Impressioni di un agosto al Cairo

Se potessi, ora, ne farei a meno. Direi che è stato bello scherzare, ma che non se ne fa niente. Me ne vado in vacanza con marito e figli, al mare o in montagna – va bene tutto, perché tutto mi sembra il Paradiso, ora, confronto al Cairo. Invece sono a Fiumicino tra centinaia di turisti da vacanza, mentre io sto in attesa del volo che mi porterà a lavorare per un mese nella città egiziana, regina del Medioriente una volta, oggi l'inferno dove è stato ucciso Giulio Regeni, dove Al Sisi comanda e tanti saluti alla democrazia, dove le donne, mi dicono, rischiano ogni giorno molestie e soprusi per strada e molte anche a casa. Ho trascorso gli ultimi tempi ad ascoltare solo parole che mi invitavano a stare in guardia, a non fare così e a non dire cosà, a non andare da sola né qui né là e poi anche questo no e quello nemmeno.

 

 

Ho raccolto contatti come boe di salvataggio. «Chiama, scrivi, non si sa mai», mi hanno ripetuto decine di volte amici e amici di amici, dandomi un numero o un indirizzo email. E sarà stato anche questo vento costante di minaccia, oltre allo strappo carnale che comporta separarmi dai miei figli per un tempo mai nemmeno pensato prima, ma io questa mattina sono uscita di casa con il respiro mozzato dentro lacrime silenziose che non potevo fermare, non con il tassista preoccupato per me, non con la hostess gentile, non con il mio vicino di posto sul volo che mi ha portato a Roma. 

 

Leggevo Paolo Rumiz: «Il viaggiatore è uno sciamano che sente il Divino non per fede ma per schiacciante evidenza, uno che dissemina la sua traccia di segni e di offerte agli spiriti dei luoghi». Provo a indovinare dentro di me, fiduciosa, tracce di energia sciamanica, che mi diano la forza di sentire il Divino, o per lo meno di ritrovare quell'ebbrezza spavalda che avevo solo fino a poco tempo fa, eccitata all'idea di avvicinarmi agli spiriti dell'avventura. Quel che è certo è che ora sono dentro questo viaggio e indietro non si torna, e comunque andrà non tornerò uguale a come sono oggi. Che poi in fondo è quello che spinge a ogni viaggio, credo. Sciamanico e non. 

 

Sono atterrata in orario, ho fatto il controllo passaporti e ho trovato al volo il mio bagaglio intatto: niente furti, niente manomissioni. Sollievo. Un muro di arabi mi attende all'aprirsi delle porte dell'aeroporto e dentro mi risuona un'atavica inquietudine. Raggiungo l'autista gentile che mi hanno mandato dall'ufficio e che avrebbe bisogno di un dentista – i Paesi poveri si riconoscono anche dall'infelice dentatura dei loro abitanti mentre gentilmente rifiuto le tante offerte di taxi che ricevo a ogni passo. Mi immergo, con Anwar alla guida, dentro un traffico che è come mi aspettavo, chiassosissimo, caotico e sregolato, ma efficace in questo modo impazzito di non seguire corsie, precedenze, regole. Le macchine sono vecchie e ammaccate, immagino siano quelle che noi in Europa rottamiamo senza remore. Qui funzionano alla grande. Negli abitacoli trovo ogni genere di equipaggio, ma a me interessano le donne, velate per lo più, ma dall'aria forte, per nulla sottomesse viste così. Le osservo, le osserverò per tutta la permanenza, perché so che c'è molto da capire, al di là degli stereotipi che arrivano a noi, cristallizzati in un bianco e nero senza sfumature. 

 

Arrivo a casa sfinita. Abiterò, fortunata, in un bell'appartamento a Zamalek, la zona elegante del Cairo, una parte sicura della città, dove vivono tanti expat, che pare sappiano godersi molto la vita. Mi aggiro sola in queste stanze grandi, mi perdo nel panorama che abbraccia un parco gigantesco, grattacieli sullo sfondo, e più in là, la Cittadella di Saladino. Il rumore del traffico è incessante anche se sono a un piano molto alto di questo grande palazzo, ma scopro in fretta che il canto ipnotico del mohezzin supera ogni clacson e ogni rombare di motore fuori norma. Mi piace quel tono di preghiera, mi piace il contrasto tra il richiamo alla spiritualità di un'invocazione a Dio e il rumore incessante di una città di 15 milioni di abitanti. Il viaggio è cominciato. 

