Il sogno della democrazia diretta

Il consenso universale

 

Un fantasma si aggira per l’Europa: la democrazia diretta. Esso ha colpito duro col referendum della Brexit, sconfiggendo la maggior parte della classe politica britannica, che era per il Remain. 

In Italia la democrazia diretta è il progetto fondamentale del Movimento 5 Stelle, progetto che Gianroberto Casaleggio ha mutuato esplicitamente dal pensiero di Rousseau. Non credo nella democrazia diretta, da qui anche il mio rifiuto del M5S.

Il fantasma della democrazia diretta è nato congiuntamente al pensiero democratico. Rousseau pensava a una democrazia buona per la sua piccola Ginevra, città virtuosa dove tendenzialmente tutti si conoscevano. Ed erano una forma di democrazia diretta anche i soviet bolscevichi, ovvero assemblee di operai, contadini e soldati, prima che il partito comunista non confiscasse completamente il loro potere. Negli anni tra i ‘60 e i ‘70, all’epoca della contestazione, la democrazia diretta veniva spesso evocata. Ma allora quei progetti, troppo marcati dal sinistrismo, avevano uno scarso riscontro elettorale. Mentre oggi il 30% degli italiani intende votare per questo fantasma della libertà. 

 

L’affermarsi di progetti di democrazia diretta è parte di una mutazione fondamentale negli ultimi anni in Occidente: stiamo passando da una democrazia dell’offerta a una democrazia della domanda. Fino a non molto tempo fa c’era un ventaglio fisso di partiti, più o meno gli stessi dappertutto, fondati su una precisa visione del mondo: un partito socialdemocratico, uno più marxista, un partito confessionale e/o conservatore, un partito liberale, uno nazionalista di destra. L’elettore doveva scegliere entro questo menù che rifletteva le grandi opzioni etico-politiche delle élite intellettuali. “L’uomo qualunque”, votando entro questa offerta quasi congelata, per molti decenni ha delegato la gestione del potere a élite cristiane, marxiste, nazionaliste, liberali. 

Poi a un certo punto alcuni politici – spesso degli imprenditori, come Berlusconi, Andrej Babis (nella Repubblica ceca), Frank Stronach (in Austria), Trump – hanno cominciato a intercettare proteste, lagnanze, bisogni che non avevano portavoce, e hanno cominciato a cavalcare la tigre di queste esigenze “inammissibili”: rigetto degli immigrati, dei rifugiati e dell’Islam, drastica diminuzione delle tasse, istanze regionaliste e separatiste, rifiuto dell’Europa e di unità politiche sovranazionali, rigetto dell’euro, rifiuto di tutte le élites dirigenti, ecc. I cosiddetti “populisti” sono di fatto i portavoce di queste domande disparate che i partiti tradizionali non possono sostenere. Le ultime primarie americane lo hanno ben mostrato: sia Bernie Sanders che Donald Trump si sono affermati al di fuori degli apparati di partito, proprio perché si sono fatti corifei di esigenze “scorrette” secondo la logica dell’establishment politico.

Anche i movimenti che sostengono la democrazia diretta vengono spesso tacciati di essere populisti; ma io non accetto questo termine, perché populismo significa tutto e niente. Chiamerò movimenti come il M5S lamentanti, perché danno voce a una lunga serie di lagnanze. 

Il lamentismo si costruisce sulla base di una rigida dicotomia tra “il Popolo puro” e “le élite dirigenti corrotte” (élite economiche, intellettuali, mediatiche, ma soprattutto politiche): rifiuto della classe politica e primato della “gente”. Invoca la partecipazione non mediata della gente al governo. “Il popolo” come insieme della gente comune, indifferenziata, viene opposto alle macchine opache della politique politicienne. Da qui l’anti-europeismo: l’Europa è identificata al potere remoto degli eurocrati di Bruxelles e dei banchieri di Francoforte. Alla centralizzazione tecnocratica europea si oppone l’esaltazione plebiscitaria dell’Heimat localista.

