"Hai letto Infinite Jest?”

Alcune volte si trema senza controllo di fronte a una domanda. “Hai letto Infinite Jest?” è per me una di queste. Meglio ammetterlo: non ho (ancora) avuto il coraggio di leggerlo per intero. Nemmeno di comprarlo, per la verità. Mi turba la mole del volume (lo so, è una scusa pietosa); mi deprime la lunghezza chilometrica delle note a piè di pagina; mi atterrisce la trama labirintica e vorticosa, nella quale è facile perdersi per non ritrovarcisi più. Penso di intendere il genere di sfida paradossale (e diciamocelo, un po’ sadica) lanciato dall’autore: “prova a leggerlo, vediamo se ce la fai; l’ho scritto apposta perché tu possa ben guardarti dall’aprirlo”. E poi: quanti altri classici non ho (ancora) letto! E quanti altri dovrei riprendere in mano! Il “cimitero delle nostre letture”, come lo definiva Franco Fortini in uno splendido saggio, chiede non senza ragioni la precedenza; e finora, l’ha ottenuta. Almeno su Infinite Jest.   

 

Ogni volta che entro in una libreria, il romanzo mi fa l’occhiolino, mi guarda di sottecchi, mi rimprovera in silenzio. Tenta di abbagliarmi con la sua copertina violacea e ‘nebulosa’, con il suo titolo shakespeariano tratto da quel monologo tanto celebre (e che tanto amo). Alas, poor reader. Ogni volta, puntualmente, lo sfoglio; spesso me lo porto fin nei pressi della cassa; regolarmente, lo abbandono (perché?) sul ripiano cui l’avevo sottratto con troppa celere e malriposta fiducia in me stesso. Infinite Jest non cessa di tormentarmi, con la pertinacia delle Erinni, neppure una volta tornato a casa. Il senso di colpa che deriva dal peccato originale di non averlo (ancora) letto non termina con un semplice distanziamento spaziale. Contro questo libro, a nulla vale il bieco pragmatismo del motto ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’; come accade per i grandi amori, o per le grandi ossessioni (sono forse due cose diverse?). Cotidie damnatur qui semper timet, scriveva Publilio Siro nelle sue Sententiae.

 

 

Questa forma di timore (un po’ reverenziale, un po’ semplicemente ‘fifa’) stona oltremodo quando di David Foster Wallace si è letta, se non tutta, quantomeno una buona parte della sua prosa saggistica; e la si è amata (non è davvero un’iperbole) senza condizioni. Similmente potrei dire di molti suoi racconti. Resta ciò nonostante la paura di affrontare un’opera-monstrum che tanto affascina e tanto indispone. Come superarla? Negli ultimi tempi, posso dire che si è verificato qualche progresso in questo senso. Il merito non è del tutto mio, sia ben chiaro. David Foster Wallace. Portatile (Einaudi, 2017), versione italiana ridotta e rimaneggiata (oltre che nella selezione dei testi, anche nel loro ordine di presentazione) dell’americano David Foster Wallace Reader (Little, Brown and Company, 2014), ha giocato un ruolo essenziale e terapeutico in questo senso. 

 

L’antologia si rivolge, letteralmente, a tutti, come esplicita Stefano Bartezzaghi nella sua sapiente introduzione. Esperti e cultori, così come novellini e principianti dell’opera di Wallace, troveranno in Portatile spunti, novità, letture e riletture congeniali ai propri interessi e alle  proprie ‘conoscenze pregresse’. Per chi del maestro statunitense non conoscesse che Infinite Jest, Portatile può innanzitutto offrire un primo, ampio sguardo sulla produzione ‘minore’ e non-fiction dell’autore; produzione che, nelle sue numerose e ramificate incarnazioni, si rivela tanto grandiosa e rilevante per la comprensione della poetica wallaciana quanto il suo opus magnum. Gli stralci romanzeschi potrebbero invece prefigurare, nei lettori non ancora avvezzi alle novels di Wallace, una lettura integrale di tali opere.

