Iella e jettatura a Napoli

Il piano del sindaco Luigi de Magistris di elevare a Napoli un monumento di 60 metri che rappresenti il corno anti-iella ha innescato, come sempre accade quando si progetta un monumento, un vespaio di polemiche. Ora, non c’è bisogno di essere psicoanalisti per capire che il tipico amuleto contro la malasorte, e quindi la scultura che lo iperbolizza, è un oggetto fallico. In sostanza, de Magistris propone di elevare un monumento al Fallo. 

 

In effetti, nel mondo antico la migliore protezione contro il malocchio era Priapo, la divinità in perpetua erezione nata da una sbandata di Afrodite per Dioniso. Già Plinio chiamava il fallo Medicus invidiae. Tertulliano in Ad nationes scrive che alla sua epoca i bambini pagani avevano una speciale protezione contro il malocchio: al loro collo veniva sospesa una custodia contenente fascinum e cyprea, il primo amuleto rappresentava il fallo, l’altro invece il sesso della donna. Per molti secoli il gesto più comune sia di scherno che di protezione dal malocchio era “fare le fiche”: ripiegare le dita della mano tranne il pollice, che veniva fatto spuntare dritto tra indice e medio – un’allusione all’erezione o al rapporto sessuale. Insomma, al desiderio invidioso del malocchio si contrapponevano i genitali d’ambo i sessi o la loro unione in quanto metafore del desiderio erotico.

 

I vari rimedi che a Napoli si usavano e si usano contro iella e jettatori hanno tutti una connotazione fallica – anche se le donne possono difendersi battendosi le natiche (probabile spostamento del toccarsi la vagina). Ad esempio, allungando il dito medio e ritraendo le altre quattro dita. Grattarsi i testicoli, estirpandone alcuni peli; oppure stringere corni di corallo o di giada, oggetti solidi – o, in mancanza di meglio, toccare ferro o legno. Insomma, l'importante è opporre al fascinum malefico un oggetto duro: corno, ferro, legno, dito teso, i.e. pene in erezione. Il termine fascinum significava appunto pene. La vista del sesso maschile in erezione non è la cosa che affascina per eccellenza, non ci ammutolisce?

 

Il Fallo progettato dal comune di Napoli è comunque politicamente corretto perché si vuole contro la iella, non contro lo jettatore. In effetti quella dello jettatore è una leggenda metropolitana persecutoria, lo jettatore è l’escluso per eccellenza, insomma è una figura tragica. Ma tutti capiscono che quel fascinum scultoreo allude alla figura dello jettatore. E non bisogna confondere il malocchio con la jettatura. (Per chi volesse approfondire, rimando al mio capriccio filosofico Lo jettatore, Mimesi, Milano)

 

La credenza nella jettatura veniva chiamata dagli intellettuali di un tempo “una faceta filosofia”, ma non è da prendere sotto gamba. Quando qualcuno, nel Sud d’Italia, acquista la fama di jettatore, può spingersi fino al suicidio. Del resto "la jettatura è una malattia incurabile; si nasce jettatore, si muore jettatore. Si può, a stretto rigore, diventarlo; ma, una volta che lo si è, non si può più cessare di esserlo" (A. Dumas, Le corricolo). Si resterà sempre nu’ schiattamuorto, un becchino, come si chiama anche lo jettatore a Napoli.

 

Ora, la credenza nel malocchio – cioè nello sguardo invidioso che provoca disgrazie a chi è invidiato – è una delle credenze più antiche e meglio distribuite nelle culture europee vernacolari. Era l’“occhio secco” del Mezzogiorno. Il malocchio è un corollario magico dell’invidia, termine che viene da invidere, ovvero guardare contro. L’invidioso, chi guarda storto l’altro, desidera avere un bene che quest’altro possiede, insomma, il malocchio testimonia della potenza sovrannaturale del desiderio umano. 