 

Urla Grillo nelle piazze: “Il sistema dei partiti è finito, la democrazia rappresentativa è finita. Il cittadino si auto-delega, si auto-vota...” Il movimento critica la democrazia rappresentativa partendo da una supposta evidenza storica: che i rappresentanti eletti – per lo più i politici di professione – spesso finiscono col confiscare il potere del popolo, e col costituirsi in una casta privilegiata. Il web dovrebbe essere il medium per decidere direttamente, senza passare attraverso rappresentanti che prima o poi si incrostano nel potere.

La denuncia assillante della “casta politica” e dei suoi privilegi da parte di Grillo – e di molti altri in Italia e altrove – occulta la verità amara: che questi politici, messi tutti in uno stesso fascio come corrotti, sono stati stravotati dalla gente (almeno prima del Porcellum). Il rabbioso teatrino anti-partiti è profondamente ipocrita, in quanto fa credere che i politici in una democrazia non siano quel che di fatto sono: l’immagine anamorfica di chi li ha votati. Quando un popolo in democrazia trova orrendi i propri politici, non si rende conto di guardarsi allo specchio.

Concordo con il giudizio sulla classe politica italiana che, presa globalmente, è di basso livello, come basso è il livello dei suoi elettori. Ma i politici vengono usati come capro espiatorio. Lo si sente a ogni angolo di strada, in modo assillante, come una litania: “i politici rubano”. Mentre invece vengono deprecati molto meno i banchieri, i grandi finanzieri, il grande capitale. Se si dicesse “molti politici sono ladri” non ci sarebbe niente da obiettare; mi inquieta l’universalizzazione: “tutti i politici sono ladri”. Non si fanno differenze tra individui e individui, si fa coincidere un ruolo sociale (i politici) con la qualità di essere ladri, e questa è l’operazione tipica di ogni razzismo e xenofobia – non “certi ebrei sono farabutti” ma “tutti gli ebrei sono farabutti”. Nel nostro caso, non si mettono sotto accusa certi politici, nemmeno la maggior parte di loro: è il ruolo stesso dell’esser politico che viene demonizzato. Sono i politici come prodotti della democrazia che vengono rigettati.

 

Penso invece che bisogna rassegnarsi alla democrazia rappresentativa nello spirito di Churchill quando diceva “la democrazia è il peggiore dei sistemi politici, a esclusione di tutti gli altri”. Perché lo spirito della democrazia diretta è totalitario. Grillo ripete “Non ci basta avere il consenso del 70%, dell’80% degli italiani. Alla fine rappresenteremo il 100% degli italiani!” Non è pura retorica comiziesca. Invocare l’universalità plebiscitaria è spia eloquente dell’inclinazione dispotica. Non a caso una parte della destra europea, già simpatetica col fascismo, tifa per la democrazia diretta. Il suo massimo teorico è Alain de Benoist, leader della nouvelle droite francese.

Infatti, il M5S non si allea con nessuno in Italia perché esso è convinto di rappresentare la stragrande maggioranza dei cittadini, quasi tutti. Ma trovo sempre pericoloso il progetto “bulgaro” di drenare il consenso quasi completo. Non a caso lo associamo alla Bulgaria, a un paese completamente dominato, all’epoca, dal dispotismo comunista. Ogni utopia è convinta che, una volta aperti gli occhi della gente, essa avrà il 99% dei consensi, escluso un 1% di farabutti. Non è diverso il famoso slogan “Siamo il 99%” coniato da David Graeber per Occupy Wall Street. Da una parte una piccola élite – magari più minuscola dell’1% – di persone che detengono danaro e potere, “i nemici”, e dall’altra la massa del “popolo” dove tutti si trovano più o meno nella stessa situazione. Ma questo presupposto è mistificatorio, perché di fatto in ogni popolazione, fosse anche bulgara, le opinioni della gente sono sempre profondamente divise.

