Giorgiana Masi, la vera storia di un mistero italiano

L’inizio è mozzafiato. Da romanzo. Roma, 12 maggio 1977. Una ragazza cade colpita da un proiettile al centro di un incrocio, mentre scappa verso Trastevere. Dall’altra parte, sul ponte Garibaldi, sono attestate le forze dell’ordine. Lei si accascia. La soccorrono. Non c’è sangue né bossoli. Fermano un’auto. La portano in ospedale. Il medico del pronto soccorso constata la morte. Giorgiana Masi fu uccisa da un proiettile blindato sparato da notevole distanza che la trapassò da parte a parte alle 8 di sera. Alla fine di una giornata di violenze scaturite da una manifestazione pacifica del Partito radicale. Era il 12 maggio. Pannella e i suoi volevano celebrare il terzo anniversario della vittoria al referendum sul divorzio e raccogliere firme per altri referendum. Cossiga, ministro degli interni, aveva vietato ogni manifestazione a Roma, dopo l’uccisone dell’allievo sottufficiale di Ps Settimio Passamonti, avvenuta durante gli scontri del 21 aprile, iniziati all’università (affianco alla chiazza del suo sangue comparirà, sull’asfalto, la scritta: “Qui c’era un caramba, il compagno Lorusso è vendicato”). Il centro di Roma era blindato da 1.800 uomini. Pannella non aveva accettato il divieto, che di fatto sospendeva la Costituzione nella capitale per un mese. “È un dovere disobbedire a ordini ingiusti”, aveva detto nel corso di una drammatica seduta parlamentare, mentre per strada divampavano gli scontri. 

 

Siamo nel 1977. Anno di trasformazioni, di esperimenti politici ed esistenziali. E di sangue, come quello di Francesco Lorusso, ucciso da un carabiniere a Bologna l’11 marzo, come quello di feriti e morti in scontri di piazza o in attentati terroristici. Tempo di tentativi di inventare a sinistra un nuovo modo di vivere la politica anche come liberazione individuale, accompagnati dall’incomprensione della sinistra ufficiale in cerca di legittimazione istituzionale; epoca di repressione, di risposta violenta della lotta armata che mira ad abbattere lo stato e che finirà per distruggere il movimento stesso. Anno di vittime innocenti.

La morte di Giorgiana Masi la racconta adesso, a dieci anni dal suo primo libro sugli avvenimenti di quell’anno (Ali di piombo. Il 1977 trent’anni dopo, Rizzoli, 2007), Concetto Vecchio, giornalista di “Repubblica”, cronista dalla scrittura brillante e appassionante che sa far rivivere fatti ormai lontani e mostrarne la caleidoscopica complessità. Con un atteggiamento diverso rispetto a chi quei fatti li ha vissuti e li ha sofferti sulla propria pelle.

 

Vecchio è nato nel 1971, all’epoca aveva iniziato le elementari, per lui quegli avvenimenti sono già storia, da riscostruire immergendosi e immergendoci nei documenti, da confrontare, da analizzare e criticare; una storia non sufficientemente lontana, però, da non lasciare spazio a ricostruzioni di testimoni diretti, con i rischi conseguenti di deformazioni personali, di reticenze, di smemoratezze, con il timore di affondare troppo in territori paludosi, in ipotesi non suffragate dai fatti.

 

 

La storia di Giorgiana, una diciottenne come tante, iscritta all’ultimo anno delle superiori, di famiglia modesta, impegnata politicamente a sinistra senza eccessi come tanti della sua generazione, la ricostruisce in un bel libro serrato, Giorgiana Masi. Indagine su un mistero italiano. L’ultima di copertina lo presenta come se fosse uno dei tanti romanzi di genere che affollano il nostro panorama editoriale: “Un’inchiesta mozzafiato sul mistero mai risolto di una studentessa che è diventata simbolo di un’intera generazione. Un giallo senza soluzione nell’Italia degli anni di piombo”. In realtà la povera Giorgiana simbolo lo è stato poco: per qualche dedica delle femministe, per quel suo essere una vittima innocente in un anno che di vite ne ha travolte molte. Un mistero la sua sorte lo è stato, nel senso che, come in molte vicende nazionali, non si sono mai trovati i colpevoli del suo assassinio. La ricerca della verità nel suo caso ha assunto note perfino grottesche, con menzogne, smentite, ricostruzioni di comodo, omissioni, fino alla condanna dell’avvocato della famiglia Masi, Luca Boneschi, per diffamazione del giudice istruttore che aveva firmato la sentenza di archiviazione del caso nel 1981, Claudio D’Angelo.