 

 Il volume infatti contiene, nella prima parte, un ragguardevole assortimento di capitoli tratti dai tre romanzi dello scrittore (La scopa del sistema, Infinite Jest e Il re pallido). Segue una serie di racconti, noti e importanti, tra cui “Piccoli animali senza espressione” (da La ragazza coi capelli strani), “Per sempre lassù” e “La persona depressa” (da Brevi interviste con uomini schifosi). Un nucleo di saggi, fra cui La natura del divertimento (dal postumo Di carne e di nulla) e La vista da casa della sig.ra Thompson (da Considera l’aragosta; chi lo conosce sa che gli altri personaggi della storia non sono affatto membri di una congregazione religiosa cui Wallace dichiara di appartenere, ma dello stesso circolo di Alcolisti Anonimi), conclude la silloge di scritti pubblicati. 

 

Chiude il testo una breve ma curiosa sezione denominata “Materiale didattico”, del tutto inedita, in cui vengono riportate alcune gustose minutiae, come scambi di email, programmi dei corsi, verifiche in classe, che consentono al lettore di spiare dal buco della serratura il lavoro di Wallace nei panni di professore universitario. Atto di voyeurismo letterario e biografico, certo, dal quale emergono però esitazioni, ossessioni linguistiche, indicazioni inflessibili; piccole manie e bizzarri metodi di comunicazione con gli studenti, che danno colore alla figura del Wallace ‘privato’ e ‘pubblico’ contemporaneamente. 

 

Un esempio fra tanti del suo modo di porsi in ambito accademico: alla fine di una serie di domande rivolte agli studenti, presumibilmente nella prima lezione, Wallace chiede: “Quanto ti preoccupano i voti di questo corso? Su che cosa ti aspetti che si basi il voto finale? Se fossi tu il docente di un corso di Introduzione alla narrativa, quali criteri di valutazione useresti?” (p. 748). Non che la leggerezza o la ritrosia di un insegnante siano necessariamente sinonimo di mancanza di serietà: “Per vostra informazione, per quanto mi è dato stabilire, i miei standard di valutazione sono un po’ meno gonfiati rispetto alla norma del Pomona College. Dei 306 voti finali che ho dato dal 1987, la media (micragnosa) è attualmente di 7,375” (p. 754). Esilarante, a proposito, la sua scala di valutazione degli elaborati, che non riporto per concedere al lettore il gusto di scovarla da sé.

 

 

Fra i racconti esemplari presentati in Portatile, “La persona depressa” e “Caro vecchio neon” sono ricchi, col senno di poi, di allusioni e ambiguità biografiche oscure, legate a doppio filo ai temi della depressione e del suicidio. Una delle maggiori difficoltà della lettura di Wallace, in particolare nell’epoca post-2008, è intimamente connessa con la persistenza tenace di un mito-Wallace, con il ruolo soverchiante e insidioso giocato dalla sua biografia e dalla sua violenta conclusione nell’interpretazione della sua carriera letteraria. Wallace è uno di quegli scrittori in cui opera e vita si intersecano, si sovrappongono e, forse, si confondono problematicamente; almeno nella mente di molti critici e lettori. A sgomberare il campo da pericolose sovrapposizioni dell’artistico sull’esistenziale, e viceversa, c’è già stata la biografia di D. T. Max Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Tuttavia, una difficile operazione di straniamento, che consista nell’oblio assoluto e momentaneo di quanto ‘si sa’ o si presume di sapere su Wallace, per tuffarsi senza preconcetti nel gorgo della sua scrittura, è oggi più che mai necessaria per un’esperienza di lettura proficua. Augurarsi una prossima rivincita della pagina sulla vita è oltremodo legittimo, nel caso di Wallace. 

 

Per rifuggire dalle mitologie, dalle semplificazioni e dalle equivalenze truccate (del tipo ‘Wallace = o ≠ postmodernismo’), saggi come Questa è l’acqua e E Unibus Pluram. Gli scrittori americani e la televisione, entrambi antologizzati in Portatile, risultano fondamentali. Questa è l’acqua è l’orazione tenuta da Wallace in occasione del conferimento delle lauree alla classe del 2005 del Kenyon College. Splendido esempio di scrittura saggistica d’altissimo livello, tratta di vita e di morte, di giovinezza e vita adulta, di come l’ovvio e il banale della routine quotidiana di ciascuno possano davvero rivelarsi i perni di una rinascita sensoriale e spirituale, se letti con attenzione e intelligenza. Il discorso è uno dei migliori compendi su come restare umani alla cassa di un supermarket (ma anche altrove, è chiaro), senza cedere alle lusinghe di un ottimismo estremo e ingiustificato, o senza divenire dei perfetti idioti.          