Anche nel Dopoguerra il PCI assumeva che i veri nemici fossero solo una manciata di capitalisti e monopolisti, e che tutto il popolo alla fine – il famoso 99% – poteva aderire al programma del partito comunista. In realtà la vita sociale crea continuamente contrasti e conflitti che la politica è chiamata a mediare. Anche con la mia vicina in campagna, brava donna fra l’altro, ho vari dissensi: lei vuole asfaltare la strada davanti e io no, lei vuol dipingere la casa in un certo modo e a me invece fa orrore…

 

 

Per questa ragione la retorica del “fare il bene di tutti i cittadini” è truffaldina, perché quel che è bene per me cittadino può esser male per un altro cittadino, e viceversa. È impossibile fare il Bene universale, perché non ci sarà mai consenso universale su ciò che è bene. Del resto i 5 stelle se ne renderanno presto conto nelle città che devono amministrare; che “fare il bene dei romani” o “fare il bene dei torinesi” non ha senso, perché il bene di certi romani o torinesi confligge col bene di altri romani o torinesi. Da qui la necessità dell’arte della politica, che non è applicazione pedissequa di un ideale a priori, ma è tessere le fila di negoziati complessi; come diceva Rino Formica, “la politica è sangue e merda”. La politica è lavoro sporco – e qui sta la sua drammaticità – perché deve continuamente mediare tra desideri per lo più confliggenti. Ed è per questo che ogni politico quando governa “tradisce” sempre i sogni del proprio elettorato: chi governa non può concentrarsi solo sui sogni di chi l’ha votato, deve tener conto del caleidoscopio dei sogni di altri. Perciò tanta gente puntualmente si dice delusa dai politici che hanno votato quando costoro governano: essi credono che i politici abbiano la bacchetta magica per risolvere i propri problemi fondamentali, e se non la usano – pensano – è perché sono corrotti e venduti. Ma l’arte della politica è priva di bacchetta magica.

 

Tutti i despoti sparsi per il mondo, quando devono rispondere a chi chiede loro “perché non ammettete elezioni con più partiti?”, ripetono tutti più o meno lo stesso sermone: “I partiti dividono il popolo, ci mettono gli uni contro gli altri. Noi invece pratichiamo una democrazia in cui tutti sono equamente rappresentati, non c’è bisogno di partiti. Da noi ognuno si mette accanto all’altro, non contro l’altro.” 

E allora i dissidenti? “Marginali, delinquenti, malati mentali, agenti stranieri”. Non sono pensabili divisioni in seno al popolo. Proprio come Grillo, ogni despota dice di rappresentare il 100% del suo popolo, nessuno escluso - tranne “i terroristi”. 

Ora, la forza della democrazia pluralista e rappresentativa consiste nel fatto che essa produce ed esalta “le contraddizioni in seno al popolo”, come le chiamava Mao Tse-Dong. La democrazia moderna è una macchina che funziona con un programma conflittuale e competitivo. Più la competizione è accesa, drammatica – ma non sanguinosa – più una democrazia è vitale. È vero che in certi paesi, ad esempio scandinavi, i partiti contrapposti sembrano uguali, per cui votare è come scegliere tra lo zucchero bianco e lo zucchero marrone di canna; eppure, anche in questi paesi dove c’è un accordo politico quasi universale ci deve essere competizione almeno tra due zuccheri perché possano dirsi democratici. Perciò secondo me, al contrario di quel che si pensa, il capitalismo e la democrazia rappresentativa pluralista sono omologhi: si basano entrambi sul principio che si seleziona sempre a partire da soggetti in concorrenza – siano essi media, imprese, partiti, movimenti culturali, sportivi, chiese, ecc. 

Anche le chiese.

 

In America la religione è ben più viva – e aggressiva – che in Europa proprio perché gli Stati Uniti offrono un ampio menù di culti religiosi in competizione. Un americano che cambia città sceglie dalla vasta offerta di chiese nella zona quella che preferirà frequentare. In Italia invece la posizione di quasi monopolio della chiesa cattolica di fatto addormenta gli slanci religiosi. 