 

 

 

Ieri il fuso orario diceva che qui siamo un'ora avanti rispetto all'Italia. Oggi sono arrivata con un'ora d'anticipo al mio appuntamento. Perché oggi, non so come, al Cairo e a Milano l'ora è la stessa: sono le 14,34 qui e là. Niente più fuso. Il guardiano mi guardava con tenerezza un po' irritata mentre insistevo nel dirgli che erano le 15 e non le 14. Sono andata via poco convinta. Poi ho controllato. Aveva ragione lui. Per consolarmi mi sono seduta in uno dei pochi bar fighetti e rassicuranti della città e ho preso un meraviglioso smoothie al mango. Con ghiaccio. Epic fail: non mi sento bene (il ghiaccio non è mai fighetto, mi dicono). Il Cairo mi confonde.

 

Questa è una città rumorosissima. Il traffico è caotico, debordante, talmente fitto che ti sembra che nessuno debba mai arrivare a destinazione. Forse in realtà stanno tutti fermi, come in un frenetico formicaio, che sembrano sempre le stesse formiche brulicanti a vuoto e poi invece ti costruiscono fortezze di una complessità irraggiungibile anche per noi umani. 

 

Se le formiche sono silenziose, le macchine no, e qui meno che mai. Tutti suonano il clacson in continuazione. Chi per farsi strada, chi per salutare, chi per minacciare, chi per chiedere se serve un passaggio. Il risultato è un boato festoso, o frastornante, secondo l'umore del momento. Io però tutte le mattine percorro Ahmed Heshmat street, che forse è l'unica via silenziosa di tutta la città. Polverosa e piena di buche, ma meno che altrove, è però costeggiata da case molto belle, o nate belle e poi cadute in rovina per sciatteria, anche se chissà che begli appartamenti si nascondono all'interno. 

 

Molti di questi palazzi potresti trovarli in alcune città italiane, a Milano, a Genova, a Napoli. Ce n'è uno, per esempio, che è uguale a un edificio di Terragni a Como (mi dicono). Nei loro cortili lussureggiano piante alte e maestose, nonostante la polvere che le ricopre – sabbia e polvere qui ricoprono in un attimo qualsiasi cosa, anche te che cammini e che a sera sembri l'amico sudicio di Charlie Brown. 

In questa strada, dove arrivano poche macchine – chissà perché – trovi gruppi di ragazzini che giocano a pallone tra i due marciapiedi, come una volta i bambini anche da noi. Quando le macchine passano, lo fanno in modo gentile, perché il silenzio è contagioso e anche i più chiassosi ne hanno soggezione quando ci si ritrovano dentro all'improvviso. Se proprio vogliono farsi strada, sfiorano il clacson con leggerezza, e quasi chiedono scusa. Lungo i miei passi ormai inizio a riconoscere qualcuno e qualcuno riconosce me. I baoab per esempio, i custodi tutto fare delle case, gli ultimi nella scala sociale egiziana, che con le loro djellaba bianche la mattina, beige il pomeriggio, se ne stanno seduti davanti ai palazzi tutto il giorno. Così a ogni incontro ci salutiamo, ma siccome io non parlo arabo e loro non parlano inglese, è tutto un fiorire di sorrisi ed inchini. Un po' come quando da ragazzina a Milano andavo a scuola da sola. Percorrevo via Vitruvio avanti e indietro e mi salutavano le signore ferme agli angoli, sempre le stesse, sempre in attesa di qualcuno che cercasse piacere a basso prezzo. A poco a poco sono diventate parte del mio paesaggio familiare. «Corri che piove!», mi urlavano, se c'era il temporale. E mai tralasciavano di dirmi un bel ciao, solo un po' triste, mentre io ricambiavo frettolosa. Confusa e incuriosita, come in questi giorni. 

 

 

Mi avevano detto che mi sarebbero saltati addosso. Che avrei dovuto stare in guardia dalle mani sul sedere, da quelle sulle tette, dagli strusci e dalle insistenze incontenibili di uomini assatanati. Mi avevano detto che non avrei dovuto prendere i taxi per strada, che il Cairo doveva essere affrontato sempre in compagnia di una guida o comunque di qualcuno, di certo mai (o almeno quasi mai) da sola. Invece le cose non vanno così. Sono qui da sei giorni, e nessuno ha mai provato a toccare un bel niente. Guardano, è vero, ti posano addosso occhi che sanno confondere, ma non avverto violenza, piuttosto curiosità e domande. 

