Il sex appeal della postverità

Al di là del suo contenuto, il termine postverità è sexy, al passo con i tempi e circola sulla stampa anglosassone almeno da un paio d’anni, ovvero prima che l’Oxford Dictionary lo proclamasse parola dell’anno (dopo l’altrettanto sexy “selfie” del 2013). Questo perché la verità stessa nasce come concetto sovraccarico di sex appeal, perlomeno nella definizione greca di aletheia, ovvero senza veli o in fase di disvelamento. Seguendo Heidegger, la storia della verità, in qualche modo collegata alla storia dell’essere, trasforma tale concetto in qualcosa di molto meno erotico e di molto più burocratico. Dunque dall’aletheia greca alla veritas romana, passando per l’adeguatio medioevale, fino alla certitudo moderna, si consuma il ciclo di vita della verità come frutto di un processo di svuotamento e di allontanamento dal senso originario dell’Essere, tanto che “le concezioni fondamentali cui abitualmente ricorriamo, e precisamente quelle romane, cristiane e moderne, si infrangono miseramente contro l’essenza iniziale della grecità” (Heidegger, Parmenide, a cura di Franco Volpi, Milano, Adelphi, 1999, p. 98). Tale passaggio anticipa drasticamente una concezione più moderna della verità che si forma con le rivoluzioni scientifiche del 500-600, fino al positivismo, al neopositivismo e alla filosofia analitica. Con Popper (Congetture e confutazioni, Il Mulino, Bologna, 1994), addirittura viene messo in crisi anche il principio della verificabilità che cerca continue conferme empiriche e che considera tutti i cigni come bianchi, finché non arriva qualcuno che ha registrato l’esistenza di un cigno nero. Se Popper insiste sul tema della falsificabilità come fondamento del metodo scientifico, Heidegger esplora il senso del falso che, a suo modo intrattiene una relazione forse ancor più profonda con il concetto arcaico e “iniziale” di verità.

 

Borromini, Palazzo Spada

 

Per noi “falso” significa anzitutto la cosa falsificata, come nel caso della “moneta falsa” o di un “falso di Rembrandt”. In tale accezione il falso è il non autentico. Ma anche un’asserzione può essere “falsa”. In questo caso il falso è il non vero nel senso dello scorretto. L’asserzione scorretta viene spesso concepita anche come asserzione errata, nella misura in cui la scorrettezza in quanto errore viene contrapposta alla correttezza in quanto verità. Ciò nonostante non ogni asserzione falsa è un’asserzione errata. Se qualcuno per esempio davanti al giudice, rende una “falsa testimonianza”, non è detto che si stia sbagliando, anzi, proprio in tal caso non dice affatto di sbagliarsi, bensì, per testimoniare il falso, a maggior ragione deve conoscere il “vero stato dei fatti”. Il falso qui non è l’erroneo ma l’ingannevole, il fuorviante. Il falso è dunque in primo luogo la cosa non autentica, in secondo luogo l’asserzione scorretta, che a sua volta può essere un’asserzione errata, cioè errante, oppure un’asserzione fuorviante. Noi però diciamo “falso” anche un uomo; si dice: “La polizia ha preso l’uomo sbagliato”. In questo caso il falso non è né il falsificato né l’errante, e nemmeno il fuorviante, bensì “l’uomo sbagliato” che non è “identico” a quello cercato. (Heidegger, id., pp. 75-76)

 

La casistica elencata ci mostra la complessità e i gradi d’articolazione, tra dimensione logica e ontologica, di un concetto apparentemente semplice come il “falso”, che può essere inteso come: inautenticità, asserzione scorretta, errata, errante, fuorviante, fino al ribaltamento del principio stesso di falsità tramite l’esempio dello “pseudonimo”, che per l’appunto negando afferma. Ciò a dimostrazione del fatto che il falso “non è ogni volta la stessa cosa” ma anche che “queste diverse modalità del falso fanno pur sempre riferimento in qualche modo alla stessa essenza fondamentale (ivi, p. 76)”. Se la falsificazione in Popper diventa la via maestra che garantisce la crescita della conoscenza scientifica, il falso in Heidegger può intrattenere una relazione più “intima” o essenziale con la veritá dell’essere.

L’idea di una trasformazione della verità sotto l’azione della tecnica (e della cibernetica) in Heidegger, si ritrova ancor più marcata, ma mediata dalla filosofia analitica, nel pensiero di J. F. Lyotard (La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Milano, Feltrinelli,1979). Secondo il filosofo francese si è verificata la crisi delle cosiddette grandi narrazioni, ovvero lo sgretolamento dei grandi sistemi filosofici che governavano l’unità e la circolazione del sapere nella modernità (l’Illuminismo, la Filosofia dello spirito, la visione liberale ecc.) in virtù di un criterio unico di verità destinato all’orientamento di macro-categorie sociali. L’universo dello scibile umano viene sezionato e diventa pura informazione utilizzata per fini pragmatici. Il parametro secondo cui viene gestito il sapere non è più la “verità”, né l’etica, ma l’efficienza. Questa chiusura del sapere verso ambiti circoscritti, pragmatici e operativi, può essere rappresentata attraverso il modello dei “giochi linguistici” mutuato da Ludwig Wittgenstein. Il sapere – scrive Lyotard – “viene e verrà prodotto per essere venduto, e viene e verrà consumato per essere valorizzato in un nuovo tipo di produzione: in entrambi i casi per essere scambiato”(ivi, p. 12). Tutto ciò per sottolineare come il primo modello di postmoderno non è tanto vincolato a una deriva ermeneutica che vorrebbe sostituire l’economia dei fatti con quella delle interpretazioni (come nella recente querelle di M. Ferraris sul neorealismo), semmai tale concezione mostra come a un criterio metafisico o ontologico di verità subentri un principio efficientistico che si fonda sul rapporto tra input e output del sistema. Mentre la veridicità dei predicati è sempre riferibile alle regole di un preciso sottosistema (ad es. i principi dell’ordinamento giuridico), che l’amministra secondo principi interni. Tale riflessione rappresenta non solo un nuovo paradigma ma anche (e paradossalmente) l’impianto concettuale che, insieme al postindustriale di D. Bell e A. Touraine, prepara teoreticamente l’avvento di una concezione tecnocratica (e neoliberista?), ma anche della terza via giddensiana e, per contrappasso, la reazione stessa della nuova internazionale populista.