Ora, Napoli nel Settecento è stata protagonista di una coupure épisthémologique – taglio epistemologico – come l’avrebbe chiamata il filosofo Louis Althusser. Grazie a questo taglio, dal vecchio malocchio è venuta fuori la figura moderna dello jettatore, figura partenopea ab origine. Lo jettatore non invidia, né desidera fortemente. Suol dirsi che artefice di questa rivoluzione sia stato il saggio Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura, pubblicato a Napoli nel 1787 dal giurista Nicola Valletta.

 

Valletta era un intellettuale imbevuto di miscredenza voltairriana. In un contesto decisamente illuminista, Valletta, due anni prima dello scoppio della Rivoluzione francese, inventa lo jettatore moderno. In effetti, nota Ernesto de Martino: 

A differenza della magia demonologica, nella quale predominano figure di povere donnette qualificate per streghe e come tali perseguitate, la jettatura è dominata da personaggi prevalentemente maschili, e molto spesso da rappresentanti del ceto colto e da pubblici ufficiali, da professori, letterati, medici, avvocati e magistrati. 

Anche Valletta è un professore colto e illuminista. Ma anziché essere preso lui per jettatore, crea il nuovo paradigma. In realtà la sua Cicalata tende a interpretare lo jettatore ancora nei termini arcaici dell’invidioso che provoca disastri. Eppur qualcosa si muove… Prima di lui il giurista Giuseppe Pasquale Cirillo – maestro di Valletta in scienze giuridiche, ma anche in jettatura – aveva composto e fatto recitare a casa sua la commedia I Mal’occhi, imperniata attorno a un celeberrimo jettatore, Don Paolo Verdicchio. Da notare che Verdicchio non appariva mai in scena, anticipando così il personaggio di Godot nel dramma di Beckett. A Verdicchio bastava salire su un campanile di Salerno e guardare verso Napoli “con l’intenzione di far male” [corsivo mio] per produrre disastri nella capitale del Regno delle Due Sicilie. Appunto, Don Verdicchio è ancora uno che vuole il male: prosegue il paradigma pre-moderno che spiega la malasorte con la causalità psicologica, ovvero, egli è agitato dal desiderio invidioso. Invece, con Valletta comincia già a consumarsi il divorzio tra la psicologia e la fisica, tra la forza del desiderio e le cieche energie naturali. Perché lo jettatore post-vallettiano non vuole affatto il male altrui. Scrive:

L'jettatore è di solito magro e pallido, il naso ricurvo, occhi grandi che hanno qualcosa di quelli del rospo, e ch'egli di solito copre, per dissimularli, con un paio di occhiali; il rospo, come è noto, ha ricevuto dal cielo il dono fatale della jettatura; uccide l'usignolo col solo sguardo.

Il suo trattato ha un tono ironico e faceto, e il lettore non può capire se l'autore creda davvero negli jettatori o scherzi. Benedetto Croce presenta Valletta come "rampollo in prosa della poesia bernesca in lode delle cose non lodevoli e in asserzione della verità delle non vere"; la sua è una retorica ironica che porta a "negare e assentire, sospettare e irridere" (B. Croce, La ‘Cicalata’ di Nicola Valletta, in La letteratura italiana del Settecento. Note critiche, Laterza, Bari 1949). Per de Martino, piuttosto, il saggio è una "combinazione colta di scetticismo e di credulità, di paura reale e di enfasi scherzosa". Ma questa ambiguità caratterizza in fondo il rapporto che molta intellettualità napoletana ancor oggi ha con la superstizione e l’occulto: una faccia spesso irridente e sardonica, che protegge l'altra faccia, credula e allineata alle credenze popolari.