 

Sulla copertina del libro, pubblicato da Feltrinelli, tra ritagli di giornali spicca la fototessera della ragazza. Con un faccino un po’ triste, un’espressione da adolescente corrucciata. Quasi un’immagine di chi sa di non avere futuro, non perché preveda la morte, ma perché “non garantita”, come tutti quelli che sollevavano la testa in quegli anni di crollo di certezze. Era col fidanzato. Voleva andare a firmare in piazza Navona per i referendum radicali nel primo pomeriggio e poi godersi la giornata di sole. Trovò la zona militarizzata e ogni accesso vietato. Persino i deputati radicali erano stati respinti dal formidabile dispiegamento di poliziotti e carabinieri. Mimmo Pinto di Lotta continua, eletto deputato per Democrazia proletaria, era stato spintonato, buttato in terra e dileggiato dai tutori dell’ordine. Giorgiana, che aveva rassicurato i suoi (padre barbiere, madre casalinga) dicendo che era abbastanza accorta e che non si sarebbe fatta coinvolgere in incidenti (erano all’ordine del giorno) va a zonzo per la città, cercando altri accessi verso i banchetti delle firme, svicolando tra i numerosi focolai di scontri, accesi da cariche della polizia e da resistenze degli autonomi, tra i dintorni di piazza Navona e fino al lungotevere. Nella sua borsetta sarà trovato, tra le altre cose, un panino.

 

Poi capita alla fine di ponte Garibaldi, verso piazza Belli e Trastevere, nel momento in cui polizia e carabinieri hanno appena smantellato una barricata e stanno ingaggiando una lotta con i manifestanti, attestati verso Trastevere. Un giovane carabiniere è stato raggiunto di striscio da un colpo di arma da fuoco. Due giovani, Francesco Lacanale e Elena Ascione, vengono colpiti più o meno nello stesso tempo in cui viene ferita mortalmente Giorgiana. 

Vari testimoni dichiarano che gli spari arrivano dalla parte delle forze dell’ordine. Eppure le armi in dotazione ai reparti non hanno sparato, sarà dichiarato dai dirigenti e accertato come verità giudiziaria. Da testimonianze visive di fotoreporter dei giornali e da varie altre fonti emerge che dal lato di poliziotti e carabinieri in divisa c’erano vari individui in borghese armati. Tutto il pomeriggio, a partire dai primi fuochi accesi in piazza della Cancelleria, dalle parti di Campo dei Fiori. Nei vari scatti viene anche riconosciuto un poliziotto, Giovanni Santone, in maglietta bianca con una riga nera e tascapane da “autonomo”. Qui la situazione inizia a confondersi. Il ministro Cossiga in una prima dichiarazione parlamentare negherà la presenza di militari in borghese. Poi, di fronte alle prove fotografiche, le ammette, dichiarando che si trattava di elementi in servizio per segnalare reati, non tenuti a intervenire. Chi ha sparato?

 

Tutto il libro gira intorno a questo interrogativo e ad altri. Si poteva evitare quello che è avvenuto? Quale era il clima generale, che faceva immaginare un epilogo cruento? (Il 12 marzo, dopo l’assassinio di Lorusso a Bologna, la manifestazione nazionale degli studenti si era trasformata in un proliferare di scontri nel centro di Roma, con momenti di conflitto armato.) Poi la ricostruzione va ad analizzare il lungo svolgersi dell’istruttoria, che arriva, come tante in Italia, a un nulla di fatto. 

C’erano uomini in borghese e armati delle forze dell’ordine (quali? antirapine? Digos? corpi speciali? servizi segreti?), qualcuno ha sparato, verosimilmente dalla loro parte, ma chi?  E perché e per quale motivo tante versioni contradittorie? Vecchio non si concede il lusso di ipotesi e di giudizi. Prova a far parlare i documenti, e dai documenti quello che emerge è un fumo di nebbia che avvolge ogni cosa. Cita qualche ipotesi dietrologica avanzata all’epoca o in anni immediatamente successivi, ricorda, senza insistervi troppo, che Cossiga era uomo legato ai servizi segreti e mediatore tra il potere politico e quello militare e appena di sfuggita rammenta che una decina di anni dopo le sue dimissioni da primo ministro in seguito al caso Moro sarà riconosciuto come uno dei sovrintendenti di Gladio, la struttura segreta filo-occidentale che doveva contrastare un’ipotetica invasione del Patto di Varsavia. 

 

 

Il clima del ‘77 era arroventato: il confronto alla luce del sole, nelle assemblee, nelle fabbriche, nelle piazze, era accompagnato da scontri, da azioni terroristiche, delle Brigate rosse e di altre sigle insurrezionali di sinistra, ma anche di quelle cellule neofasciste che con la complicità di apparti dello Stato avrebbero compiuto stragi come quella della stazione di Bologna, anche quella mai definitivamente acclarata dalle inchieste giudiziarie, soprattutto per quanto riguarda la condanna dei mandanti. 

In un clima così teso varie forze giocavano. Qualcuno sostiene che fu avventurismo indire una manifestazione dopo il divieto di Cossiga (e dopo il precipitare di momenti simili nei mesi precedenti). I radicali affermano di aver difeso i diritti garantiti dalla Costituzione, che non potevano essere sospesi in quel modo. Le forze politiche e gli intellettuali al proposito si divisero.

