Il disagio nella società

Quando una tornata elettorale o referendaria punisce il governo o i partiti al governo, di solito lo si spiega con ragioni economiche: alta disoccupazione, ampie fasce di povertà, più tasse, ecc. Il voto sarebbe una protesta contro lo stato materiale del paese, secondo il detto clintoniano “è l’economia, stupido!”. Insomma, si vota sempre col portafoglio.

Oggi si evoca come deus ex machina la globalizzazione, che avrebbe impoverito il ceto medio. La globalizzazione è un processo complesso, da cui alcuni traggono vantaggio e altri svantaggio. Chi lavora per l’esportazione, ad esempio, ne trae vantaggi. Non credo che un governo venga bocciato solo per il voto di quelli che hanno visto diminuire il loro reddito. Anche perché altri invece lo hanno visto aumentare. Negli ultimi decenni abbiamo avuto un ampliarsi delle diseguaglianze, non un impoverimento generale.

In Italia dopo il 1994 – da quando c’è un sistema maggioritario – a ogni elezione vince l’opposizione. L’alternanza in Italia è perfetta. (Anche se spesso la sinistra vince per modo di dire, come nel 2006 e nel 2013, mentre quando vince la destra, lo fa in modo pieno.) A meno che non si torni al proporzionale, fatto apposta per non far vincere nessuno, nelle prossime elezioni dovrebbe quindi vincere una delle due opposizioni, Movimento 5 Stelle o Centrodestra. Questo anche se il governo Gentiloni facesse cose meravigliose. Può darsi che questa alternanza sia così rigida perché dal 1994 in poi l’Italia è un paese in declino, e ogni governo pare non riuscire a invertire questo declino.

Eppure sono convinto che non si voti sempre e solo contro i fallimenti del governo. Credo che, più che col portafoglio, si voti con il coltello del rancore.

 

Ad esempio, Churchill fu bocciato alle elezioni del 1945, anche se lui aveva appena vinto la guerra. I britannici premiarono il laburista Clement Atlee. Churchill commentò “Solo i grandi paesi sono capaci di ingratitudine”. Che cosa nel 1945 i britannici rimproveravano a Churchill? 

Esempi più vicini a noi. Si è detto che la Brexit è espressione del malessere dei ceti più poveri e meno colti. Eppure la Gran Bretagna non poteva accusare affatto l’Europa del proprio cattivo stato – come invece potremmo fare noi italiani con buone ragioni – perché questo stato in realtà è eccellente. Il PIL dell’UK avanza del 2%, superiore alla crescita tedesca; la disoccupazione è al 4,9%, un tasso accettabile. Quanto a un settore in crisi come la sanità, è proprio l’afflusso di medici e infermieri stranieri a colmare i vuoti.

 

Anche della vittoria di Trump si è detto che sia dovuta al malessere di ceti sociali emarginati dalla globalizzazione. Che a Trump è andato il voto del rust belt, delle zone de-industrializzate e in declino del paese. Resta però che Obama ha lasciato un’America florida. Lo sviluppo del PIL era al 2,4, e la disoccupazione si teneva bassa, al 4,9. Il salario medio dei lavoratori aumentava. E ha assicurato la copertura medica a circa venti milioni di persone. Eppure ha vinto la protesta Trump. 

Roberto Saviano (La Repubblica, 23-I-2017, p. 1) ha sostenuto che il voto per Trump è degli haters, degli odianti, di solito quelli che stanno peggio dei loro genitori. “Ridateci i soldi!” reclamerebbero gli haters, che sarebbero quindi anche dei losers. Ma il voto per Trump come voto di impoveriti è solo una parte della realtà. Cosa ha a che fare col portafoglio l’estremo nazionalismo americano di chi ha votato il magnate? Il loro essere sempre incondizionatamente dalla parte di Israele? La loro contrarietà ai diritti dei gay e delle lesbiche? La negazione dell’effetto serra, la condanna dell’aborto?... Tutte queste trumperie hanno poco a che fare col portafoglio, piuttosto con credenze che affondano nella Bibbia e con l’odio per ciò che fino a poco tempo fa era chiamato “post-moderno” e per la mentalità liberal. Il voto per Trump (come la Brexit) è insomma un tentativo di vera e propria Restaurazione, morale e filosofica prima di tutto. Come nel 1815 in Europa, l’Occidente è percorso oggi da un vento restaurativo. Stiamo assistendo a vittorie dei perdenti, cioè dei più poveri, dei meno colti, dei più marginali, dei più anziani, se essere anziano è essere perdente (chi scrive è abbastanza vecchio da sapere che la vecchiaia è una perdita). Questo fa pensare a molti che la restaurazione sia destinata a fallire, perché la globalizzazione è irreversibile. Eppure la Restaurazione ottocentesca durò molti decenni. Spesso ciò che va contro il vento della storia dura a lungo, e va molto lontano.