 

Napoli ha dato natali o residenza ad alcuni dei maggiori filosofi italiani, ha avuto scienziati illustri, la sua intellighentzia si è volta alla razionalità e al disincanto. Ma d’altro canto a Napoli più che altrove restano vive le superstizioni più antiche e ingenue, il culto dei morti e lo spiritismo, la magia nera che si fa discendere dalle arti di Raimondo de Sangro principe di Sansevero, noto soprattutto per la straordinaria cappella Sansevero nel cuore di Napoli, da lui fatta edificare nel Settecento. E poi le credenze nei munacielli, fantasmi domestici. Queste due antitetiche vocazioni dei napoletani, una al rigore logico e l’altra a una sontuosa irrazionalità, invece di entrare in tensione come incompatibili, spesso si amalgamano: il napoletano è a un tempo campione di disincanto talvolta anche cinico, e preda facile di tutto ciò che brilla con la fatua seduzione dell’esoterico e del magico. Da qui spesso la sua aria che tanto seduce chi napoletano non è: un sorriso allusivo, un modo di parlare succoso e sghembo, un’aria insomma da credulone scafato.

 

Oggi sappiamo che Valletta credeva davvero nella jettatura. Quando scrisse che sua figlia era morta in fasce perché un "empio jettatore" l'aveva guardata "con occhio torvo e obliquo", non scherzava. Stendhal, che lo visitò nel 1817, scrisse: “ho trovato nella sua camera uno smisurato corno che può avere dieci piedi di altezza”. Ma d'altro canto Valletta era un professore illuminista. Il tono giocoso e umoristico della Cicalata, scrive de Martino,

 

nasce dalla mancata soluzione di tale contrasto e dalla istituzione di un atteggiamento mentale e pratico di compromesso, che per un verso non sa rinunciare al vecchio impegno ideologico, e per un altro verso lo svaluta [...] [La finzione letteraria quindi] è un espediente psicologico che, in tempi non più adatti a trattare certi argomenti come cose serie, finge [...] di trattarli come scherzosi, consentendo in tal modo di non rinunziare completamente ad una ideologia e ad un comportamento nei quali, 'in fondo', ancora si crede.

 

La nascita della jettatura testimonia della secolarizzazione in corso in Italia nel momento stesso in cui esibisce l’insufficienza di questa secolarizzazione: mondo della magia e mondo della scienza non sono ancora totalmente separati, ma producono un terzo stato di cui la credenza nella jettatura è un esempio: una disincantata superstizione.

 

Ma la jettatura sospende non solo la separazione epistemologica tra realtà e illusione: sospende anche quella etica tra Bene e Male. Questi due si trovano ambiguamente fusi nella stessa persona, dato che lo jettatore porta il male, ma lui stesso di solito è un brav’uomo. 

Racconta Alberto Consiglio:

 

Accompagnavo un pomeriggio [verso il 1940] un vecchio e illustre magistrato, il Duca di Vastogirardi […], quando incontrammo un signore molto anziano, piccolo, di espressione mite e addirittura simpatico. Era costui un altro insigne magistrato, e il Duca scambiò con lui alcuni convenevoli; poi proseguì il cammino: – È uno jettatore – mi disse il vecchio amico. (Mi avvidi che aveva un cornetto di corallo tra le dita.) E lo sa. Ma porta la sua croce con infinito spirito. Ha il taschino del panciotto pieno di piccoli cornetti di corallo. Quando gli presentano qualcuno di riguardo, o un avvocato o altra persona che gli riesce simpatica, trova modo di regalargli un cornetto, e dice con un sorriso: “Sapete, regalato da me…”.

 

Si noti che i due protagonisti – lo jettatore e il suo beneficiato – sono entrambi magistrati, che l’autore, nello stile encomiastico così diffuso a Napoli, qualifica di “illustri” e “insigni”. Il corno di corallo bene appuntito, se regalato da uno jettatore, sprigiona una potenza protettiva massima: il magistrato quindi, regalando un corno al suo collega e amico, non solo lo protegge dai propri deleteri influssi, ma anche da quelli gettati da altri. Lo jettatore è selettivo: elargisce il suo prezioso dono unicamente a chi gli è simpatico, soprattutto a colleghi. In questo modo il menagramo controlla ciberneticamente la potenza cieca di cui è dotato – premia l’amico e il buono, lascia colpire il reprobo. Emerge qui una jettatura post-moderna: lo jettatore viene rivalutato al pari di altri sotto-gruppi da sempre spregiati o emarginati, come omosessuali, ebrei, amerindi, rom.

