Gli dei della Grecia sono tra noi

Gli dei della Grecia sono ancora tra noi. Leggende, miti e tragedie ispirate alle epopee omeriche sono intrecciate alle nostre vite quotidiane, ritrovate nei nomi di prodotti e di alberghi, nelle facili interpretazioni da psicologia spicciola e tra le sfere celesti. Il pantheon greco ha forgiato la nostra mentalità. L’Iliade e l’Odissea sono alle origini della nostra letteratura, reinterpretate e riscritte a cominciare da Eschilo per arrivare a James Joyce. E anche se gli inquilini del Monte Olimpo hanno vissuto altalenanti fortune attraverso i secoli, messi in castigo soprattutto dall’Illuminismo, in questa stagione letteraria fanno di nuovo capolino, impastando di nuovo i loro archetipi e le loro trame nel nostro presente.

 

Sarà solo una singolare coincidenza, ma in questi mesi sono stati pubblicati tre romanzi che tornano a rileggere i miti della tragedia greca: La donna dai capelli rossi di Orhan Pamuk, ossessionato dalle tematiche del parricidio dell’Edipo Re; House of Names dell’irlandese Colm Toíbín, che riscrive nel linguaggio contemporaneo la trilogia dell’Orestea; e Home Fire di Kamila Shamsie, che propone una rilettura dell’Antigone ambientata tra la Londra dei pachistani-britannici, la Siria dell’Isis e uno scioccante gran finale a Karachi.

Il romanzo di Pamuk, che quest’estate ha vinto il premio Lampedusa 2017, intreccia una storia ambientata nella periferia di Istanbul tra gli anni ’80 e i giorni nostri a un’analisi sulle forme di potere occidentali e orientali. Iniziando a scavare, letteralmente, in un pozzo alla ricerca d’acqua, il romanzo tesse un dialogo formidabile tra l’idea di parricidio come simbolo della ribellione occidentale contro il potere, contrapposto al concetto di figlicidio, eviscerato tramite la leggenda del guerriero Rostam che assassina inconsapevolmente il figlio in un campo di battaglia, e che, secondo Pamuk, rappresenta la figura autoritaria asiatica. 

 

 

Un mito dell’Occidente che s’intreccia, a Istanbul, con un racconto della mitologia persiana e islamica. Parricidio e figlicidio. Le imperfette democrazie nostrane contro l’arcaico dispotismo dell’Est. Il tutto sull’impianto di un intreccio cucito con fascino e tensione. 

L’irlandese Toíbín ha invece ammesso d’essere stato influenzato dall’eco degli eventi che accadevano durante la stesura del suo romanzo che ripercorre l’Orestea. “Scrivevo, dopotutto, al tempo dello Stato Islamico, quando le immagini di violenza e odio sembravano quasi naturali o almeno prevalenti, quando la bramosia per la crudeltà faceva parte dei notiziari quotidiani così come lo fu durante i conflitti dell’Irlanda del Nord.” Per trovare la voce del matricida Oreste ha studiato la personalità dell’attentatore della maratona di Boston. Per Clitennestra si è ispirato alla moglie del presidente siriano Assad. 

Ma è nell’autrice trentenne di Home Fire, Kamila Shamsie, che ritroviamo la più felice tessitura tra la tragedia dell’antica Grecia e il presente di queste estati di terrore. Shamsie trasforma la protagonista in sorella minore, come già fece il drammaturgo francese Jeanne Pierre Anouilh. È Aneeka infatti a disperarsi per riportare a Londra il fratello Parvaiz, radicalizzato dall’ISIS e reclutato a Raqqa. 

La storia si dipana tra il conflitto della famiglia Lone, pachistani-britannici di successo e integrati a tal punto che il patriarca diventa ministro dell’interno, e i Pasha, famiglia il cui padre jihadista venne ucciso nel tragitto verso Guantanamo e che cerca di barcamenarsi nell’ambiguità dell’integrazione contemporanea. Finale esplosivo da non spoilerare.

 

Cosa spiega questa stagionale tendenza letteraria che rispolvera la tragedia greca e risveglia gli dei? Forse la semplicità archetipica della tragedia umana è sopravvissuta ai precoci annunci della morte del romanzo, alla letteratura post-moderna, alla moda della saggistica e della reality fiction proprio perché interpreta al meglio un’universale umanità che sembra esser cambiata poco dai tempi di Zeus e Atena. 

È proprio la necessità di trovare un senso nei massacri da incubo nelle metropolitane, nei teatri, nelle promenade europee, o tra la polvere dei bombardamenti siriani, che la letteratura scava di nuovo tra le sue origini per cercare una spiegazione che può essere la ciclicità della storia, o il fatto che l’umanità è irrimediabilmente ferale, feroce, ambiziosa, vendicativa, ma capace di gesti nobili, di amore e sacrificio.

Gli archetipi mitologici e le tragedie greche saranno pure un’eccessiva semplificazione delle sfumature del presente, ma aiutano a dissipare la confusione e il rumore dell’adesso, delineando un’immagine più nitida di come vanno le cose, creando una storia accettabile, con un inizio e una fine, con un significato.

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