La democrazia istituzionalizza il conflitto continuo tra concittadini. Questa guerra incruenta è il miglior modo per evitare le guerre civili cruente. Ora, molti, non solo i tiranni, hanno orrore di questo perenne conflitto intestino che è la democrazia. Sognano una melassa politica pacificata, in cui tutti si sentano fratelli – ma questa brodaglia può essere cucinata solo da un despota. Per costoro, il 100% della gente in una nazione deve pensarla allo stesso modo. 

Ora, questa piega dispotica è già emersa nel modo in cui il M5S agisce al proprio interno: frequenti espulsioni di chi non la pensa secondo la linea ufficiale, la pretesa di legare il mandato parlamentare alla linea del partito, una intollerante epurazione dei militanti devianti, la pretesa di controllare strettamente gli eletti. I movimenti plebiscitari sono spesso i più espulsivi: chi non aderisce a “quel che pensano tutti” è un pericoloso nemico.

 

Democrazia stocastica

 

Grillo propone una forma di democrazia diretta che chiamerei stocastica: il Parlamento andrebbe formato da deputati non eletti ma sorteggiati nella popolazione. 

Non è da escludere che cittadini scelti a caso legiferino meglio di deputati eletti. Accade già qualcosa di simile nella giustizia americana attraverso il sistema dei giurati scelti per sorteggio. Non credo che le giurie popolari americane commettano più errori giudiziari di quanti ne commettano esperti legulei. Il criterio della pura campionarietà – come nei sondaggi demoscopici – potrebbe soppiantare il criterio della elettività nel sistema politico. I poteri legislativo ed esecutivo potrebbero essere gestiti da esemplari presi a caso dal popolo.

Ovviamente bisognerebbe ponderare il sorteggio per renderlo rappresentativo. Il numero dei sorteggiati dovrebbe essere proporzionale alle classi di età, alle attività lavorative, alle aree geografiche, ecc. I sorteggiati sarebbero il 50% donne e il 50% uomini.

Ho cercato di immaginare cosa succederebbe se questa democrazia stocastica venisse messa in opera. Questo esperimento mentale mi ha suggerito che essa finirebbe col produrre un sistema ancor meno controllabile da parte del popolo di quanto non accada con la democrazia rappresentativa attuale. 

I deputati sarebbero persone scelte a caso, quindi senza alcuna specifica preparazione sui congegni politici; sarebbe allora indispensabile fornire loro come consulenti dei tecnici esperti in tutte le questioni su cui la politica deve decidere. Potremmo esigere che questi tecnici dichiarino i loro orientamenti politici in precedenza. Ora, mentre a ogni legislatura i deputati cambiano perché non potrebbero riproporsi, i tecnici resterebbero al loro posto.

 

Quindi, ben presto, finirebbero con l’accumulare un potere enorme: consigliando deputati per lo più sprovveduti, finirebbero col far fare loro quello che essi vogliono. Insomma, il potere decisionale vero si trasferirebbe nelle mani di un potere-ombra, dato che questi tecnocrati verrebbero cooptati per concorso pubblico. Il popolo non potrebbe giudicarne l’operato dato che essi non si sottoporrebbero periodicamente al giudizio degli elettori. Se le cose nel paese andassero male, non si saprebbe con chi prendersela. 

Tutti gli individui con ambizioni politiche intraprenderebbero la carriera di ‘tecnici consulenti’. Così, la democrazia stocastica si trasformerebbe ben presto in una tecnocrazia tanto più autocratica in quanto mascherata, dove il potere non sarebbe mai direttamente responsabile di quel che fa. 

Inoltre, ogni deputato sorteggiato rappresenterebbe solo se stesso: forte sarebbe la tentazione di approfittare del proprio status per favorire o se stesso, o il gruppo di persone a lui legate o affini. Non avrebbe scrupoli a farlo dato che mancherebbe un elemento di dissuasione fondamentale: il rischio di non essere rieletto. Non deve essere giudicato da elettori. Il Parlamento diventerebbe allora la fiera di interessi particolari e settoriali, il che aumenterebbe ancor più il potere dei tecnici consulenti, che invece avrebbero una visione d’insieme della società.