 

 E unibus pluram è una fulminante riflessione risalente al 1990 sulla mutazione dell’ironia (e dell’autoironia in particolare) da strumento di dissenso e critica sociale della tradizione narrativa a instrumentum regni nelle mani di anchorman, giornalisti, comici, autori televisivi, conduttori di Talk-show. Svuotata della sua energia caricaturale e sovversiva, l’autoironia televisiva (“sincerità interessata”) si tramuta nel ghigno del potere, nella falsa modestia del monarca che, facendo mostra di prendersi in giro davanti ai sudditi, rafforza la sua posizione di dominio e disinnesca ogni barlume di rivolta. Un mono-pensiero unidirezionale, giocherellone e insignificante, garantisce il perpetrarsi degli incassi pubblicitari, il successo del format e la teledipendenza del maggior numero possibile di spettatori. Che fare quando la sovversione diventa norma? Come spodestare o anche solo criticare sul serio un re-clown? La letteratura, in particolare, sembra soccombere dinnanzi all’impresa e giungere sempre in ritardo come la nottola di Minerva. 

 

Che devi fare quando la rivolta postmoderna diventa un’istituzione della cultura pop? Perché questo chiaramente è il […] motivo per cui l’ironia e la rivolta dell’avanguardia sono diventate annacquate e nocive. Sono state assorbite, svuotate, e reimpiegate dallo stesso establishment televisivo al quale si erano originariamente opposte. (p. 623).      

 

 Insomma: da leggersi assolutamente, se non lo si è già fatto. Anche perché Wallace in conclusione prescrive una sorta di cura al dilagare del sarcasmo (che è ironia senz’anima) nel mainstream quotidiano; e forse, la segue pure nel momento in cui tocca a lui fare letteratura in prima persona. 

 

BRAINSTORMING.


L’opera di selezione in Portatile è di per sé ammirevole, ma accusa assenze pesanti, forse inevitabili. Manca all’appello, su tutti, Una cosa divertente che non farò mai più, (presente invece nell’edizione statunitense), il celebre e caustico reportage di un viaggio in crociera pubblicato su «Harper’s» nel gennaio del 1996. Esso costituisce non solo uno degli scritti di maggior successo dell’autore, ma uno dei suoi più significativi pezzi di bravura. Imprescindibile davvero, per chiunque nutra l’ambizione di avvicinarsi all’opera di Wallace. Non compare inoltre il saggio di apertura di Considera l’aragosta, Il figlio grosso e rosso, resoconto della serata di gala degli Adult Video News Awards 1998, in cui si tratta di pornografia e del rapporto che essa intrattiene con il mondo dello spettacolo e con il suo vasto pubblico. E dove è possibile leggere in nota una frase come questa (chi non possiede un taccuino, virtuale o meno, zeppo delle proprie citazioni preferite di Wallace?): “Il sig. Hecuba […] ha fatto notare che il rapporto fra una pubblicità di Calvin Klein e un film porno hard-core è essenzialmente lo stesso che c’è fra una bella barzelletta e la spiegazione del perché fa ridere”. 

 

È stato escluso, infine, lo splendido David Lynch non perde la testa, da Tennis, Tv, trigonometria e tornado, in cui Wallace racconta la sua esperienza sul set di Strade perdute, osserva lo stile di regia di Lynch (che assume i contorni di una complessa figura di riferimento/ispirazione, nemesi/anima affine di Wallace), abbozza un profilo discreto ma articolato della personalità del regista. Propone poi una definizione a dir poco brillante e fortunata del termine ‘lynchiano’ (“particolare tipo di ironia dove il molto macabro e il molto banale si combinano in maniera tale da rivelare la costante presenza del primo all’interno del secondo”); regala una serie di impressioni, formule e brillanti intuizioni sul suo cinema, sulla condizione della settima arte, sulla cultura postmoderna e sulla passività della ricezione filmica contemporanea; solo per citare inter alia alcuni degli argomenti portanti di questo saggio, che si dimostra uno degli esempi più lampanti della curiosità vorace, dell’acume penetrante e dello stile di scrittura di Wallace scrittore di essay.

