notata tante volte nei piedi che ho definito “volanti”, quelli che non toccano mai bene la terra; corpi poco radicati perché mai staccati dall’origine. Per nascere occorre abbandonare l’utero, la casa, per abitare il mondo e non per starci “provvisoriamente”, come se si fosse ancora in una sospensione amniotica. È la paura che ci fa valorizzare esclusivamente la casa che, come un’ambra, è attraente ma, al pari di un insetto fossile, il figlio lí incluso è morto.

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