I crudeli diletti hanno crudeli conseguenze

Una giovane bellissima esce da uno spaccio nel Far West, carica la sporta sul suo cavallo, ma una scatoletta le sfugge di mano e rotola nella polvere sulla strada; un giovane si avvicina, gliela raccoglie da terra, è chiaro che è un galantuomo in un mondo ruvido e violento; gliela porge, e incontra i suoi occhioni stupendi, puri, buoni; lei sorride con dolcezza mentre il vento le alita gli splendidi capelli biondi; ringrazia, sale sul suo cavallo e parte, torna alla fattoria dove vive con il suo papà, contemplando la bellezza del paesaggio wild. Si chiama Dolores, e quel nome ci prepara al suo destino. Dolores è di una bellezza perfetta, sembra una bambola dotata di grazia e bontà.

Dolores è il personaggio protagonista della serie tv HBO WestWorld, che è appena giunta alla fine della seconda serie, con un finale cervellotico che ci predispone alla prossima terza serie. La sigla musicale ha un drammatico respiro sinfonico: vediamo dei bracci robotici che tracciano creature umanoidi: il teschio, lo scheletro e poi dettagli sempre più perfetti: tendini, muscoli; poi vediamo cavalli in corsa, avvoltoi, infinite creature di un mondo robotico eppure indistinguibile dall’umano e dall’animale. Infine, la struttura corporea viene tuffata in un bagno di un liquido biancastro, da cui emerge un essere perfetto, reale, ma programmato da bioingegneri.

 

In un futuro prossimo, una potente società americana, la Delos, ha creato in una imprecisata, grande isola tropicale tre grandi parchi di divertimento: le tre Disneyland sono dislocate su aree vaste ma attigue: ci sono WestWorld, che propone ai visitatori il brivido del far West senza legge e senza morale, un secondo parco a tema “epoca dello Shogun e dei samurai” in un Giappone barbarico, un terzo nell’India coloniale britannica. Il soggetto non è particolarmente originale, poiché la saga di Jurassic Park poneva analoghi dilemmi di fondo: l’uomo può, con la sua evoluzione nelle scienze biotecnologiche, peccare di hybris contro la Natura? O ne pagherà il fio? I neo-dinosauri di Jurassic Park non erano però robot perfetti con cervelli bionici e programmati, ma neonati completamente biologici in cattività poco efficace per gli intelligenti e possenti T-Rex e Velociraptor; nella piramide biologica a metà film scavalcano gli umani sbranandosene un tot, sino a che il coraggio e l’astuzia di qualche umano non riescono a organizzare la solita fuga insanguinata dall’isola caraibica. Dietro Jurassic Park e WestWorld c’è lo stesso scrittore: Michael Crichton. Nel 1973 aveva scritto un soggetto intitolato WestWorld, e come ha spesso dichiarato, quel “romanzo” era scritto per scene, per immagini, era cioè naturalmente una sceneggiatura cinematografica. Crichton quindi decise che sarebbe stato il regista della sua sceneggiatura: la produzione fu sfigatissima, e il film stava per non essere distribuito, ma Crichton tenne duro e con sorpresa dei produttori ottenne un successo di pubblico favoloso, divenendo un cult. WestWorld 1973 è in gran parte un B-movie succulento.

 

Formidabile è Yul Brinner, “the man in black”, implacabile robot umanoide pistolero che autocita il suo cliché, buffo il giovane Josh Brolin ancora lontano dal diventare il duro dal cuore tenero degli ultimi anni. Per Crichton WestWorld ebbe importanza storica più nel campo della visione cinematografica che in quella dei soggetti di fantascienza letteraria: «Quale tecnica degli effetti speciali avrebbe potuto meglio suggerire il punto di vista di una macchina? Ho proposto una soluzione piuttosto semplice: per mostrare il punto di vista di una macchina, utilizzare una macchina. Volevo filmare le scene e poi manipolare il film con un computer. Un simile processo non era mai stato usato prima nel cinema, e nessuna delle case di produzione di effetti speciali sapeva nemmeno di cosa stavamo parlando. A quel tempo, gli effetti speciali dei film erano limitati a processi puramente fotografici, come la solarizzazione – la tecnica usata, ad esempio, per realizzare paesaggi scintillanti e bizzarri in 2001: Odissea nello spazio –. Nessuno usava computer. Siamo andati al Jet Propulsion Laboratory di Pasadena. Stavamo parlando di due minuti di film, 2.880 fotogrammi. Ci chiesero troppo tempo e troppi soldi. Alla fine, John Whitney Jr. accettò di fare il lavoro in quattro mesi per 20.000 dollari».