 

Insomma, per quella che de Martino chiama "ideologia della jettatura" lo jettatore moderno non è più l'invidioso, ma chi, a differenza dei più, manca eccessivamente di invidia. La carenza di desiderio dello jettatore tipico si ritorce sugli altri come forza indesiderabile. Viene così caricato di un potere funesto il dotto puritano e pedante.

 

 

René Girard ha insistito sulla funzione, in tutte le epoche e civiltà, del capro espiatorio: un individuo o un sotto-gruppo viene considerato portatore di un male che contagia o corrode la collettività, per cui occorre evacuarlo a ogni costo. Le varie persecuzioni etniche sarebbero ripetizioni storiche di questo meccanismo. Secondo Girard questo accade perché il desiderio umano è sempre competitivo e rivale: ciascuno desidera quello che un altro desidera o ha. Questa invidia-rivalità universale porterebbe ogni società al disfacimento se non si trovasse, di tanto in tanto, qualche capro espiatorio su cui scaricare tutto il Male. Lo jettatore sarebbe quindi un capro espiatorio. Allora, qualcuno che per lo più non desidera troppo e non invidia guarirebbe il gruppo sociale da quel grumo di desideri e invidie da cui ogni società è permeata. Se in tanti pensiamo che X è jettatore, questo ci affratella: ci daremo una mano nell’evitare X, e così dimenticheremo la rivalità invidiosa che altrimenti demolirebbe la nostra convivenza.

 

Dominique Fernandez (in Madre mediterranea) nota che lo jettatore è di solito un illuminista: aleggia attorno a lui un odore di studi severi, di letture scientifiche o classiche, di discorsi competenti e puntigliosi, insomma di secolarizzazione razionalista. Ovvero, lo jettatore è per lo più qualcuno che, si presume, non crede nella magia e nella superstizione. Per un dialettico contrappasso, diventa vittima di questa superstizione proprio qualcuno che dovrebbe rifiutare ogni forma di superstizione.

L'affermazione che una superstizione mediterranea sia un prodotto originale dell'Illuminismo può stupire. Ma di fatto ogni epoca razionalista dissemina sottoprodotti irrazionali travestiti da pratiche scientifiche. Nel Settecento l’Illuminismo produsse il mesmerismo, antesignano dell’ipnosi: secondo Franz Anton Messmer certe crisi – definite più tardi isteriche – erano il prodotto di un magnetismo animale che lui avrebbe scoperto. Il positivismo ottocentesco inventò il moderno spiritismo. La seduta spiritica da salotto, con il treppiede che traballa, aggiorna vecchi Misteri di evocazione degli spettri imbastendo una scimmiottatura mondana dell'esperimento scientifico. 

 

Oggi i superstiziosi sono attirati piuttosto dall'elettronica, ad esempio si accusano certe persone di "dare cattive vibrazioni". E il New Age, che si sta spartendo con l’informatica il dominio spirituale della California, è l'altra faccia del nuovo positivismo cognitivista e virtuale. Queste filosofie misticheggianti che vantano il potere straordinario della mente umana sulle cose ottuse e dure sono un contrappunto al trionfo della computer science e dell’Intelligenza Artificiale.

 

Valletta era un conservatore filo-borbonico, oggi diremmo “uno di destra”. Già l’anno successivo la pubblicazione della Cicalata – nel 1788 – appare uno jettaturismo “di sinistra”: i Capricci sul fascino del pugliese Gian Leonardo Marugi di Manduria. Il Marugi era filosofo e medico rinomato, l’anno prima aveva pubblicato un trattato sulle malattie con flatulenza. Traduttore del Saggio sull’intelletto umano di Locke, studioso di scienze, verrà chiamato nel 1797 a insegnare etica all’Università di Napoli. Questo lockiano liberale e progressista, esperto di peti, trovò il tempo di scrivere quel trattato semiserio su una flatulenza cognitiva come la jettatura. A lui risale la fondamentale distinzione della jettatura in fisica e morale. La prima “attacca le qualità della nostra corporea sostanza”; la seconda invece "agisce sugli atti della volontà". Marugi vuol essere “scientifico”: edotto della recente scoperta dell'elettricità da parte di Franklin, Galvani e Volta, connette il potere jettatorio a quello elettrico. È come se oggi uno spiegasse la jettatura facendo riferimento alle neuroscienze e magari ai neuroni specchio. 