 

I movimenti studenteschi e operai dal 1968 in poi seguivano invece un vento del tutto contrario. Perché dovevamo scatenare una rivoluzione in quei paesi?

Siccome anche chi scrive partecipò a quei movimenti, vorrebbe capire perché dovevamo scatenare una rivoluzione nei nostri paesi.

Nel 1968 l’Italia era ancora in quello che è stato chiamato “miracolo economico”, durato dal 1950 al 1970, ovvero uno straordinario sviluppo superiore a quello di tutti gli altri paesi europei. Il tasso di crescita annua del PIL tra il 1958 e il 1969 era del 5,8%. La disoccupazione era al 5%, meno della metà di quanto non sia oggi (11%). 

Nel 1968 la situazione della Francia non era meno lusinghiera. Si parla delle “Trenta gloriose”, cioè degli anni dal 1945 al 1973 in cui la Francia ha vissuto il maggiore sviluppo economico della propria storia. Il tasso di crescita annua del PIL tra il 1958 e il 1969 era del 5,48%. I disoccupati erano il 2,6%, un tasso fisiologico oltre il quale è difficile scendere; di fatto, in Francia c’era piena occupazione. Oggi invece il tasso di disoccupazione in Francia è quattro volte superiore, ma non vedo scioperi né barricate per le strade come nel maggio ‘68.

Dati simili valevano allora per la Germania Occidentale.

 

Ph Lewis Hine. 

 

Eppure in questi paesi in pieno boom si scatenò un movimento di critica radicale che poi sfociò – in Italia e in Germania – nel terrorismo. È vero che quello sviluppo aveva lasciato molti indietro, che permanevano aree di povertà e di marginalità; ma la crescita impetuosa sembrava promettere un loro graduale superamento. Del resto, anche in Unione Sovietica e nella Cina maoista c’erano masse che vivevano in povertà. Credo comunque che l’esistenza di quelle aree di povertà non spieghi una rivolta di studenti e operai che aveva ragioni nel fondo non materiali. Queste erano effetto di quelli che in linguistica e in psicoanalisi si chiamano significanti, tra cui svettavano allora anti-capitalismo e Rivoluzione. Erano quei significanti, più che la povertà, a smuovere una generazione. Non a caso divenne di moda in quegli anni l’anti-consumismo, ovvero si attaccava l’espansione dei consumi che la crescita economica comportava: si condannava moralisticamente il fatto che ceti prima poveri accedessero a certi beni, non il fatto che non potessero accedervi.

La verità è che i giovani che parteciparono al ‘68 sapevano poco o nulla di economia, perché il loro storytelling non prevedeva una conoscenza economica aggiornata (eppure si dicevano marxisti!). La narrazione che si raccontavano era che il capitalismo produceva miseria, e che gli operai avrebbero fatto la Rivoluzione per stabilire il socialismo. A quasi tutto il resto erano sordi e ciechi. 

Oggi la massa di persone che vota CONTRO o NO (anche quello per Trump è stato un voto contro) segue uno storytelling diverso dal nostro.

 

Un’ampia area di persone, che sembra in espansione, si lamenta di tutto. E non è detto che siano le persone più povere, praticano il piagnisteo anche molti benestanti. Si dirà: ci sono molte cose da cambiare, anche nei paesi più ricchi e con meno diseguaglianze. Persino in Norvegia e in Danimarca ci sono storture. È vero. Anche io, se fossi al governo, cambierei molte cose e radicalmente in questo paese. Ma qui si tratta di qualità di discorso. Perché il mugugno si espande in tutte le direzioni, va dalle scorrettezze del vicino fino alla denuncia obbligata, rituale, dei “politici tutti ladri”. Valanga di denunce della vita sociale in toto. “Mi lamento, dunque sono”.

 

Tantissime persone in tutto l’Occidente vedono il mondo contemporaneo come lugubre, e sono convinte che le cose vadano peggio rispetto al passato recente e remoto. Del mondo contemporaneo vedono le guerre, la miseria, le emigrazioni di massa, i delitti, la corruzione… Tutte queste cose certo esistono, ma esistevano anche nel passato. Ad esempio, in molti paesi occidentali la criminalità è diminuita negli ultimi decenni, ma i più credono invece che sia aumentata. La tecnologia ha messo a disposizione anche dei ceti più poveri delle capabilities, come le chiama Amarthya Sen, che un secolo fa erano precluse anche ai re. Il computer, internet, i viaggi aerei, cure migliori per molte malattie, il progresso dei sistemi di riscaldamento, il minor inquinamento nelle metropoli… E di fatto aumentano mediamente nel mondo, anche in quello povero, la speranza di vita, il PIL, il livello medio di istruzione, mentre diminuisce la mortalità infantile. Intere aree del pianeta, in particolare l’India, la Cina e parte dell’Estremo oriente, stanno uscendo da una endemica povertà. Perché tantissima gente vede il bicchiere del mondo, in particolare di quello industrializzato, mezzo vuoto e non mezzo pieno? 