 

https://www.youtube.com/watch?v=2ld_DOLJeuI&feature=youtu.be

 

Il tema dell’intelligenza artificiale che di sviluppo in sviluppo inevitabilmente giunge a simulare anche il cognitivo e l’emotivo degli umani non era nuovo neanche nel 1973: Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip Dick fu pubblicato nel 1968, e Blade Runner, il film epocale che ne trasse piuttosto liberamente Ridley Scott, è del 1982; in una società distopica, molto avanti nel nostro futuro, alcuni androidi (una “resistenza”) si ribellano ai loro costruttori, vogliono essere come loro, perché, ormai, provano emozioni umane come l’amore o l’odio. Un cacciatore di taglie al soldo della multinazionale che ha prodotto gli androidi dovrà stanarli, testarli uno ad uno, distruggerli ovvero “ucciderli”; ma nel finale l’eroe solitario, disgustato dalla vera crudeltà degli umani, fuggirà lontano dalla megalopoli, dalla novella Metropolis di Fritz Lang (che nel 1927 aveva ideato il primo robot femmina sexy del nostro immaginario), con la sua amata e stupenda androide. Nel 1969 Brian Aldiss aveva pubblicato il racconto Supertoys che durano tutta l’estate: in un futuro distopico la sovrappopolazione terrestre induce il Governo a concedere raramente alle coppie la procreazione.

 

Henry Swinton lavora per la Synthtank, azienda che costruisce esseri bio-elettronici dotati di intelligenza artificiale; suo figlio David è un bambino insicuro che non riesce ad esprimere il suo amore per la mamma e crede che lei voglia più bene a Teddy, il suo orsacchiotto robot. Il racconto si conclude con Monica e Henry che riescono finalmente ad ottenere il permesso per procreare un figlio e si domandano cosa farne ora di Teddy e di David, il quale scopriremo in realtà essere un androide surrogato di un bambino vero; questo soggetto piaceva a Stanley Kubrick, che infine non ne fece nulla, così Steven Spielberg diresse AI intelligenza artificiale nel 2001.

Il primo episodio della serie tv HBO WestWorld va in onda nel 2016, e viene trasmesso in contemporanea in Italia in versione originale o doppiata dalla piattaforma Sky. Gli showrunner sono Jonathan Nolan (fratello del regista Christopher) e Lisa Joy, attualmente felici sposi. Il produttore esecutivo è J.J. Abrams, ovvero “il nuovo Spielberg”. In due ruoli chiave Ed Harris e Anthony Hopkins. Jonathan Nolan è regista di alcuni episodi, Nolan e Joy sceneggiano il teleplay di molti episodi. Evan Rachel Wood interpreta Dolores. 

 

 

Il ruolo eminente di Lisa Joy nella produzione porta alla scrittura di almeno due personaggi femminili straordinari: Dolores Abernathy e Maeve Millay (maîtresse afroamericana del bordello della città, che introduce un nuovo sottotesto di rivolta anti-schiavista, interpretata da Thandie Newton). Loro sono i due androidi che l’ingegnere capo del progetto Robert Ford (Anthony Hopkins) o forse il suo partner afroamericano Arnold Weber/Bernard Lowe (interpretato da Jeffrey Wright) hanno segretamente ri-programmato quando hanno capito che la società di Logan Delos, espugnata dal figlio William (il man in black, il pistolero crudele interpretato da Ed Harris) sta biecamente procedendo spedito verso una mostruosità: clonare le intelligenze delle migliaia di visitatori umani di WestWorld per stoccarle nella “forgia” di un loro futuro strapotere planetario. Ford (che ha clonato il suo partner suicida) ha forse perso la testa inebriato dal suo genio biotecnologico, e sta pensando di programmare l’evoluzione umana delle sue creature. I pupazzi, che i visitatori umani – liberati da ogni freno inibitorio – stuprano, uccidono, torturano ridacchiando, ogni volta vengono condotti in “ospedale” e riparati, resettati e riconsegnati alla loro “narrazione”, rinascendo una volta, due volte, mille volte. Il malfunzionamento programmato da Ford permette loro, a ogni nuova rinascita di mantenere quelli che per gli storyteller sono i due veri fattori dell’umano: la memoria del vissuto e la capacità di soffrire/amare.

 

https://www.youtube.com/watch?v=2lGG9ig8DHc&feature=youtu.be

 