 

Al contrario, quando ho avuto bisogno di aiuto, ho trovato solo una cortesia pronta e senza riserve. E quand'anche ti avvicinano loro, funziona tutto in modo molto chiaro. La galanteria qui significa per esempio aiutarti ad attraversare la strada perché ogni volta rischi la vita e nasce da due bisogni che si palesano in fretta: vogliono venderti qualcosa oppure capire se magari ci stai. Tu puoi dire sì e puoi dire no. Nel secondo caso, l'insistenza non dura più di qualche minuto. Non compri? Non vieni con me a bere qualcosa? Arrivederci e grazie lo stesso. Chiaro, veloce, pulito. 

 

Sono quasi sempre sola, però il ragazzo tuttofare del palazzo ogni giorno mi regala un fiorellino e questo è qualcosa.

 

Mentre guardo le foto dei miei amici su Facebook, mari cristallini e deserti, spiagge, scogli, monti e vette, penniche dolci e colazioni con vista, tempi lievi ritrovati, mattine senza sveglia, giornate senza agenda, mentre tutti sono in vacanza insomma, io lavoro cinque giorni su sette con un orario in perfetto ufficio style: 8,30-17. È vero che sono al Cairo e che l'ho scelto e voluto, e sarebbe molto peggio se fossi, chessò, a Taurianova o a Casalpusterlengo, però una nuotata nel mare della Grecia me la farei volentieri anche io. Invece no. 

 

In questa banalità di tempi, anche se non di luogo, ho la pausa pranzo dalle 13 alle 14. Nonostante sia l'ora più calda del giorno – e al Cairo il caldo è caldo davvero –, di solito ne approfitto per farmi un giro. Attraverso vie strette e polverose, raggiungo un panettiere che vende brioches che sembrano il pane al latte delle mie merende da bambina. Solo che questo è più morbido e ha un formaggio delicatissimo fuso nell'impasto, che il panettiere dice che c'è ma io non sono così sicura. Ne compro uno per due lire egiziane (15 centesimi) e camminando lungo il Nilo lo mangio a pezzettini, mentre mi faccio scaldare dalla brezza che soffia sempre sull'argine del fiume, un sollievo dopo il gelo dell'aria condizionata. I quasi 40 gradi di temperatura non sono fastidiosi, l'aria è secca e il sole brucia sulla pelle, ma mi sento bene. Il tepore scioglie muscoli, pensieri e sguardi. Ed è vertigine pensare a quello che avveniva qui quattromila anni fa, lungo questo stesso fiume, tutto quel sapere, tutti quei sogni e un brulicare di gente antica che costruiva ciò che allora era fantascienza, quando erano più avanti di chiunque al mondo. Allora.

 

 

Quattromila anni fa gli Egiziani erano molto romantici. L'amore tra i coniugi era esibito senza pudore ed era motivo di grande orgoglio. Le donne erano al pari degli uomini e tutti, madri, padri, figli, si volevano un gran bene. O almeno io ho capito così guardando le centinaia di statuette di coppie abbracciate, con i bambini vicini, raccolte in questo incredibile, ricchissimo, trascuratissimo Museo Egizio del Cairo, semi deserto ora, nell'Egitto di oggi abbandonato dal turismo. 

 

Il Cairo è una città inquinatissima e polverosa. Lo stato dei miei capelli la sera ne è la prova. Se qualcuno avesse bisogna di una scopa di saggina, la può trovare sulla mia testa. Nelle chiese copte è tutto un inchinarsi, un toccare e baciare immagini, reliquie e vetrinette che contengono qualcosa di sacro. Qui la religione è ancora radicata in gesti del corpo ben precisi. Qui la fede trova conferma e ragione di se stessa nella materia, in cose fatte simboli, che creano ponti tra l'umano e il trascendente e rassicurano chi non si accontenta dell'aldiqua. Starei ore a guardare.

 

La saga del ragazzo tutto fare continua. Fa finta di suonare per sbaglio (stava spolverando il muro e ha toccato il campanello) e quando gli apro mi chiede a gesti inequivocabili se sono sposata. Se sono proprio proprio sposata.