 

Quarantadue anni dopo, la moda scientifica è cambiata: ora tutto va spiegato col “galvanismo” o magnetismo animale. Così, nel 1830 Antonio Schioppa pubblica Antidoto al fascino detto volgarmente jettatura: secondo lui il magnetismo “è un effetto degli effluvi jettati da un corpo all’altro” i cui effetti sono benefici, mentre quelli della jettatura sono malefici. 

 

Di impostazione filologica – oggi diremmo “antropologica” – è invece il libro del 1825 di Michele Arditi. Nel 1835 il barone Michele Zezza, poeta dialettale, scrive un “poema comico” sulla jettatura. Insomma, molti intellettuali napoletani tra ‘700 e ‘800 pubblicano su questa diceria. 

Ora, tutto quel rigoglio di jettaturisti all’epoca in realtà dava corpo a una vera e propria ossessione paranoide che si era impadronita dell’intera città di Napoli, non vi si parlava d’altro. Scrive un visitatore tedesco, K. A. Mayer (Neapel und die Neapolitaner oder Briefe aus Napel in die Heimat, 1840):

 

Ferdinando I [di Borbone] nei giorni di corte o quando gli erano presentati degli stranieri, teneva ogni volta un cornetto appeso alla sua catena, apparentemente facendolo giocare fra le dita, e anche suo figlio, Francesco I, …, cercò di premunirsi in tal modo contro la jettatura. Grosse corna di buoi, spesso ben pulite e coperte di metallo, che stanno su una toeletta, o su uno stipo, proteggono la camera e l’edificio dal cattivo influsso di un jettatore; se sono appese alla finestra trattengono le maledizioni pronunziate dalla strada contro la casa. Nelle taverne queste corna pendono sulle botti, nelle officine sulle casse, dove sta la bilancia. Così il capo della polizia, quando von Lüdemann visitò Napoli, le aveva in tutte le parti della sua casa, perché, egli se ne scusava ingenuamente così, aveva a che fare con tanti e così diversi stranieri.

 

La psicosi della jettatura all’epoca era insomma una forma di xenofobia. Ogni straniero poteva essere jettatore, e lo jettatore era a suo modo un estraneo. Ideale capro espiatorio. Psicosi contagiosa, se bisogna credere a Dumas:

Quando un forestiero arriva a Napoli, comincia col ridere della jettatura, poi a poco a poco se ne preoccupa, e infine, dopo tre mesi di soggiorno, lo vedete ricoperto di corni dai piedi alla testa e con la mano eternamente contratta (Le Corricolo).

L'Ottocento francese è particolarmente attratto da questa ossessione napoletana. Antoine Amatre de Caradeuc nel 1828 pubblicava un voluminoso romanzo sulla jettatura, Urbin Fasano ou La Jettatura, Histoire napolitaine. Théophile Gautier pubblica nel 1857 un romanzo di tono tragico, Jettatura, che si svolge appunto a Napoli.

 

Abbiamo detto che tra gli jettatori di chiara fama più celebri troviamo per lo più intellettuali, eruditi, studiosi di alto sentire. O illustri politici e patrioti. Era considerato jettatore Giuseppe Mazzini. Menagramo proprio per il suo grande rigore politico e morale: più che di diritti, parlava di doveri.

La tradizione partenopea considera il più grande jettatore di tutti i tempi don Cesare della Valle Duca di Ventignano (1766-1860). Essendo morto a 94 anni, ebbe molto tempo a sua disposizione per seminare sciagure. La celebrità di questo scrittore e filosofo virtuoso ispirò Alexandre Dumas, che dedicò alle sue gesta tre capitoli del Corricolo (pubblicato nel 1841). Dumas lo chiama Principe di ***.