 

Nel corso degli anni novanta, e dopo l’invenzione del neoliberismo da parte di R. Reagan e M. Thatcher, la sinistra democratica e laburista apre alla globalizzazione, adottando un metodo specifico di definizione dei programmi e dunque nuove regole per la politica globalizzata. La triangolazione è l’esempio più lampante del modo in cui le teorie sul postmoderno abbiano prefigurato un modello di de-ideologizzazione e di definizione pragmatica dell’orizzonte politico – la chiusura dei giochi linguistici di lyotardiana memoria – che è stato poi implementato opportunisticamente dalla politica occidentale, grazie alla liason tra la terza via giddensiana e il nuovo corso del new labour (H. Alderwick, Continuity with New Labour? Deconstructing the Triangulation of David Cameron's Conservatives, POLIS Journal Vol. 7, Summer 2012, p. 2). Essa descrive il processo di “un posizionamento politico-ideologico in base al quale due posizioni apparentemente contrastanti, vengono giustapposte e dunque trascese dalla formulazione di una terza posizione che utilizza e combina i caratteri delle due posizioni originarie, creando una prospettiva distinta, “triangolata” e protesa verso il centro” (S. McAnulla, “Heirs to Blair’s Third Way? David Cameron’s Triangulating Conservatism”, British Politics 5(3), pp.286-314, p. 292, trad. nostra). La triangolazione è altresì il campionamento di “pezzi” del programma avversario da parte delle formazioni di sinistra, come ad esempio: il welfare to work, la nozione di tolleranza zero, l’inasprimento penale, oppure l’utilizzo di imprese private in settori tradizionalmente di competenza della sfera pubblica, dalla gestione delle carceri al controllo della qualità dell’insegnamento (K. Dixton, “La santa alleanza di Londra e Washington”, Le Monde Diplomatique-il Manifesto, 9/2004). Si tratta dunque d’una metodologia rivoluziona nel posizionamento dei partiti politici rispetto ai loro competitor (altri candidati o partiti), all’opinione pubblica e ancor di più rispetto agli elettori. Inoltre, tale metodo non è necessariamente legato alla terza via ma può essere anche riletto da destra, come ha dimostrato nel Regno unito Cameron (Alderwick, cit.).

La verità non è più formulata da una dottrina ideologica ma è nella testa degli elettori. Questa ammissione, usata per legittimare il nuovo corso della sinistra globalista, è anche il principio che animerà la reazione stessa al pensiero ibrido della terza via: il populismo. Se la terza via è una tecnocrazia ammorbidita da un nuovo stile informale di comunicazione, a essa si contrappone il populismo come reazione e negazione di quel progetto. A ben vedere entrambi gli orientamenti sono coinvolti nella questione della postverità, che pertanto non riguarda solo il problema della proliferazione delle fonti dell’informazione e di relativizzazione del sapere all’epoca dei social media. Essa comprende tanto le banalizzazioni, le contraffazioni fattuali e gli appelli all’emozione peculiari di un certo populismo, quanto l’attendismo strategico, le precauzioni nell’esporsi e il linguaggio politicamente corretto di una certa tecnocrazia gestita dagli spin doctor (da Clinton a Blair, da Obama a Hillary). Nel caso della polmonite di Hillary Clinton, la candidata non era accusabile di aver mentito ma semplicemente di non aver voluto svelare la verità sulla propria condizione fisica. Allo stesso modo la vicenda degli attentati di settembre in USA ha dimostrato come il tema della postverità fosse presente tanto nell’irrazionalismo emozionale di un Trump, che va dritto alla conclusione, quanto nel cauto empirismo della Clinton e del sindaco De Blasio, che invece si è cimentato in un’operazione funambolica pur di non ammettere la lampante realtà dell’attentato.

 

Il termine postverità potrebbe dunque rappresentare un concetto forviante o un problema mal posto, tantoché avrebbe forse più senso sostituirlo con “postverificabilità”. Tuttavia, nel suo voler superare la logica strettamente procedurale della razionalità tecnocratica e nel voler recuperare al contempo la centralità della dimensione emozionale (i nuovi populismi dalle confessioni dei politici alla violenza dei trolls), esso caratterizza la politica postmoderna ma forse indica anche la traiettoria del suo superamento.

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