Giovani, mettete su una start up!

Ha riscosso successo il film Il vegetale di Gennaro Nunziante, una sorta di parabola rivolta ai giovani. Il film racconta le traversie di un giovane milanese che fa di tutto per farsi assumere da qualche grande azienda, ma che di fatto viene menato come un can per l’aia: stage che sono di fatto lavoro sottopagato, promesse mai mantenute, cavilli burocratici ed evasivi (delle tasse). Alla fine però il giovane mette su un’azienda che produce cibo biologico, e questo – si tratta di una favola edificante – senza ricorrere a lavoro nero, a braccianti sottopagati, ma tutto onestamente rendicontato. Messaggio lampante: giovani, smettetela di puntare al miraggio del posto fisso da dipendente in una Corporation, inventatevi voi un mestiere, mettete su una start up!

 

Il film illustra in modo gnomico il cambiamento di paradigma nel lavoro in corso nelle nostre società industriali avanzate. Un cambiamento di paradigma che mette in crisi quella che oggi si chiama – non più teoria ma – narrazione di sinistra, marxista o liberal che sia. Una messa in crisi che spiega il declino anche elettorale delle sinistre occidentali. In sintesi: andiamo verso un’organizzazione del lavoro in cui ciascuno è imprenditore di se stesso. Non più il dipendente ma l’imprenditore diviene la figura-cardine della vita lavorativa oggi.

Ora, da tempo il liberalismo americano – in particolare la scuola di Chicago – ha proposto il paradigma detto del “capitale umano”; termine entrato ormai nel discorso comune, anche se per lo più viene frainteso. Secondo questa narrazione, chiunque non viva di rendita è un imprenditore, anche chi lavora come operaio in fabbrica. L’operaio è qualcuno che investe così il proprio capitale umano, che ha costituito nel tempo. Una ragazza che anziché fare l’operaia preferisce fare la prostituta, ad esempio, investe così il proprio capitale diciamo biologico. Si investe il proprio capitale umano non solo per guadagnare, ma per avere soddisfazioni in generale. I genitori, che sono in gran parte artefici del capitale umano dei loro figli, puntano anch’essi alla propria soddisfazione, anche se altruistica: avere figli con un elevato capitale umano. Questo certamente non significa più eguaglianza: chi ha uno scarso capitale umano, o lo investe male, sarà più povero di chi ha un cospicuo capitale umano e sa investirlo bene. Insomma, esistono imprenditori ricchi e imprenditori poveri; e in effetti, “il popolo delle partite IVA” è composto per la maggior parte da poveracci (anche se l’allargamento delle partite IVA è un fenomeno di per sé positivo). La maggioranza delle ditte sono misere. Non dico che questa teoria o narrazione sia più vera di quella marxista o di sinistra in generale, dico solo che essa oggi appare più verosimile, sembra rendere meglio conto della realtà. Come Il vegetale mostra.

 

Capisco che si tratti di una realtà che la sinistra detesta. Ma il mio compito non è giudicare e denunciare, e tanto meno proporre soluzioni, è di capire le cose, anche se non vanno per il verso che vorremmo.

Oggi si ripete come cosa scontata il fatto che il ceto medio si sta impoverendo. Ma se per ceto medio intendiamo tutti quelli che appartengono alla fascia di reddito media, allora c’è sempre un ceto medio non impoverito. Il punto è che oggi si impoveriscono persone che in passato classificavamo nel ceto medio: insegnanti, colletti bianchi. In effetti, quando andava per la maggiore la narrazione marxista o liberal, tendevamo ad associare a ogni mestiere un determinato livello di introiti e di forma di vita: se si era operai si era per lo più poveri, se si era insegnanti si aveva un reddito medio, se si era industriali si era ricchi… Oggi la nostra posizione nella struttura del lavoro non implica affatto un dato livello di reddito. È come se oggi tendesse a universalizzarsi quel che un tempo significava essere cantante o venditore di scarpe. C’era la cantante scalcagnata che andava avanti a ingaggi alle feste popolari e c’era Luciano Pavarotti; c’era l’umile scarpaio di un villaggio e c’era Salvatore Ferragamo. Anche essere filosofi, per dirne una, non garantisce oggi una specifica quantità di introiti: ci sono tanti laureati in filosofia che insegnano per tutta la vita nelle scuole medie, e filosofi ricchi e famosi, autori di bestseller, come Umberto Eco. Tutto dipende dal nostro capitale umano e dal nostro modo di farlo fruttare.

 

E la famiglia da cui si proviene è uno dei principali fattori del capitale umano. Da qui la scarsa mobilità sociale: ciascuno tende a perpetuare lo status della propria famiglia di origine. Tranne una frangia mobile, che va non solo in su ma anche in giù. Tutti conosciamo ereditieri che col tempo sono finiti in miseria.

Se tutti ci percepiamo come imprenditori – anche se siamo dipendenti di un ente – vien meno la filosofia che promuove il sindacalismo. Questo si regge sul fatto che tutti i lavoratori di una certa categoria si sentono più o meno alla pari, ovvero con redditi tra loro simili. Ma questo è sempre meno il caso oggi. Prendiamo i contadini: alcuni hanno ereditato un terreno misero e sono rimasti miseri, e altri si sono arricchiti. C’è sempre meno solidarietà all’interno di una categoria, perché i destini individuali si divaricano.