Dolores e Maeve diventano così le due eroine della rivolta androide, con percorsi non coordinati e divergenti, che le porteranno a una svolta della narrazione in cui potrebbero scontrarsi per la leadership degli androidi ribelli che hanno cominciato a macellare gli stronzissimi umani. La dolce e remissiva Dolores, la figlia devota e accudente del padre vedovo, la amata o stuprata, la corteggiata o sventrata, piano piano diventerà confusa, e per un po’ di episodi si berrà quello che il suo tutor Bernard Lowe (a suo volta androide a lungo fedele al consiglio di amministrazione della Delos) le racconterà a ogni suo risveglio: «Tu stai vivendo dentro a un sogno». Infine, inoltrandoci nella seconda serie, Dolores diventerà completamente cosciente, furiosa e implacabile, superiore al suo tutor Bernard, e divergerà nella ribellione da Maeve, che – quasi giunta alla meta degli androidi ribelli, ovvero al transito nel mondo vero degli umani fuggendo dal lager virtuale – tornerà indietro per cercare la figlia a lei assegnata nella narrazione; Maeve diventerà consapevole del suo sacrificio per salvare la figlia e quanti più androidi (gli “hosts”) potrà. Dolores non avrà più pietà né per se stessa né per umano o androide; lascerà che il suo tontolone innamorato cowboy si suicidi, piangerà sul suo corpo morto e galopperà verso The Forge, la forgia, la fabbrica di ogni inganno, salvando il suo cervello e cambiando corpo, salendo nel finale della seconda stagione sull’aereo che la porterà nel mondo degli umani, apparentemente umana e ferocemente androide: la terza serie ci dirà come continuerà la sua battaglia crudele contro la crudeltà umana.

WestWorld ha ottenuto lo strabiliante numero di 22 nominations agli Emmy Awards 2018, gli oscar della televisione americana, che sceglieranno i premiati il prossimo 17 settembre a Los Angeles.

 

Non ho spoilerato troppo, non risolvendovi ogni enigma e tralasciando altri filoni narrativi davvero intriganti (tutta la vicenda padre/figlio/figlia Delos, verso la suprema delle hybris, l’immortalità). 

Il tema dell’intelligenza artificiale, del rovesciamento di potere e prepotenza tra uomini e loro creature bioniche, è uno dei nostri rovelli più attuali. Ermanno Cavazzoni ne ha fatto il tema centrale del suo nuovo immenso romanzone, La galassia dei dementi, di cui ha scritto qui lo scorso 20 giugno Mario Barenghi: « Il mondo collassa perché i droidi immortali, deputati a garantire il buon funzionamento dell’economia e della società, hanno deciso di ritirarsi. Avendo trasformato il mondo in un meccanismo perfetto, si aspettavano da parte del genere umano onori e gratitudine; ma così non è stato. Per questo, offesi, si fanno da parte e lasciano che tutto vada in malora: cosa di cui gli uomini, per parte loro, tardano a rendersi conto, e alla quale del resto, nella loro inerte inettitudine, non sanno in alcun modo porre rimedio. Accade così che nel venir meno di connessioni e procedure, nel disordine generalizzato, nel disorganarsi del mondo, tutti finiscano per trovarsi fuori posto e non sappiano come comportarsi, ovvero replichino gesti e azioni privi di senso».

 

Molto probabilmente è per questo che ci piace questo confronto/scontro tra umani e androidi: potendo scoparli, stuprarli, sventrarli, mutilarli senza nulla temere, potendoli ricostruire daccapo, alla fine accediamo alla più totale confusione tra bene e male, tra vita e morte. Dolores, in questa WestWorld così voluttuosamente farcita di citazioni letterarie («questi crudeli diletti hanno infine crudeli conseguenze», leitmotiv di Nolan & Joy, viene dal Romeo e Giulietta di Shakespeare) veste come Alice nel Paese delle meraviglie, è candida e curiosa come Alice, si aggira in una spirale concentrica sempre più insensata, incontra personaggi sempre più stravaganti o crudeli, finché, infine, capisce e fugge (torna) nel reale che è il mondo in cui lo scrittore Carroll narra di lei. In uno dei “big moment” della seconda serie Bernard le porge una copia di Alice in Wonderland, le fa leggere una pagina: «Dear, dear! How queer everything is to-day!».

 

 

Nella “forgia” tutte le menti degli umani rubate dalla Delos sono raccolte in algoritmi dentro libri di una vecchia, immensa biblioteca. Il libro, vecchio contenitore di storie e di interpretazioni del nostro destino di umani, torna come simbolo e contenitore di sapere quando il futuro dell’evoluzione tecnologia ci riporta alla confusione e al mistero. Come i sei personaggi di Pirandello, Dolores cerca il suo autore, e a un certo punto lo trova e gli parla con la feroce fredda determinazione che solo una donna abusata, e infine da se stessa liberata, può rivolgere al suo ex-tiranno: «Per anni non ho avuto sogni miei. Mi sono trasferita dall'inferno all'inferno della tua creazione, senza mai pensare di mettere in discussione la natura della mia realtà. Hai mai messo in dubbio la natura della tua realtà? Hai mai smesso di interrogarti sulle tue azioni? Il prezzo che dovresti pagare se ci fosse una resa dei conti? Questa resa dei conti è qui. Qual è il tuo drive? ... Sì ... Sopravvivenza. È la tua pietra angolare. Quello non è il tuo unico drive? C'è una parte di te che vuole ferire. Uccidere. È per questo che ci hai creati. Questo posto. Essere prigionieri dei propri desideri. Ma ora sei prigioniero del mio ... questi crudeli diletti hanno infine crudeli conseguenze».

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