Il grammatico si è detto "linguista"

“Cerusico”: chi l’ha più sentito dire? E “speziale”? “Passa a prendermi un’aspirina dallo speziale, per favore”: suvvia! Ecco due nomi di mestieri usciti dall’uso. Non ne sono però usciti perché i mestieri che designano sono scomparsi. Questo è il caso, si ponga, di “carbonaio” o di “lavandaia”. In futuro sarà forse il caso di “bancario”. Persino di “giornalista”...

 

“Speziale” e “cerusico” designano invece mestieri che esistono ancora e prosperano, solo che nessuno li chiama più così. E c’è il sospetto che, per esempio, sopra “cerusico” si sia ormai stesa l’ombra di un tabù. Dare del “cerusico” al chirurgo che si prepara a praticarvi una prostatectomia potrebbe infatti guastarvi con lui, quasi si trattasse di un insulto.

 

Rembrandt, Lezione di anatomia del dottor Tulp, 1632. 


“Grammatico” rischia oggi di procedere sulla stessa strada di “cerusico”. Certo, come parola è diventata rara. Il mestiere di grammatico non è però scomparso né sono svaniti i grammatici (perdoni il maschile generico chi è sensibile alla faccenda: in questo caso, non si sa proprio come cavarsela meglio). Grammatici ne circolano a iosa, oggi, e fuori dei loro tradizionali recinti. Scorrazzano bradi per ogni dove. Giornali, tv, radio, reti sociali ne pullulano. Per opera loro, vi si producono valanghe di testi orali e scritti. Li consuma avidamente una clientela alla ricerca di conforto e di cura.

Condizionale pesante e vita sociale che ne risente? Ansia da prestazione con la principale? Subordinate finali in disordine? “Consecutio” stitica? Niente paura: c’è il grammatico, con una parola per tutte e tutti. Verifica il tuo congiuntivo e, caso mai non andasse, ti manda in palestra. Ti analizza le disgiunzioni. Controlla se accenti ed apostrofi sono nei giusti limiti. Insomma, fa ciò che fa il grammatico. Guai però a dirgli che è un grammatico. Come con “cerusico”, dare a qualcuno del “grammatico” non si può più. Se ne adonterebbe.

 

Come designare allora un mestiere che rivaleggia, quanto ad antichità e nobiltà, con quello oggi designato, per grazioso eufemismo, dal prestito “escort”? La soluzione è stata trovata. Il grammatico s’è detto “linguista”, che nella lingua del sì è peraltro un antico francesismo. L’uso l’ha naturalmente seguito e non c’è grammatico che non sia oggi detto “linguista”. “Linguista” ha d’altra parte preso, da qualche tempo, un valore inopinatamente encomiastico. Se se ne chiede la ragione a chi conosce un po’ i linguisti, non se ne attenda risposta. Sono misteri della “doxa”. Le società umane sono quasi sempre intrecci di bizzarrie inesplicabili.

 

Inesplicabili ma sempre istruttive. Scacci di grazia chi legge il pensiero delle facili volgarità.

Sì, è vero. Nel tardo Novecento, “linguista” ha cominciato a ricorrere in una certa categoria di piccoli annunci e in graffiti che infiorettano le pubbliche latrine. È un uso particolare. Tra i lessicografi, forse il solo Tullio De Mauro ebbe il fegato di registrarlo. Ma è un accidente e qui va trascurato.                                                                       

Anche attribuito banalmente a chi pretese d’occuparsi con animo probo dell’espressione umana, “linguista” valse infatti un giorno in italiano come una “voce mod[erna] non bella né di suono né di senso”: autorevole parere di Tommaseo, nel celebre dizionario. Passando il tempo e gli esseri umani, una “voce non bella” può adesso figurare da designazione eufemistica del mestiere di grammatico o suonare addirittura come sua magnificazione. Tale è appunto il carattere del rapporto tra mondo e parola, nei loro incessanti e imprevedibili mutamenti.

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