 

Ugualmente si contrapposero tra loro sulla questione di come reagire al clima di paura instaurato in quelli che non a caso furono definiti “anni di piombo”: starsene a casa, non schierarsi né con lo Stato repressivo né con la ribellione o peggio con la lotta armata, o prendere posizione e opporsi al clima di violenza? Il terrorismo, che Vecchio ricorda assommava 102 organizzazioni, insanguinò l’Italia (in Ali di piombo ha raccontato quest’altra parte della storia). La paura era evidente tra le forze dell’ordine, anche, e non esclude, l’autore, tra le righe, che qualcuno abbia manovrato, anche senza il consenso del ministro e dei superiori, per forzare il quadro istituzionale verso leggi speciali. D’altra parte in quale altra direzione si muoveva la “strategia della tensione”, se non in quella di creare paura per indurre una svolta autoritaria e tenere comunque le sinistre lontane dal potere, facendo rigettare alla società qualsiasi ipotesi di governo delle sinistre o di “compromesso storico”?

 

Chi sparò a Giorgiana? Chi ne troncò la giovane vita? (Ora avrebbe 59 anni, sarebbe mamma e forse nonna, ricorda Vecchio.) Come si spiegano le varie testimonianze che dicono che personaggi in borghese, tra polizia e carabinieri, imbracciano armi e che dalla parte delle forze dell’ordine si spara? Domande rimaste senza risposta. Quando l’istruttoria è chiusa l’avvocato Boneschi è l’unico a finire sul banco degli accusati. Ha commentato la sentenza riproponendo le domande inevase, le foto, i filmati, i bossoli ritrovati di armi in dotazione alle forze dell’ordine, le ricostruzioni dei periti della polizia sbugiardate e quelle degli esperti di parte con la dimostrazione che un proiettile sparato dalla parte del ponte occupata dai tutori della legge trapassò la schiena di Giorgiana. Il suo ragionamento, il suo sfogo a voce, è stato trasformato in una dichiarazione dal Partito radicale, in accusa scritta contro il giudice istruttore di non essere andato in fondo. Per potere sostenere la sua posizione nel processo seguente per diffamazione, intentatogli dal giudice D’Angelo, non accetta l’elezione a deputato, rinunciando a trincerarsi dietro l’immunità parlamentare. 

 

La vicenda è grottesca e penosa. Vecchio la ripercorre anche nei suoi risvolti umani, oltre che nei tanti gradi di giudizio, che emettono sentenze contraddittorie, fino a una condanna civile definitiva per calunnia nei confronti del giudice nel 2008, l’unica verità giudiziaria certa dopo trent’anni. Questa rivelazione arriva all’autore quando l’avvocato è ormai malato gravemente e sta per spegnersi. Intorno alla vicenda di Giorgiana si volgono anche le vite che hanno attraversato questi 40 anni di ombre della Repubblica.

 

Una considerazione finale merita la forma del libro. La sua apparente emozionata oggettività, quel non fare mai il passo più lungo dei fatti, arrivando a mettere in campo tutte le ipotesi senza sbilanciarsi su nessuna, sembra il controcanto alla vicenda amara dell’avvocato Boneschi. Fa venire in mente che oggi affermare “io so i nomi dei colpevoli”, come faceva Pasolini, è pericoloso e forse impossibile. 

 

Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974[…]”, Pierpaolo Pasolini, “Corriere della Sera”, 14 novembre 1974.

 

Le vicende di quegli anni sono ancora troppo vicine e ne siamo ancora completamente implicati? È giunta l’ora di staccarsi dai partiti presi e provare a trovare la vera storia di quegli anni oppure registrare i fallimenti di quel bisogno di verità? Oppure?

Maurizio Torrealta, cronista che ha ricostruito in modo intelligente in approfondite inchieste giornalistiche molti di quei misteri recenti d’Italia racchiusi sotto la sigla “trattativa tra Stato e mafia”, ultimamente ha deciso di scrivere un romanzo, Il filo dei giorni (edizioni Imprimatur). Tratta degli attentati dei primi anni ’90 e della misteriosa Falange armata. Perché un romanzo e non un’inchiesta, un libro che cerchi di tracciare la storia “vera” di quei fatti? Torrealta risponde in un’intervista (“Corriere di Bologna”, 28 luglio 2017): 

 

“Sono stato l’unico giornalista ad accedere a ventiquattro faldoni dell’inchiesta giudiziaria sulla Falange armata archiviati in Procura a Roma. Archiviati perché non venivano rilevati profili criminali imputabili a persone specifiche. Non essendoci state conseguenze penali, se avessi fatto nomi avrei corso il rischio di essere processato per diffamazione. Allora ho preferito raccontare le storie piuttosto che nominare le persone”.

 

Conclusione provvisoria: la storia recente d’Italia è narrabile solo come un romanzo, come una fiction, una fantasia dalle tinte fosche con personaggi evanescenti per una sequela di trame feroci, lontane, indistricabili? Qualcosa come le Cronache italiane di Stendhal? Il libro di Vecchio, tra gli altri meriti, ha quello di riproporre, con il suo efficace racconto, la questione.

 

Concetto Vecchio, Giorgiana Masi. Indagine su un mistero italiano, Feltrinelli, pp. 225, euro 18.

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