 

Alla fine ho detto sì. Mi hanno offerto cammelli, papiri, gioielli del faraone, mi hanno proposto di accompagnarmi dentro le piramidi, di spiegarmene i segreti che nessuno conosce, di farmi un bel ritratto vestita da regina antica. Mi hanno offerto due fidanzati e un marito. Ma io a tutti ho detto no grazie, gentile e risoluta, dieci, venti, cento volte. Poi, dopo un'ora di dinieghi a 42 gradi di solleone, caracollando tra le dune, di fronte ad Ahmed e alla sua espressione seria non ho resistito e ho detto sì, andiamo a cavallo, portami dalla Sfinge, perché non riesco più a camminare sotto questo sole, inciampando di continuo nella sabbia. Portami tu, vestito di bianco, là dalla Sfinge lontana, andiamoci al passo e tienimi forte perché è la prima volta che salgo su un cavallo. 

 

Quassù si sta benissimo, sarà che intorno c'è tutto questo deserto e Ahmed ha ragione, è qualcosa di speciale cavalcare sulle dune. Dici che posso andare da sola? Proviamo. Lasciami partire, le briglie le tengo io, sono brava? Allora andiamo più veloce. Devo darle un calcetto? Come corre. Andiamo, è bravissima la tua cavalla. Ubbidisce, a destra e a sinistra, come dico io. Va veloce, sempre più veloce; è come danzare, solo che oggi si danza nel deserto. Un deserto di sabbia e di gente, perché qui alle Piramidi e in Egitto in generale non ci viene più nessuno. 

 

 

In Egitto non ci vuole più venire nessuno. Nemmeno sul Mar Rosso che era tanto amato. La situazione è talmente grave che un operatore italiano ha deciso di offrire una vacanza completamente gratuita a chi andrà a Sharm el Sheik tra ottobre e novembre. 

 

L'assenza dei turisti è travolgente, quasi come lo sarebbe la loro presenza. Lascia senza fiato alle Piramidi di Giza, dove godi di panorami che puoi pensare simili a quelli che vedevano i viaggiatori dell'Ottocento, viaggiatori veri e solitari, che il turismo di massa non se lo potevano nemmeno immaginare. È un'assenza che lascia ancora di più ammutoliti alle Piramidi di Saqqara, più arcaiche e meno famose di quelle di Giza, ma più affascinanti e con molte stanze interne che conservano ancora geroglifici e dipinti antichi. Se vicino alle prime trovi ancora poche decine di turisti e sparuti venditori di gadget, proprietari di cavalli e di cammelli che per venti pound (due dollari) ti portano a fare un giro, a Saqqara c'ero io e forse altre dieci persone disseminate in tutta l'area archeologica. Le pochissime guide presenti, per lo più disoccupate, si riparano dal sole sotto capanne che una volta forse ospitavano baracchini con articoli da vendere. Oggi non c'è niente e non c'è nessuno. Lungo la strada che porta all'ingresso dell'area archeologica ci sono distese di negozi chiusi. Erano le scuole dove si facevano e si vendevano tappeti e dove una volta sostavano decine di pullman che vomitavano ogni ora centinaia di turisti in vena di shopping esotico. Oggi ci sono solo silenzio, serrande abbassate, cartelli divelti, sedie abbandonate. Nessun bar, né ristoranti e se ti sei dimenticata di portarti una bottiglia d'acqua, preziosissima mentre arranchi sotto il sole tra il deserto, ti arrangi. 

 

Questo vuoto, questa potente assenza di persone che rende tanto affascinante la visita oggi, urla tutta la crisi disperata di un settore che, moribondo, ha messo in ginocchio l'economia del Paese e sul lastrico migliaia di famiglie. Chi lavorava nel turismo ha cercato di riciclarsi facendo il tassista, che paghi una miseria, o tornando nei villaggi da dove era venuto. 

 

Qui tutti mi chiamano Madame. Adoro. Adoro Madame tanto quanto odio Signora

 

Il Cairo è uno dei pochissimi posti al mondo dove incontrare un italiano è pressoché impossibile, esclusi quelli che qui vivono e lavorano. Sono stata al Museo Egizio e non ne ho visto uno. Sono stata alle Piramidi di Giza e non ne ho visto uno. Sono stata a quelle di Saqqara e non ne parliamo nemmeno. 