 

Mi sembra che l’immagine cupa che tanti hanno del mondo di oggi risponda soprattutto a un aumentato malessere soggettivo. Ovvero, non è solo la percezione di ceti che sentono di essere in declino. È effetto di un assunto quasi metafisico: che il tempo storico è quello di un regresso. Una visione che era comune anche nell’Antichità. E che contrasta con l’idea progressista che dall’Illuminismo in poi ha dominato i dominanti. Il piagnisteo contro i politici-che-rubano e contro tutto il resto è quindi solo la punta emersa di un iceberg di delusione a proposito di ciò che tutte le filosofie delle magnifiche sorti e progressive sembravano promettere. 

Gran parte dei commentatori politici vogliono credere che gli esseri umani siano nel fondo razionali, e che c’è di più razionale del portafoglio? Fa comodo pensare che gli umani siano razionali, perché sembra più facile capirli. Capire l’irrazionalità degli umani è molto più difficile.

 

La psichiatria descrive un tipo di soggetto che chiama querulomane. È qualcuno convinto di aver subito un torto e che vota la propria vita a perseguire per vie giudiziarie chi secondo lui gli ha inflitto il torto. Non importa che la rivendicazione abbia un fondo di realtà o sia in gran parte immaginaria, quel che puzza di patologia è la sua concentrazione assillante sulla rivendicazione del risarcimento che reclama. 

Parte della popolazione nei paesi moderni è querula. Il punto è che il querulo nel fondo è conservatore. Di solito vota per partiti che vogliono tornare a come si era prima. Questo è evidente nelle elezioni più recenti: nella Brexit il querulo ha voluto tornare a una Gran Bretagna da splendido isolamento prima di aderire all’Europa, nel voto per Trump tornare a prima di Obama, nel “No” al referendum italiano di dicembre per rimanere come si sta sul piano istituzionale. Il querulo politico critica tutto per restare come si è. Così le nostre democrazie hanno cessato di essere rivoluzionarie per diventare sempre più bisbetiche.

 

Per tornare alla generazione degli anni ‘60 e ‘70, bisogna dire che avevamo la pretesa di cambiare tutto il mondo, ma non eravamo lagnosi. La critica radicale dell’esistente trascende la lamentela. In realtà, proprio perché vivevamo in un’epoca di grande sviluppo, eravamo impazienti di distribuire questo benessere – anche culturale – a chi ancora non l’aveva raggiunto; eravamo iperbolicamente ottimisti, perché volevamo trasformare un mondo che sembrava là pronto per farsi cambiare. Tutto sommato, contestavamo perché davamo il mondo contestato come già superato. Cose come l’Unione europea, l’eliminazione delle frontiere tra gli stati europei, il welfare state, anche se non ci entusiasmavano erano comunque cose che davamo per scontate, come il fatto che a un certo punto in Italia e in Irlanda ci sarebbe stato il divorzio, per esempio. Tutte queste cose ci sembravano lotte giuste ma di retroguardia – mentre oggi ci appaiono lotte di avanguardia. Si contestava ingenuamente tutto, perché si pensava che fosse in fondo facile cambiare tutto; oggi si detesta tutto perché si pensa che non sia possibile cambiare niente, da qui un anacronistico chiudere porte e finestre al mondo. L’auto-protezionismo.

 

L’unanime anatema contro i politici li mette tutti insieme, senza fare alcuna distinzione, mentre vengono risparmiati dal vituperio altri potenti diciamo meno esposti. Ce la si prende raramente con certi imprenditori, con le multinazionali, con i grandi finanzieri, banchieri… La colpa di quello che non va è sempre e solo dei politici. È questa la differenza fondamentale con lo storytelling marxista, che invece faceva degli industriali e dei banchieri i veri nemici, e dei politici solo i loro laquais

Perché i politici sarebbero alla fonte di tutti i mali? Perché sono eletti. È come se andando a votare questi cittadini presumessero una sorta di tacito contratto: “Io ti mando in Parlamento, e tu devi fare in modo di rendermi felice”. 

Ma siccome ciascuno continua a sentirsi non felice o infelice, si grida a una promessa non mantenuta, a un patto non rispettato, a un imbroglio. 

