Gérard Genette, palinsesto della narratologia

Anni fa, dando una scorsa alla mia biblioteca, non trovavo al suo posto il primo delle tre Figure di Gérard Genette, serie che da sempre – e cioè da quand’ero studente universitario – tenevo lì ben schierata, pronta per il riuso a ogni occasione propizia. Retorica, strutturalismo, narratologia, poetica, linguistica, teoria letteraria, semiotica del testo non possono non passare dall’opera di questo grande maestro – scomparso pochi giorni fa, a 87 anni –, rendendola imprescindibile a chi, per lavoro e per passione, da decenni se ne sta occupando. Dopo lunghi attimi di disperazione e inutili ricerche, non ho trovato altra soluzione che ricomprarlo, rinunciando però alla copertina verde della leggendaria collezione Einaudi “La ricerca letteraria” (dove i tre volumi stavano nell’ottima compagnia di Deleuze, Gugliemi, Raimondi, Orlando, Barthes, Benjamin, Szondi, Almansi e tanti altri), ormai dismessa per la più generalista PBE. 

L’episodio, personalissimo e in sé banale, dà bene l’idea, credo, del forte legame non solo intellettuale ma anche affettivo che Gérard Genette aveva saputo creare con il suo lettore, al tempo stesso fedele e recalcitrante, pubblicando nell’arco di cinquant’anni una ricca sfilza di volumi che hanno formato e trasformato diverse generazioni di studiosi: donando loro, accanto un ricchissimo apparato di concetti teorici e categorie d’analisi, un’estrema finezza interpretativa e una straordinaria sensibilità letteraria. Grazie a Genette, e forse per l’ultima volta veramente, la letteratura ‘in quanto tale’ riesce a determinare chiaramente il suo ruolo culturale e i suoi confini sociali (è una prassi critica consapevole delle forme linguistiche e delle idee ricevute), sapendo al tempo stesso farsi modello esemplare per la comprensione e la gestione di ulteriori forme comunicative, dal giornalismo ai fumetti, dalla pubblicità alla televisione: tutte cose di cui lui non si è mai occupato, pur avendo donato a chi se ne trastulla un grosso pacchetto di idee, tipologie, schemi di lettura, consuetudini ermeneutiche.

 

Così, la moda attuale del cosiddetto storytelling, nel marketing come nella comunicazione d’impresa o in quella politica, non potrebbe esistere senza aver assimilato la sua lezione narratologica – e farebbe bene chi, in quei settori, non lo conosce ancora, a dotarsi al più presto dei suoi scritti (e magari della sua intelligenza). 

 


Dopo i tre Figure (1966, 1969, 1972), nel terzo dei quali è presente il celeberrimo capitolo sul “Discorso del racconto”, saggio fondatore di ogni studio rigoroso delle forme narrative, Genette dà alle stampe molti altri titoli che hanno fatto la storia della teoria letteraria e della semiotica testuale: Mimologiques (1976, ricognizione formale dell’idea classica di imitazione), Palinsesti (1982, ripensamento dell’idea bachtiniana di intertestualità), Soglie (1987, dove nasce l’idea di un paratesto che circonda il testo, rendendolo comunicabile al suo pubblico), Fiction et diction (1991, messa in causa delle labili frontiere fra racconto di finzione e racconto fattuale). La fase successiva del suo lavoro è quella in cui, mettendo da canto la nozione semiotica di testualità, si propone di esaminare le questioni più tradizionali della teoria estetica (il concetto di opera, quello di artisticità etc.) alla luce non delle filosofie cosiddette continentali di Hegel, Croce, Lukàcs o Heidegger, ma delle estetiche analitiche anglosassoni, a cominciare dai testi basilari di Joseph Margolis e di Nelson Goodman. L’idea di paratesto peraltro, a ben pensarci, non è molto lontana da quella di ‘attivazione’ che proprio Goodman, rivedendo l’opposizione fra autografico e allografico, ha introdotto nel dibattito per una definizione non ontologica dell’arte.

 

Da qui volumi come L’opera d’arte. Immanenza e trascendenza (1994), L’opera d’arte. La relazione estetica (1997) e Figures IV (1999, nel quale è presente uno scritto come “Du texte à l’oeuvre”, che significativamente ribalta il titolo di un arcinoto articolo di Barthes del 1971). I suoi libri più recenti – Bardadrac (2006), Codicille (2009), Apostille (2912), Épilogue (2014), Postscript (2016) – hanno un tono invece intimo, a volte autobiografico, dove episodi della sua vita personale, ma soprattutto esperienze di lettura e riflessioni a più largo raggio si intrecciano in modo al tempo stesso sardonico e commovente. Genette sa d’aver lasciato un’enorme eredità metodologica e critica, ma s’accorge già che essa, poco a poco, si sta dispendendo impietosamente, stretta com’è fra la narratologia di maniera (quella che approda acriticamente nei manuali scolastici o accademici) e altre forme di studio del racconto (che, volendosi più ‘oggettive’ e ‘scientifiche’, si lanciano nelle fauci di discipline come le neuroscienze che le fagocitano senza sconti). 

 

 

Probabilmente, il problema fondamentale di quest’intellettuale fra i più originali, inventivi, lucidi del nostro passato prossimo è quello d’essere stato un uomo estremamente ironico e, per questo, assai irritante, non riuscendo a non rendersi irresistibilmente antipatico. Genette sapeva d’essere bravissimo, forse il migliore, e non perdeva occasione per manifestarlo. Prendete il suo Nuovo discorso del racconto (1983), un libro a prima vista ipertecnico dove l’autore del “Discorso del racconto” risponde passo per passo alle critiche che, dalle università di mezzo mondo, sono state rivolte alle sue sottilissime classificazioni concettuali. È un trionfo di sfottò: a chi per esempio gli rimprovera di “non riuscire a capire che senso hanno nozione come ‘eterodiegetico’ o ‘parallessi’”, lui replica che “sarà un difetto di comprendonio”; e a chi da Yale o da Princeton gli chiede ragione di certe sue proposizioni teoriche risponde: “vista da Savigny-sur-Orge [il suo minuscolo paese natale] la questione appare chiarissima”. Roba da far innervosire il più mansueto fra gli accademici. Insomma, il geniale progetto della narratologia che Genette – con Barthes, Todorov, Bremond, Eco, Greimas e pochi altri – ha portato avanti, e realizzato, con tanta pazienza ed efficacia, s’è perduto forse più per ragioni personali che non culturali. Più che di fine dello strutturalismo, potremmo parlare della detestabilità di certi suoi rappresentanti. Vogliamo ipotizzarlo, o almeno sperarlo.

 

Borges, uno degli autori che, in tempi non sospetti, Gérard Genette amava di più, disse una volta che ogni scrittore crea i suoi predecessori. L’autore di Figure, per sé, li aveva ritrovati in Aristotele, Boileau e tutta la retorica classica. Ma non è mai riuscito a darsi dei successori affidabili. Toccherà farlo quanto prima. La sua scomparsa, adesso, costringerà tanti a ricordarlo, a riprendere in mano i suoi libri e a rileggerlo con serenità, curiosità, rispetto. Scartabellando fra gli scaffali, anche grazie a questo, non mancheranno piccole, euforiche sorprese. Io per esempio, volendo scrivere questo articolo, quel volume verde l’ho rintracciato: era sul ripiamo di sotto, solo soletto da tanti anni, e adesso ha trovato i suoi naturali compari di merende. Magari l’unione fa la forza.

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