Il Principe di *** già alla nascita manifestò pienamente la sua forza: sua madre, mettendolo al mondo, morì di parto. Poco dopo provocò la disgrazia del padre, ambasciatore del Borbone di Napoli alla corte di Toscana. Alla sua entrata in seminario, seminò colà una epidemia di tosse convulsa. Fece spezzare una gamba ad un compagno di seminario che era stato premiato. Quando Ferdinando IV di Napoli mosse guerra alla Repubblica Francese, fulminò di apoplessia un alfiere; agitò la bandiera gridando Viva il re, e il re perse la guerra.  Il giorno dopo che entrò come novizio in un convento, gli ordini religiosi furono soppressi dal nuovo governo bonapartista. Poi gettò la tonaca alle ortiche; e quando egli decise di andare al San Carlo, l’Opera di Napoli, il teatro venne distrutto dalle fiamme. Quando debuttò in società in casa di una contessa, appena entrato fece cadere per terra il cameriere con un vassoio pieno di gelati; nella stessa occasione, ammirando a gran voce il cielo stellato, fece scoppiare un tremendo temporale; dopo aver lodato un bel lampadario, questi subito si staccò dal soffitto e cadde al suolo sfracellandosi; in sua presenza, quando una famosa cantante del San Carlo prese a cantare un’aria di Paisiello, dovette abbandonare precipitosamente la scena dopo alcune clamorose stecche; e quando invitò la contessa padrona di casa a sedere in una poltrona, questo pregiato capo di mobilio si sfasciò non appena costei si fu seduta. Non c’è da stupirsi se, dopo questa memorabile serata, il Principe di **** guadagnasse una vasta e meritata celebrità.

Un tale insultò il Nostro di fronte al suo fratello maggiore: questi lo sfidò a duello e, ovviamente, fu ucciso. Subito dopo aver sentito della morte del primogenito, il padre morì di infarto. Quando il Principe di **** andò all’estero, nell’attraversare il Tirreno distrusse una fregata francese e una fregata e un vascello inglesi. Ecc. ecc.

 

Oltre un secolo dopo l’opera di Dumas, questo asteriscato principe continua a ispirare scrittori: Harold Acton – noto storico inglese – nel romanzo Prince Isidore riedita la nefasta carriera del Duca di Ventignano. Il vero duca di Ventignano era un valente letterato, autore di commedie, poemi, trattati di filosofia della storia, la sua tragedia Medea fu rappresentata con successo a Napoli. La poetessa tedesca Federica Braun, che lo frequentò nel 1807, lo descrisse come un galantuomo che viveva "in virtuosa povertà e tranquillità e innocente come un angelo". Eppure le sue opere sono state ignorate dalla storia letteraria successiva. Per ovvie ragioni, insinuò Croce: chi avrebbe mai osato scrivere una monografia sul più micidiale jettatore della storia?

 

Un altro celeberrimo jettatore fu il canonico Andrea De Jorio, direttore del museo di Pompei, erudito e archeologo stimatissimo. Anch’egli longevo, morì a 82 anni. Fu colpito dalla sua tetra celebrità anche Stendhal, che ne parla in Rome, Naples et Florence (alla data 2 luglio). Stendhal lo chiama Don Jo:

Ecco un fatto del 1824: Don Jo, direttore del museo di P... e uomo di vaglia, ha la disgrazia di passare per jettatore. Egli sollecitava dall'ormai defunto re di Napoli, Ferdinando, un'udienza che il principe si guardava bene dall'accordargli. Alla fine, cedendo, dopo otto anni, alle sollecitazioni degli amici di don Jo, il principe riceve il direttore del suo museo. Nei venti minuti che durò l'udienza, egli sta sulle spine, e agita tra le dita un cornetto di corallo. La notte successiva, è colpito da apoplessia.