Non è che oggi ci siano più poveri che nel passato, solo che i poveri oggi sono chiamati “perdenti”; come imprenditori, appunto, che abbiano fallito.

 

 

Si sa che più una società è industrializzata, più si gonfia il terziario, ovvero i servizi. Questo è dovuto al fatto che nei primi due settori – industria e agricoltura-allevamento – la produttività è enormemente cresciuta, e crescerà ancora di più. Ovvero, la meccanizzazione, la robotizzazione, riduce sempre più la forza-lavoro impiegata, e la forza-lavoro potenziale troverà sbocco solo nel terziario. Certo anche in certe aree del terziario la produttività è molto aumentata; così chi è dedito a un lavoro intellettuale, come il sottoscritto, svolge da solo un lavoro che prima veniva fatto da tre segretari. Ma il tempo che un parrucchiere impiega per mettere a posto una capigliatura è lo stesso oggi come cento anni fa. Molti servizi restano a bassa produttività, e quindi assorbono molta mano d’opera. Ma anche nei servizi c’è chi sa far rendere il proprio capitale umano, e chi meno. Le sperequazioni sono interne a ogni tipo di attività. Anche se resta una sorta di identificazione quasi castale: tanti piccoli imprenditori sempre sull’orlo del fallimento votano compatti per Berlusconi perché si sentono rappresentati da un imprenditore come loro.

 

Il modello Chicagoan che vede ciascuno di noi come un imprenditore aumenta insomma la sua credibilità oggi perché di fatto la parte del lavoro dipendente con contratti a tempo indeterminato si assottiglia, e sempre più persone diventano imprenditori, anche se poveri. La sinistra protesta: “si allarga l’area del precariato”. Ma il precariato è la conseguenza del fatto che diventiamo sempre più, ciascuno di noi, freelance. È la gig economy, l’economia dei lavoretti. Call centers, piccolo commercio, Airbnb, consegne a domicilio, trasporti tipo Uber, ecc. Nel 2016 in Italia un milione e 800.000 persone lavoravano in questo modo; ma si calcola che nel 2020 il 40% dei lavoratori americani saranno di questo tipo. È interessante che il termine gig venga dal jazz: era l’ingaggio ad hoc di musicisti per una serata. Tutti tendiamo a essere come i jazzmen. Ovvero, il modello non è più l’operaio o l’impiegato di stato, ma l’artista. L’artista di solito è precario, ma appunto, ci sono artisti poverissimi e artisti milionari. 

Contrastare la gig economy è arduo. Lo vedo nel mio piccolo; anch’io sono uno sfruttatore per forza di cose. Spesso ho bisogno di traduzioni per il mio lavoro, che affido a pagamento ad amici. Mi colpisce il fatto che quasi sempre costoro vogliano essere pagati in nero, di solito per ragioni fiscali. Ma se si imponesse una legge per cui devo assumere i miei traduttori, non sarei mai in grado di far fronte a una spesa simile. Sarei io allora a chiedere a questi amici di lavorare in nero. O rinuncerei tout court alle traduzioni… Di solito l’alternativa al gig non è l’assunzione, ma niente lavoro. Questa è una morsa nella quale tutti siamo presi, anche se votiamo per LeU. 

 

La sinistra, marxista o quasi, si basa su un presupposto: che si deve andare avanti assieme agli altri, assieme a chi sta in una condizione simile alla propria. Se una fabbrica licenzia – predica la sinistra – meglio battersi assieme agli altri operai piuttosto che trovare una soluzione individuale, ad esempio farsi assumere altrove, o magari sedurre una manager della fabbrica che decide i licenziamenti… Ma in un mondo di lavoro frammentato, non garantito, effimero, fluttuante, la solidarietà di classe o corporativa perde senso. Sono le strategie individuali di sopravvivenza quelle che alla fine si mostrano decisive.

 

Tony Blair, e quella parte di sinistra che la pensava come lui, si rendeva ben conto di quello che abbiamo detto. Perciò Blair lanciò negli anni 90 il famoso slogan “Education, education, education”. Era la teoria di Anthony Giddens: nel mondo globalizzato di oggi la produzione dei beni di base verrà sempre più effettuata da paesi più poveri, come India e Cina, dato che là la manodopera costa molto meno. L’unica chance per i paesi altamente industrializzati è puntare sulla crescita del capitale umano, e l’istruzione è il principale fattore di crescita di questo capitale. Da una parte un mondo-operaio asiatico-africano, dall’altra un mondo-manager che coincide con il mondo iper-industrializzato. Gli europei dovranno lasciare la produzione dell’hardware (funzione operaia e contadina) agli extra-europei, per puntare tutto sul software (sapere e cultura). Bella teoria. Solo che in un paese occidentale non tutti possono essere creativi, informatici, dirigenti, manager, esperti: ci sono alcuni lavori a bassa produttività, connessi ai servizi, che vanno comunque svolti. I lavori gig, appunto. Svolti da immigrati, in parte, ma anche da autoctoni. Avremo quindi ampie fasce di popolazione colta ma povera, diciamo super-istruita rispetto al modesto lavoro che fanno e che sempre più faranno. Ma se tutti sono colti, i titoli di studio cesseranno di essere una risorsa in sé.

Allora meglio non studiare, meglio arrabattarsi sin da subito: meglio votare per Salvini, Fratelli d’Italia, M5S...

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