 

DAVID LYNCH.


A ben vedere è questo uno dei tratti caratteristici della scrittura di Wallace. Fedele alla forma-saggio come contenitore eterogeneo e onnivoro di forme, generi e rappresentazioni, nei suoi essays si salta senza complimenti da un argomento all’altro, dal ‘basso’ all’‘alto’, dal contemporaneo al classico, dal particolare all’universale; e viceversa. Eppure, alla fine, tutto ‘si tiene’ miracolosamente, tutto presenta una sua ferrea coerenza, all’interno di una dialettica precisa nella quale logica e fatalismo giocano dei ruoli essenziali. Nella sua scrittura razionalmente ma irrimediabilmente disperata affiora lo sguardo lucido, lucidissimo, del critico disincantato ma appassionato; il signature style di un autore che non fustiga i costumi per amor di moralismo, ma che è invece tristemente conscio di essere parte, in prima persona, della tragica mascherata del trash dilagante. 

 

Più che mettersi a nudo, Wallace si scarnifica nell’atto della scrittura. Egli è un osservatore spietato dell’ammasso di miseria culturale abbagliante, forse irresistibile, che non smise mai di affascinarlo. Così, anche nella narrativa breve e romanzesca salti logici, omissioni, sospensioni, ellissi e incongruenze spadroneggiano, dettando il ritmo dell’intero racconto e frustrando le aspettative del lettore ‘pigro’ o poco allenato. Come per magia, in conclusione ogni pezzo del puzzle si incastra alla perfezione; trattasi certo non di magia, ma di una téchne temprata e di un talento sopraffino. Se ‘genio’ non fosse un termine altamente abusato, non si esiterebbe a utilizzarlo in questo contesto. 

      

Vi sono autori che si iniziano a conoscere, di solito, attraverso le loro ‘opere maggiori’ (ma chi o come lo si sarà mai stabilito questo benedetto canone?), come Thomas Mann, o Robert Musil, o Günther Grass. Ci si getta senza indugio nell’impresa; ex abrupto si affrontano i sentieri impervi di una Montagna incantata, o le filosofiche incongruenze di un Uomo senza qualità, o i rimbombi stonati e distorti di un Tamburo di latta che viene percosso al ritmo dei (tanti) traumi della storia recente tedesca. Solo una volta discesi da simili altezze, di solito, si trova il coraggio di aprire lo sguardo ad altre vie, di rifugiarsi nei cantucci più reconditi della produzione letteraria di questi giganti. 

 

Tuttavia, ci si può anche avvicinare a un autore di soppiatto, lentamente, passo dopo passo; con un approccio bottom up, per così dire. Partire dalle ‘opere minori’ (ma quali sono, in fondo, quelle di Wallace? Tutto sembra equamente importante, in un certo senso), per avvicinarsi con la giusta cautela al presunto capolavoro, per addomesticare il ‘mostro’ per quanto possibile. Talvolta può rivelarsi la strada giusta. La scalata alla vetta di un opus magnum va preparata a dovere e la fretta potrebbe non essere la miglior consigliera. 

 

Portatile si è dimostrato un buon compagno di viaggio, una buona guida, che induce senza dubbio ad maiora. Grazie a questo ‘David Foster Wallace in formato pocket book’, ho letto (finalmente!) le prime pagine di Infinite Jest, insieme con qualche altro capitolo ivi antologizzato. Non ne sono rimasto immune. Il mistero che avvolge l’esistenza e l’espressività contratta e mutilata del protagonista Hal Incandenza (un po’ idiota dostoevskijano, un po’ Spud di Trainspotting, a prima vista) non ha mancato di destare interesse, di incuriosire, di affascinare. Chiede più tempo e più cura. Le scale sono fatte di gradini. Chissà che la prossima volta non riesca a portarmi Infinite Jest oltre la cassa della libreria? Pagando, ovviamente.  

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