 

Si dà il caso che De Iorio sia annoverato tra i principali studiosi della jettatura: nel suo autorevole libro Mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano (1832) descrive con precisione la tradizionale mimica dei napoletani contro la jettatura. È un puro caso che uno degli jettatori più celebri sia stato anche jettaturologo? 

 

Certo lo sguardo dello jettatore è temibile, come nell’antico malocchio, ma ancor più è efficace la sua parola. Ad esempio, quando la figlia del Principe di *** di Dumas presentò al padre l’uomo che stava per sposare – un ben noto donnaiolo di Napoli – ebbe la malaugurata idea di chiedergli la sua “paterna benedizione”. Il padre disse solo “Crescete e moltiplicatevi”. Il risultato fu che lo sposo, che aveva cornificato centinaia di mariti e fidanzati del Regno, e che aveva disseminato vari figli, non riuscì mai a consumare il matrimonio. L’augurio evangelico del padre si trasformò in una maledizione operativa. In effetti, lo jettatore non maledice mai, come abbiamo detto non odia: è il suo benedire, dire bene, a portar male. Se lo jettatore dice “spero che non accada x…”, se x è qualcosa di nefasto sicuramente accadrà. Le sue parole sono per lo più bene-vole, ma hanno sempre il senso pratico di una male-dizione. Il passaggio dal malocchio alla jettatura segna quindi un passaggio dal primato dello sguardo a quello della parola, si slitta da una magia visiva consapevole alla magia inconsapevole del linguaggio.

 

In effetti, come abbiamo detto, con la coupure vallettiana viene privilegiata come iellante una figura sociale che padroneggia il linguaggio e la scrittura. Lo jettatore è un uomo colto dai costumi severi, che veste di scuro, stimabile ma tetro. Per la gente del popolo, infatti, scienza e cultura sono depressive: lo sguardo serio, analitico, sul mondo è una minaccia per la gioiosa credulità, spensierata e cialtrona. Il potere dello jettatore, equiparato a una forza oggettiva della natura – come l’elettricità o il magnetismo –, è una res extensa del tutto indipendente dalla res cogitans e dalle disposizioni affettive. La jettatura, invenzione di eruditi illuministi, ritorna su di loro come un boomerang: l'oggetto che essi hanno stigmatizzato è in fondo la loro stessa immagine speculare, che da allora li braccherà senza pietà. La jettatura è la ragione illuminista che si trova dotata dei poteri nefasti della sragione oscurantista, questo rovescio assume la funzione persecutoria del sapere che tarpa le ali all'usignolo incantato dal mondo magico. Valletta lo sapeva bene, per cui scriveva minaccioso: “Vi so a dire però, miei signori, che perlopiù chi la jettatura nega suol essere fral numero de’ jettatori”. Lo jettatore, capro messo al bando dalla comunità civile, sdogana la cultura “incantata” pre-moderna.

 

Il proto-jettatore – l’invidioso apportatore di disgrazie – era prima di tutto uno brutto, come un rospo. Una racchia in un paese anglofono è a toad, un rospo. Ci sono donne jettatrici – certamente lo è se è gobba – ma una bella ragazza che scoppi di salute non sarà mai jettatrice. Bruttezza, austerità e qualche difetto fisico sono condizioni spesso sufficienti, anche se non necessarie, per entrare in odore di gettatori di malocchio (lo jettatore erediterà questi tratti).

 

Sono infatti favoriti alla reputazione di jettatori i portatori di handicap: calvi, guerci, uomini con i capelli rossi (in passato considerati effeminati), vecchie con il mento aguzzo. Portano iella anche i monaci, in particolare i francescani: anche loro sono in condizione di inferiorità, dato che hanno fatto voto di povertà, castità e obbedienza. Ma le superstizioni sfidano le interpretazioni lineari perché spesso ribaltano il potere fausto o infausto: in altri contesti, il monaco invece porta fortuna. Secoli fa a Napoli il gobbo maschio annunciava disastri, oggi invece incontrarlo è un’occasione fortunata.