 

La denuncia assillante dei politici-che-rubano è conseguenza del non sentirsi felici, soprattutto nella vita sociale. Freud scrisse un saggio famoso, Il disagio nella civiltà, dove per civiltà intendeva le nostre società moderne avanzate. Da dove nasce questo malessere nel nostro vivere assieme agli altri? Per Freud esso era dovuto al fatto che le società moderne restringono eccessivamente le espressioni della vita sessuale, ma questa non può più essere la nostra spiegazione. La mia idea è che oggi tanta gente sia così scontenta perché esige una felicità che crede gli sia stata promessa. Nella costituzione americana si garantisce la ricerca della felicità, ma tanti uomini e donne vogliono che sia garantita la felicità tout court. E sono convinti che questa debba venire dagli altri, dalla società in cui vivono, e che in primis debba essere assicurata dai politici. Gli altri appaiono così deludenti perché non sono quell’entourage idilliaco che le ideologie moderne sembrano promettere. I politici sono i capri espiatori di questa delusione generale nei confronti degli “altri”.

 

Che politici e governanti vengano investiti della responsabilità anche delle catastrofi naturali è cosa ben nota da secoli. Non si sa a quando risalga il motto “Piove, governo ladro”. Alcuni lo fanno risalire all’Ottocento mazziniano, altri addirittura all’impero romano e a S. Agostino.

Dopo l’incendio di Roma del 64 d.C., la vox populi cominciò ad accusare l’imperatore Nerone di essere l’incendiario (per gli storici moderni questa idea equivale a quella di oggi secondo cui l’11 settembre 2001 fu organizzato dalla CIA). Nerone rispose con una contro-diceria: accusò i cristiani di essere i piromani; in questo modo soddisfece un forte sentimento anti-cristiano diffuso nel popolino. 

Dopo il terremoto che nell’agosto del 2016 ha colpito varie zone attorno ad Amatrice, varie persone dicevano furibonde “Ce la prendiamo con lo stato!”, come se il terremoto fosse stato voluto o permesso dallo stato italiano. (È vero che lo stato è colpevole: non ha modificato secondo le norme anti-sismiche le costruzioni nelle zone sismiche d’Italia, di fatto la metà del paese. Ma non mi risulta che da anni le popolazioni delle aree a rischio d’Italia abbiano sfilato spesso in corteo sotto Montecitorio perché lo stato si impegnasse in questa colossale impresa. Le popolazioni colpite sono state non meno improvvide dello stato centrale.) È interessante che oggetto dello sfogo fosse non Dio o la Natura o i costruttori delle case, ma lo stato.

 

Spesso i capri espiatori sono le parti più deboli della popolazione, come le povere donne accusate un tempo di stregoneria, o gli ebrei quando erano discriminati. Ma come abbiamo visto, anche l’imperatore può essere scelto come capro espiatorio. Quando Londra nel 1888 fu sconvolta dai delitti di Jack lo Squartatore, la voce popolare accusò dei delitti eminenze della corte reale e addirittura il principe di Galles. Si pescano i capri espiatori ai due lati estremi della scala sociale: tra i più in basso come profughi e immigrati, e tra i più in alto come i politici. Così oggi i politici sono causa dei malanni in quanto supposti onni-potenti. Si presume che i politici abbiano la bacchetta magica per rendermi felice, e siccome non mi sento felice, questo significa che usano la bacchetta magica solo per arricchire se stessi.

In società, viviamo tutti come i due famosi polli di Renzo Tramaglino: ci urtiamo gli uni con gli altri per ragioni strutturali, ma ne diamo la colpa agli altri. I politici in particolare sembrano voler cozzare contro di noi. 

Abbiamo voglia di comprare cellulari ultima generazione, abbiamo voglia di fare crociere nei mari del Sud, di fare sesso con chi vogliamo, in questo mondo non si gode. E la colpa di questa mancanza deve essere certo di qualcuno.

 

Oggi in twitter, nei social media, i messaggi hanno molto successo quando sono contro qualcosa o qualcuno. Qualcosa pro invece non sfonda. L’odio è sempre più convincente della simpatia.

Anche i politici hanno successo quando si focalizzano su un “essere contro”. I grillini hanno successo perché sono contro la politica in toto. Il volto ufficiale di Trump dopo l’elezione – corrucciato, severo, aggressivo, torvo – è stato scelto bene: Trump si presenta come un mastino pronto all’attacco. 

Questo carattere oppositivo, antagonistico, denunciante, rabbioso è parte integrante della querulenza sociale di oggi: l’importante è che ci sia un nemico, e trovare il nemico giusto. Una nazione non si basa solo sulla cooperazione, la solidarietà, una certa fratellanza, ma anche sull’odio e sulla contrapposizione. E se non si trovano degli odiosi fuori, ce li troveremo sicuramente all’interno.

Credo che il bisogno di crearsi amici e nemici – interni o esterni – faccia parte delle tendenze più elementari della vita sociale. È come se non si riuscisse a vivere una vita sociale piena senza avere dei persecutori, e alleati con cui combattere i persecutori. Cosa che ci porta, molto spesso, a perseguitare i nostri supposti persecutori. 

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