Bi Feiyu: il sorriso di Calvino

Incontro Bi Feiyu a Venezia, durante il festival Incroci di civiltà, promosso da Ca' Foscari, giunto quest'anno alla sesta edizione. Bi Feiyu è nato nel 1964 nella regione dello Jiangsu. Vive e lavora nella sua casa di Nanchino, circondato da nuvole di fumo. Fino a che non ha compiuto trentacinque anni, scriveva di notte; poi si è messo a scrivere di giorno e, senza pensarci, i suoi romanzi hanno preso un ritmo diverso; l'avanguardia degli anni Novanta ha ceduto il passo al realismo degli anni Duemila. Nel 1995 e nel 1996 riceve il premio Lu Xun per la letteratura, nel 2010 è insignito del Man Asian Prize con il romanzo Three Sister; nel 2011 con Tui Na riceve il prestigioso Mao Dun. La sua opera è tradotta in venti paesi. In Italia Sellerio ha pubblicato I maestri di Tuina (2012) per la traduzione di Maria Gottardo e Monica Morzenti.

 

       



A partire dagli anni Ottanta la Cina si è aperta all'Occidente, i cinesi hanno iniziato a tradurre e a leggere libri europei e italiani, dopo il silenzio imposto dalla Rivoluzione culturale. Quale significato attribuisci alla scoperta della letteratura occidentale e quali autori in particolare hai letto?



Ho iniziato a leggere questi autori quando avevo vent'anni e andavo all'università. Allora erano autori moderni che leggevo: Proust, Kafka, Joyce e molti altri. Più avanti le cose sono cambiate e ho letto autori come Shakespeare, Hugo, Tolstoj. È anche sotto la loro influenza che si è modellata la mia scrittura ed è soprattutto grazie alle loro opere che ho apprezzato le cose, gli oggetti, i riti che popolano la letteratura occidentale. Per l'Italia, un nome su tutti è quello di Italo Calvino, che però ho conosciuto più tardi.


Citi spesso Calvino nei tuoi interventi, che cosa ti interessa di questo autore?

Calvino è uno scrittore molto particolare, un maestro per i giovani scrittori; ma, prima ancora che agli scrittori, lo consiglierei agli studenti e ai ragazzi. Uno dei titoli di maggiore successo in Cina è Se una notte di inverno un viaggiatore, ma non è questa l'opera su cui mi soffermerei. Prima di leggere i romanzi di Calvino, bisognerebbe leggerne i saggi. Ecco, se dovessi tornare in Italia, terrei delle lezioni agli studenti su Calvino e consiglierei loro Perché leggere i classici. È così che ho conosciuto Calvino, condividendo con lui il suo sguardo sulla letteratura. Ma ciò che più conta è che io penso si possa dire di Italo Calvino che è uno scrittore che ha dentro due Calvino: uno che è cresciuto, diventato adulto, maturo; uno che è rimasto un bambino dell'età di sei anni. Queste due anime – quella immaginifica e quella del pensatore – convivono; forse è questo ciò che più ci attira delle sue opere.

 

Torniamo all'inizio della nostra conversazione, ripercorro la domanda in senso contrario. La tua opera è oggi tradotta in molti paesi. In Europa, ma soprattutto nei paesi dell'area anglofona, i tuoi libri hanno grande successo. Oggi il tuo romanzo maggiore, I maestri di Tuina, è accessibile anche al pubblico italiano. Cosa pensi di portare della Cina all'Occidente?

 

Quando le mie opere e quelle di altri autori cinesi hanno iniziato a circolare all'estero, avevo l'impressione che i critici, i giornalisti, gli stessi traduttori e i lettori, non ci considerassero come degli scrittori; ma cercassero nelle opere cinesi degli elementi antigovernativi, degli elementi che offrissero loro motivi per contestare la Cina. Lo capivo, ma soprattutto mi premeva che lo scrittore venisse distinto dal politico di professione. L'uomo politico mette al primo posto lo Stato e l'organizzazione del potere; per uno scrittore al primo posto ci sono la vita e la letteratura. Io non ho mai evitato nei miei romanzi le questioni politiche. Ma se dei miei romanzi non rimanesse il ricordo dei personaggi, della struttura, della lingua, cioè più profondamente non rimanesse al lettore l'elemento estetico, sentirei di dovermi scusare con lui. Infine, se i miei romanzi avranno o no successo in Occidente, ciò non cambierà le cose. Certo, se dovessero avere grande successo ne sarei felice; ma solo se un giorno capiterà che giovani studenti europei si troveranno a parlare dei miei personaggi, del mio stile, della mia lingua e attraverso questo conosceranno la Cina, ne sarò così orgoglioso che mi spunterà sul viso un sorriso, il sorriso di Calvino.