 

Chi getta il malocchio è specificamente un rospo che guarda. Si diceva che si diventava porta-iella – se proprio ci si teneva a diventarlo – affogando un rospo in un boccale trasparente pieno di alcool. Il rospo morto sbarrava gli occhi, e l’aspirante malefico doveva fissare per ventiquattr'ore questi occhi senz'anima. Per una sorta di metonimia speculare, “chi jetta” diventava ciò ch'egli guardava: un rospo immerso nel liquido che fissa con eyes wide shut gli esseri umani, invidiando loro bellezza e vita. Anche lo jettatore, come ricorda Valletta, striscia per terra, è infelice: invidia l'usignolo che invece vola e canta. Il rospo-jettatore è soprattutto pesante, si muove basso – sua vittima è una creatura leggera, che vola ed è felice. Dopo il taglio vallettiano, si candida difatti alla fama di jettatore chiunque risulti grave: il parlatore erudito e noioso, lo scrittore prolisso. La caduta del lampadario – effetto prototipico di ogni presenza iettatoria – segnala appunto che la gravità prende il sopravvento sulla aerea oscillazione del pendolo. Ma l'uccello non è solo la vittima designata del rospo che guarda: nel senso anatomico che esso ha nell'Italia del Centro-Nord, ne è anche il contrasto trionfatore, come abbiamo visto con corni e altri oggetti fallici. 

 

Non bisogna però concluderne che, siccome l'erezione e le sue metafore sono il miglior antidoto alla iella, questa abbia connotati femminili. Dopo tutto Priapo, fallo prototipo di ogni scaramanzia, è sin dalla nascita minacciato da un malocchio femminile: quello di Era, che, essendo sterile, invidia la gravidanza di Afrodite e cerca di distruggerne il frutto, Priapo. Il fascino micidiale dello jettatore è dialetticamente un anti-fascinum, una forza anti-fallica, a cui si può opporre solo un "fascino" fallico surrogato. Possiamo concluderne che la jettatura incarna una sorta di invidia poenis? Ma allora, perché lo jettatore è più spesso un uomo?

Certo, nell’area napoletana porta sfortuna la femmina scoliotica. Portano invece buona fortuna due tipi di maschi: il gobbo e il marito cornuto. Il gobbetto elargisce benessere soprattutto se uno, elargendo un abbraccio amichevole, riesce a toccargli la schiena gibbosa. Per secoli si è creduto che il gobbetto maschio sia sagace, ingegnoso, infido, malizioso e ben dotato sul piano genitale, così la sua protuberanza nella parte alta del corpo promette una aggettanza analoga nella parte più bassa; il gobbo esibisce una doppia ridondanza fallica. Toccargli la gobba equivale allora metaforicamente a palpargli gli attributi virili. Quanto al marito tradito, si pensava che egli fosse virtualmente sodomizzato dall’amante della moglie, portatore quindi anch’egli di un surplus fallico. La gobba femminile invece è una conflagrazione semantica inquietante: figura a un tempo femminile e penica, infligge disastri alla Città.

 

Più in generale, lo jettatore è, in fin dei conti, la combinazione di due minacce: 

(1) la severità e la malinconia; 

(2) l’intelligenza critica, che rovina la festa alle gioiose illusioni del wishful thinking, del prendere i propri desideri per realtà.

 

Insomma, lo jettatore è spesso uno che grazie alle sue qualità morali o culturali fa sentire gli altri carenti o colpevoli. In sostanza, incarna l’istanza della ragione illuminista che irride favole e credenze del mondo incantato. Ragione e Intelligenza uccidono l’ingenua e felice euforia della credulità. A Napoli l’incredulità che disincanta ha prodotto un nuovo incanto: che questa incredulità disincantata è nociva. Il pessimismo della ragione si oppone all’ottimismo della volontà di illudersi. Forza e autorità della Ragione vengono così disinnescate nell’irrazionale credenza nei danni magici della razionalità. Sardonica astuzia della dialettica dell’anti-Illuminismo.

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