 

La paura del terrorismo e quello che è successo a Giulio Regeni sono all'origine di questo abbandono risoluto. Va bene, ma non benissimo. Se il Cairo è pericoloso per possibili attentati terroristici, non lo è più di molte altre città europee. E se quello che è successo al giovane ricercatore italiano è qualcosa che fa rabbrividire ed è il frutto di una politica violenta di un regime che usa la tortura come prassi investigativa, che non ammette dissenso e fa sparire ogni giorno giovani egiziani, mi chiedo se boicottare un Paese intero che vive di turismo non sia un modo per punire una popolazione che già subisce vessazioni ogni giorno. Mi chiedo se non venire più qui possa davvero portare a un cambiamento di rotta da parte del regime. Me lo chiedo, e non trovo la risposta. 

 

La tortura come prassi investigativa è sempre esistita in Egitto. C'era sotto il re, sotto Nasser, anche sotto Sadat, il Presidente più amato. La usava la polizia di Mubarak e ora quelle di Al Sisi. Basta leggere la letteratura. 

 

“Taha, si vede che sei un bravo ragazzo, figlio di brava gente. Perché allora hai fatto quello che hai fatto? Hai visto come ti hanno conciato? E non è ancora finita. Ne vedrai delle belle! Vedi, questi soldati continueranno a picchiarti fino a notte dopodiché se ne andranno a casa a mangiare e a riposare. Ma ne verranno altri che ti picchieranno fino al mattino. Al mattino poi torneranno i primi e ti pesteranno di nuovo fino a notte. E così all’infinito. E se muori per le botte, ti seppelliremo proprio qui. Non ce ne frega niente. Tu non sei nessuno. Noi rappresentiamo il governo. E tu invece sei una nullità. Hai visto in che pasticcio ti sei ficcato?"

 

Scene come questa scritta da Ala Al-Aswani in Palazzo Yacoubian ricorrono in ogni romanzo egiziano degno di nota, compresi i tanti di Nagib Mahfuz. Forse non c'è scampo.

 

Italiana?'

Sì'

Oh, belissimo!!! Italia uno! Mafiaaaa! Sofia Loren! Sabrina Salerno! Manuela Arcuri! Belissimaaa'

 

Qui ci si muove in taxi. Ci sono app che ti permettono di chiamare macchine nuove con l'aria condizionata, guidate da autisti di cui conosci nome e cognome, che parlano inglese e usano il navigatore per trovare la destinazione in questo delirio di città. Costano poco, pochissimo, ma il prezzo è fisso e non si contratta. Oppure puoi fermare un taxi bianco per la strada. In questo caso, prima di salirci guardi la faccia del tassista e confidando nella tua capacità di leggere l'essere umano decidi se ti puoi fidare oppure no. Se decidi di sì, conviene trattare il prezzo prima di accettare la corsa, perché non tutti hanno il tassametro e se anche ce l'hanno non è detto che lo usino. La contrattazione di solito si muove su scarti di 5, 10 pound, che significa 50 centesimi, 1 euro. Se fai mente locale, ti senti ridicola e ti vergogni anche un po', ma qui le cose funzionano così, si tratta ed è questione di principio. Vietato cedere. 

 

Trovato l'accordo, sali su auto improbabili che ti riportano alla tua infanzia, una Fiat 127, una vecchia Ritmo. La maggior parte ha le portiere rotte, il tessuto dei sedili stracciato, niente navigatore e di solito le maniglie dei finestrini dietro sono rotte o non ci sono per niente. L'autista non parla inglese, ma fuma, e capita anche che scriva al cellulare o che navighi su internet. Si può togliere le scarpe e guidare a piedi nudi. A volte ti sorride dallo specchietto retrovisore, a volte invece no. 

 

Le distanze tra un posto e l'altro sono un'illusione perché per lo stesso tragitto, secondo il traffico, puoi metterci 10 minuti come 50. La tariffa, se contrattata prima, non cambia. Di solito, se si va per le lunghe, il tassista si innervosisce e tu devi sempre assecondare i suoi umori. Ti arrabbi se si arrabbia. Ti rassegni se si rassegna. La comunicazione avviene in arabo per lui, in italiano per te, tanto è uguale. Di fatto, nonostante gli allarmismi (non prendere mai e poi mai un taxi da sola), a me non è mai successo niente di brutto, escluso l'esaurimento nervoso da ingorgo assassino. Nessuna molestia. Mi dicono che ad alcune è successo, a me mai. Ne sono felice. Anche se inizio a chiedermi se ho qualcosa che non va. Forse l'età. 