 

A nessun lettore può sfuggire la fortissima attenzione per la lingua che c'è nei tuoi romanzi. La tua è una prosa ricca di metafore, di riferimenti letterari, una prosa che non è azzardato definire poetica. Che ruolo ha la poesia nella tua opera?

L'influenza della poesia sul mio modo di intendere la scrittura è enorme. Ho iniziato scrivendo poesie, che non hanno avuto grande seguito, io per primo le ho bocciate. Però quell'esperienza ha lasciato nella mia scrittura una cicatrice, una traccia; mi fa molto piacere che i lettori lo riconoscano e, sebbene sia soltanto la constatazione di un fatto – io ho effettivamente scritto poesie – mi piace.

 

Dell'amore per la poesia e dell'influenza che la poesia ha esercitato nella mia vita di scrittore devo ringraziare mio padre. Ci trovavamo nelle campagne all'epoca della Rivoluzione culturale. Io non ho ricevuto una buona educazione durante le scuole primarie, in compenso mio padre, che era insegnante di cinese, aveva scritto su quadernetti alcune poesie delle dinastie Tang e Sung, riportandole così come se le ricordava da quando le aveva imparate a memoria. Ho iniziato a leggere queste poesie da bambino, non capendole, e quando sono cresciuto e le ho studiate, mi sono reso conto di quanto le avessi fraintese. Sono così legato al ricordo di quelle prime poesie, che l'interpretazione che ne feci poi, da adulto, propriamente non mi interessa.

 

 

Che cosa è per te la lingua?

 

La lingua è linguaggio ma è anche destino. In che lingua scrivi lo decide il destino, dipende dal paese in cui sei nato, è quella che ti hanno insegnato da piccolo. Allo stesso modo è ancora una volta il destino che governa le traduzioni dei libri; è il destino ad esempio, un destino che ringrazio, che mi ha fatto incontrare le mie traduttrici italiane. La lingua è un dio che decide con quali persone ci incontreremo e con quali non ci incontreremo.

 

Veniamo più da vicino al tuo ultimo romanzo, I maestri di Tuina, nel quale tutto avviene all'interno di una piccola comunità di ciechi, i maestri, appunto, di questa tradizionale arte cinese del massaggio. Da dove hai tratto materia per il romanzo?

 

Anche questo è legato al destino. A 23 anni, quando mi sono laureato, il mio primo lavoro è stato quello di formare gli insegnanti delle scuole speciali e cioè coloro che insegnano ai ciechi.
Poi il destino mi ha condotto nuovamente dai ciechi. Sono uno sportivo, ciò mi porta a frequentare spesso i centri dove si pratica il Tuina. C'è stato chi ha espresso nei miei riguardi parole di encomio per come ho descritto la comunità dei ciechi; in realtà non è mia la bravura, quanto di nuovo il destino, che ha voluto conoscessi da vicino questo mondo. Nella cultura cinese il maestro è considerato un padre. Io, per essere stato maestro del loro maestro, sono considerato dai ciechi come un nonno. I ciechi, che generalmente sono molto sospettosi, mi hanno accolto per questo in modo benevolo, accordandomi la loro fiducia; la continuità e l'assiduità di rapporti ha fatto il resto. Se uno scrittore avesse voluto scrivere dei ciechi, senza queste circostanze del tutto particolari, non ne avrebbe cavato nulla, pur scavando a fondo. È il destino che lo ha deciso. Di certo non troveremmo che i suoi romanzi si sviluppano come un albero, se la madre di Calvino non fosse stata una naturalista!

 

Grandi autori hanno dedicato pagine alla cecità – Shakespeare, Saramago, Sabato, solo per citarne alcuni. Ma io non credo che questo sia un romanzo sulla cecità. La cecità è qui il limite entro cui i personaggi agiscono e attraverso il quale ci è concesso di spiarli, non visti, nella loro naturale, a tratti grottesca, umanità. Concordi con questa mia interpretazione?

 

Diversamente da altri romanzi che fanno della cecità un elemento centrale, il mio romanzo non parla della cecità. Più strettamente parla della comunità dei ciechi e dei rapporti che sussistono all'interno di questa comunità. In effetti è stato questo il mio punto di partenza. Quando però uno scrittore scrive il risultato può essere di due tipi. O è maggiore rispetto all'idea che aveva avuto inizialmente, oppure – e mi auguro che ciò non sia – è inferiore. La sua ambizione di scrittore è certamente quella di superare l'idea iniziale, ma se questo veramente accade saranno solo i suoi lettori a giudicarlo.