Anche in Cina oggi domina una geronto-tecnocrazia che non viene scelta dal popolo. Certo, nulla ci dice che questa élite auto-promossa diriga il paese peggio di quanto non farebbe una élite politica scelta democraticamente, a parte il particolare che le libertà civili e politiche in Cina sono conculcate. Oggi in Iraq, dove gli americani hanno imposto la democrazia pluralista, le cose vanno decisamente peggio che in Cina. Ma la tecnocrazia prodotta dalla democrazia stocastica eserciterebbe un dominio molto più incontrastato della Nomenklatura cinese.

 

In Cina i dirigenti almeno ci mettono la propria faccia, per cui se le cose vanno male, almeno il popolo crede di sapere con chi prendersela. Mentre nella democrazia stocastica non si saprebbe nemmeno a quale ‘faccia’ dare la responsabilità.

La democrazia diretta non tiene conto della divisione del lavoro, che opera anche nella res publica democratica. È inevitabile insomma che il potere politico si concentri nelle mani di specialisti della politica: costoro, dedicandosi alla macchina politica a tempo pieno, imparano a usarla meglio di noi cittadini di buona volontà, sanno usare le tecnologie di persuasione delle masse. Questo spiega perché nei paesi ex-comunisti gran parte dei dirigenti politici di oggi dirigevano quei paesi anche in regime comunista, non sono certo i valorosi dissidenti del tempo che fu. Qualcuno come Putin è un professionista del potere, che funziona indipendentemente dal regime in cui opera. La vera speranza non è quindi eliminare il ceto politico, ma controllarlo democraticamente.

 

  

Speranza e complessità

 

Quella della democrazia diretta è una teoria semplicista, in opposizione all’approccio complessista. Alla base di tanti progetti politici c’è uno stesso presupposto: che gli effetti delle azioni politiche sono per lo più lineari. Che basta fare una cosa buona e gli effetti saranno buoni. 

Ma allora perché risulta che scelte politiche buone portano tanto spesso a risultati cattivi? È la famosa eterogenesi dei fini. La risposta semplicista è: perché le decisioni buone vengono distorte da gente cattiva. Così per i comunisti il comunismo è fallito per colpa delle burocrazie staliniane (come se lo stalinismo fosse caduto in URSS dalla luna); per i liberali il mercato non funziona come dovrebbe perché lo stato interviene sempre troppo; per altri la democrazia non funziona perché è confiscata dalla “casta politica”, ecc. Una volta eliminati questi cattivi, allora, dicono, tutto andrà bene. 

Invece, la teoria della complessità afferma che gli effetti di ogni azione politica non sono mai lineari. La politica produce continuamente “effetti perversi”: si fanno cose per il bene pubblico, e si sortiscono mali. O viceversa. (Un esempio. Hugo Chàvez in Venezuela per molti anni ha portato avanti una riforma agraria contro il latifondo; progetto sacrosanto. Il risultato è che l’agricoltura venezuelana ne è risultata distrutta, e il paese dipende dal Brasile per la sua sopravvivenza alimentare.) Ogni atto politico ed economico entra in un sistema di connessioni, in una rete di circolazioni, che è in gran parte incontrollabile. Perciò le decisioni politiche sono sempre rischiose, il risultato non è mai scontato.

Solo pochi vedono la politica e l’economia in termini complessisti; non solo perché questa visione implica modi troppo complessi di ragionare; ma anche perché sembra chiudere alla Speranza politica. Una proposta semplice come quella di Grillo entusiasma nella misura in cui si spera che, se adottata, essa darebbe gli effetti voluti. 

 

Il generoso attivismo politico è allora inane? La pretesa degli esseri umani di dirigere e costruire il loro destino va discreditata? “Voi che entrate nella Complessità, perdete ogni speranza”. 

Ma la Speranza non è effetto di teorie. Wittgenstein scriveva: è ingenuo pensare ““Se il tale non avesse agito così, tutto questo male non sarebbe venuto”, perché non conosciamo le leggi di sviluppo della società. “Se lotti, lotti. Se speri, speri.”” Per lottare si deve credere, ma non scientificamente.