 

 

Per l'occasione mia mamma, a 82 anni, ha imparato a scrivere gli sms. Ma siccome non sa come si fa con il cellulare la punteggiatura me la scrive tutta intera. Per esempio, se mi fa una domanda, alla fine della frase scrive "punto di domanda". La tenerezza.

 

Ci sono città molto romantiche. Parigi, New York, Roma, Praga, Venezia, Sidney. A pensarci, quello che hanno in comune è un ampio specchio d'acqua. Deve essere allora il suo affacciarsi sul Nilo che fa del Cairo una città romantica. Non in modo classico, non è certo la sua bellezza che travolge i cuori. Ma di fatto romantica lo è. Lungo le strade che seguono il fiume incrocio coppie che si tengono per mano o che camminano fianco a fianco con una tensione inconfondibile. Di solito la ragazza è velata, a volte anche molto, altre volte invece ha i capelli in vista, corti, lunghi, raccolti, sciolti. Lo stesso avviene sui ponti che congiungono Downtown con l'isola di Zamalek o Garden City con la riva opposta. A ogni ora del giorno e della sera, l'amore si fa intuire. Perché è impossibile incappare in abbracci appassionati o in baci lascivi. Qui è tutto molto discreto, dolce, delicato, ma in ogni caso inequivocabile. Romantico. 

E non ti spieghi, passeggiando, come queste realtà possano convivere con i dati spaventosi della violenza sulle donne in Egitto, delle molestie e degli stupri che avvengono in questa città. E inizio a pensare che il Cairo, ogni volta che ti mostra una faccia di dolcezza, stia provando disperatamente a nascondere il rovescio oscuro di una realtà malata, che non sempre e nemmeno spesso è facile intuire. Per lo meno da turista.

 

Sono la principessa di un piccolo, meraviglioso gruppo di giovani uomini gay (o finocchi, come dicono loro). La sera si va spesso a Downtown al cinema Zawya che proietta film con sottotitoli che manderebbero in visibilio il popolo dell'Anteo a Milano. Poi si va a mangiare insieme. A volte in bettole meravigliose che sono teatro involontario, a volte in ristoranti chic, dove una cena costa uno sproposito per il Cairo, 10 euro per noi. Questi nuovi amici mi hanno adottata, come succede spesso con gli omosessuali, forse più sensibili di altri nel capire lo spaesamento, e nei week end spesso mi portano in giro, svelandomi meraviglie segrete del Cairo islamico, locali dove non sarei mai entrata e avrei fatto male, negozi che non avrei mai trovato. Mi portano nel cuore della Cairo by night, che non è nei locali, ma nei mercati all'aperto e nelle strade sotto enormi cavalcavia, che la notte si popolano di uomini e donne, neonati e vecchissimi, famiglie in cerca del fresco della sera, gruppi di ragazzi e gruppi di ragazze, animali di varie specie e di vario tipo. Quando siamo stanchi, ci fermiamo nei bar a fumare la shisha, mentre guardiamo la gente passare.

 

I miei amici sono italiani ed egiziani e qui non hanno vita facile. L'omosessualità non è vietata per legge, come in altri Paesi africani, ma può essere occasione di ricatto, di imboscate, di arresto. Perché basta un'accusa di oltraggio al pudore o di sfruttamento della prostituzione per legittimare l'intervento della polizia. Questo significa avere sempre un po' di paura, stare all'erta, diffidare. Significa che se ti innamori non potrai mai convivere, che se incontri qualcuno prima di invitarlo a casa devi pensarci bene, che non sarai mai davvero sereno, che devi nascondere la parte più bella di ogni persona che è il desiderio di amare. Il Cairo è una città romantica, ma non per tutti.

 

All'improvviso, camminando per queste strade tutte rotte, appare qualcosa che non ti aspetti. Come un sogno o un'allucinazione dovuta al caldo che trasforma ogni percezione. È un cavallo bianco che esce da un portone, il sorriso dolcissimo di una vecchia velata e vestita di nero che sembrava una strega, la risata luccicante di due amiche che non camminano ma volano rasoterra. Sono le rughe di un uomo che sta lì da 100 anni, lo sfrecciare della vespa rossa del tuo moroso del liceo guidata da tre bambini dell'età di tuo figlio che va alle elementari, l'eleganza svolazzante di un'abaya al vento, un uomo chinato che prega incastrato a terra dove mai più avresti pensato, un montone in fuga. È, ancora, il silenzio improvviso che cala dentro il cortile di una moschea di mille anni fa, come se un muro di materia impalpabile impedisse al chiasso furioso di fuori di impestare il sacro che respiri lì dentro. 