Si ripete spesso la frase: “Il pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà”. Chi agisce politicamente deve essere sempre almeno un po’ accecato dalla volontà. “La perspicace diffidenza della ragione, la cieca passione della volontà”. Il ruolo che mi sono scelto qui è però quello della perspicacia della ragione.

 

L’esperimento insulare

 

Quindi penso – pessimisticamente – che la democrazia diretta sarebbe fallimentare. I suoi promotori attingono a una filosofia diffusa, secondo la quale se la gente comune potesse esercitare pienamente il potere, tutto andrebbe per il meglio. Una variante del mito rousseauiano dell’essere umano come naturalmente buono. Basterebbe quindi eliminare i pochi cattivi perché tutto torni nell’ordine naturale, cioè buono. 

Talvolta penso a un esperimento impossibile, del tipo di quelli che sognavano nel Settecento scrittori come Marivaux e altri illuministi. Si relegherebbero 100.000 persone, mettiamo, prese a caso, in dieci diverse isole disabitate ma abitabili, mettendo in ogni isola un numero di persone proporzionale alla grandezza e alle risorse dell’isola. Si impedirebbe a questa gente di evadere dalla loro isola; sarebbero quindi costretti a cavarsela completamente da soli, in assoluta autonomia. Quali regimi politici e qual tipo di cultura emergerebbero? Siccome quelle persone sono finite là alla rinfusa, di fatto dovrebbero cominciare la loro società da zero. 

Non esiste un despota capace di fare questo esperimento, per cui non avremo mai una risposta. Eppure, su due cose potrei scommettere: (1) col tempo in ogni isola emergerebbero sistemi politici e culturali diversi, in relazione alle condizioni ecologiche di ciascuna isola ma anche per puro caso, e (2) molti di questi sistemi non sarebbero affatto democratici ed egualitari, ma vi sarebbero gruppi dominanti da una parte e gruppi dominati o irrilevanti dall’altra. In queste isole emergerebbero sistemi o a caste, o dispotici, o oligarchici, o eternamente belligeranti, ecc. 

 

Del resto la storia ha prodotto, nel corso del tempo e in un pianeta tutto sommato limitato, vari sistemi politici. Nelle società più primitive, piccole tribù in cui tutti si conoscono personalmente, vige un sistema alquanto egualitario e solidale. Poi, man mano che le società sono diventate più complesse, fino ai grandi imperi, si è passati a società fortemente sperequate, sistemi di caste, monarchie assolute, imperi militari, teocrazie. Oggi, da un paio di secoli a questa parte, le società più complesse stanno andando verso un sistema democratico che ricorda quello delle società più primitive, come a chiudere un cerchio. Nessuno pratica però la democrazia diretta.

Morale: i regimi che piacciono a tanti di noi – basati su eguaglianza, libertà, fraternità – non sono prodotti spontanei della vita, ma costruzioni storiche difficili, lente, faticose, insomma ben poco “naturali”. Sono effetti di pochi ”che lottano e sperano”, animati dal cieco ottimismo della volontà. Non è vero che nasciamo tutti liberi ed eguali, ma ci vogliono secoli di lotte per dare un po’ più di libertà e un po’ più di eguaglianza. La natura ci porta piuttosto verso dispotismi, sperequazioni, privilegi di pochi, guerre e schiavitù. E dal “popolo” non vengono fuori automaticamente libertà e democrazia più di quanto non ne vengano da una popolazione di scimpanzé. Dare tutto il potere alla gente comune non è, insomma, l’antidoto sicuro al dispotismo. Non dimentichiamo mai che gli italiani comuni col voto dettero nel 1923 il potere ai fascisti, col voto i tedeschi nel 1933 a Hitler, gli egiziani nel 2012 ai Fratelli Musulmani perché smantellassero le libertà civili, i turchi nel 2016 a Erdogan... La lotta tra dispotismo e libertà si combatte sempre anche all’interno della democrazia. Perché accade che un popolo a un certo punto avverta il bruciante bisogno di un tiranno, e ne trova sempre uno. 

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