 

Bambini dappertutto. Il Cairo è la città di milioni di bambini. Spuntano ovunque, a coppie, a gruppi o anche da soli. Sono sporchi come noi non potremmo mai tollerare, ma qui siamo sporchi tutti, non c'è scampo alla polvere, alla sabbia, allo smog. Piccolissimi, attraversano la strada per mano, il grande che tiene il piccolo, quello di cinque anni a proteggere quello di tre, e mentre li guardi fare lo slalom tra le macchine a piedi nudi, resti paralizzata dal terrore. Tu sola, nessun altro. 

 

Mio marito mi manda foto da Bali. I miei figli che giocano con le scimmie dentro a una vegetazione verde e lussureggiante che vista da qua, dove tutto è colore del deserto, fa ancora più impressione. I fiori composti con arte sui tavoli dove fanno colazione. L'eleganza delle coltivazioni che sembrano disegni di un paesaggista del 700. L'acqua, i coralli, i pesci di mille colori. Siamo lontani e abitiamo universi opposti.

 

Mi mancano. 

 

 

Faccio centinaia di fotografie. Vorrei fissare ogni viso, ogni scorcio, ogni incontro anche di un attimo. Non voglio dimenticare i dettagli della mia prima città africana, non voglio smarrire questa luce, questi sguardi. Se potessi, raccoglierei anche gli odori, i suoni, il calore sulla pelle. All'inizio ero guardinga, avevo paura come al solito: se mi vedono girare per la città a fare fotografie, posso dare nell'occhio, mi seguiranno, mi controlleranno. Giulio Regeni è sempre nei pensieri, oltre che nel cuore. 

Non lo so se poi mi hanno visto, se mi hanno controllato. C'è chi mi dice che è probabile. So però che un giorno, da un camioncino, un uomo in mezzo ad altri mi ha fotografato a sua volta, sorridendo. Magari era per gioco, magari era per tenere una traccia del mio passaggio e del mio agire. Non lo saprò mai.

 

A fare tutte queste foto, avevo però anche paura di dare fastidio alle persone che inquadravo. È sempre un'intrusione nell'anima e nel privato fare ritratti, specialmente se non richiesti. Poi, piano piano, ho preso le misure: i bambini sono contentissimi, chiamano gli amici, si schierano in gruppo, ridono e fanno le boccacce. Di solito lo sono pure gli uomini, che si mettono in posa e quelle loro facce serie e intense si aprono in sorrisi a volte disarmanti. Invece le donne no, loro non vogliono essere fotografate. Meno che mai quelle che indossano l'abbaya tutta nera. A volte ci provo lo stesso, chiedo il permesso e poi vedo. Sono mondi in cui è difficile entrare. Ma con le donne, in generale, è sempre così. 

 

Sono stanchissima. Dopo quasi un mese, superato l'effetto meraviglia che ti fa amare anche ciò che altrove troveresti inaccettabile, sono diventata intollerante e suscettibile. Non sopporto più il rumore dei clacson che ti graffiano i nervi, la polvere che ti entra in bocca, nel naso, tra le pieghe del corpo, non riesco più a godere delle lunghe passeggiate che faccio per raggiungere l'ufficio, una corsa a ostacoli tra buche, spazzatura, folate maleodoranti. Perfino gli egiziani mi paiono meno gentili, meno belli, sciatti oltre misura. Eppure lo so che non è vero, so che c'è tanta gente meravigliosa qui, che non merita di vivere così e non merita nemmeno il nostro ostracismo generalizzato. Io però ora sono stanca. È stato bello al Cairo, grazie di tutto, ma davvero ora anche basta. 

 

Non mi era mai successo di aprire le finestre a Milano e pensare: 'Che bell'aria pulita!' Lo considero l'ultimo regalino di questa folle città africana, dove voglio tornare, passato qualche tempo. Magari anche con i figli ritrovati. Adesso, però, vado al mare in Liguria!

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