 

I maestri di Tuina ha una struttura insolita, le vicende sono racchiuse in episodi, che, nonostante siano tra loro legati, godono di una certa autonomia. Che cosa ti ha ispirato questa forma?

 

I maestri di Tuina è stato il romanzo più difficile di tutta la mia carriera letteraria. Se lo giudichiamo secondo la struttura canonica del romanzo gli daremmo una insufficienza; non c'è un vero protagonista e non c'è nemmeno una trama che abbia un suo inizio, sviluppo, intreccio, conclusione. Parità e dignità sono due elementi imprescindibili per descrivere la comunità dei ciechi; per rappresentarle ho scelto di non fare emergere un protagonista, ma di mantenere tutti i personaggi sullo stesso piano. Ora questo è molto difficile, si corre il rischio che il romanzo perda di struttura, risulti sfilacciato. E così ho creato il dottor Wang, un uomo molto aperto, disponibile, magnanimo, che è diventato un fulcro attorno al quale fare ruotare tutti i personaggi. È una struttura che chiamo “a carattere”, perché sono proprio i caratteri dei personaggi a determinarne la forma. È un espediente narrativo che ho creato proprio per questo romanzo, ma che non fa riferimento a nessuna teoria; il lavoro di uno scrittore – la creatività – sta proprio in questo: nell'inventare cose che la teoria non prevede.

 

Per concludere, ho preso nota di quattro parole-chiave nella nostra conversazione, che ti chiedo di commentare: Fiducia. Vedere. Non-vedere. Letteratura.

 

Fiducia
Una base, una cosa che tiene unito il tutto. Ne parlo tanto, ma sono convinto che non sia una cosa semplice. Amo la fiducia, ma non ho paura della mancanza di fiducia. La varietà della vita e la ricchezza della vita nascono dal dubbio, dalla non fiducia. Se tutti si fidassero di tutti la vita forse sarebbe migliore, ma il mondo sarebbe insulso, senza significato. Da scrittore posso dire di amare la fiducia, ma che ancor più amo il suo contrario, come elemento che dà movimento.

 

Vedere
Non mi fido di quel che si vede. Un ente superiore – dio – ci ha dato gli occhi e noi crediamo di vedere tutto; ma al massimo vediamo un po' di metri più in là del nostro naso. E noi per vedere ce le inventiamo tutte, c'è chi porta occhiali da miope, chi indossa occhiali da presbite, ... in realtà gli occhi continuano a cambiare, ma noi continuiamo a non vedere. Le cose più importanti della vita sono quelle che probabilmente non vediamo. Solo dio vede tutte le cose e per fortuna che di dio ce ne è uno soltanto, perché se tutti vedessimo tutto, il mondo finirebbe. Io non ho nessuna voglia di vedere tutto, preferisco essere un uomo normale, che vede solo una piccola parte di questo mondo, e non il resto.

 

Non-vedere
Anche questo è il destino, tutti sono ciechi in qualche modo e aiutare un cieco è aiutare sé stessi. In cinese c'è una espressione che dice che abbiamo cinque occhi: due davanti, due dietro, e uno sopra la testa, l'occhio del cielo. Ma quei tre occhi in più sono tutti ciechi, non vedono. Siamo tutti un po' ciechi; dietro non vediamo, sopra non vediamo, perché questi nostri occhi sono ciechi. Torniamo alla fiducia. Quello che vedo con gli occhi davanti a me è ciò di cui mi fido, quello che sta dietro è quello di cui non mi fido, di cui dubito. Però tutto questo non è importante, l'importante è la curiosità dell'uomo, ciò che l'uomo aspira a vedere. Proprio il desiderio di vedere è ciò che spinge l'uomo a superare la propria disabilità e quindi a conoscere, leggere, studiare, imparare altre lingue.

Letteratura
Io non ho fede religiosa, nemmeno buddista. La letteratura è fede. La letteratura è la vita e il suo significato profondo. Quando sarò morto, la mia opera – me lo auguro – mi sopravviverà, magari per poco tempo, ma mi sopravviverà. Tutti noi vorremmo vivere in eterno come Shakespeare o Dante; io so che non ci arriverò... però se solo la mia letteratura rimarrà un po' oltre me, sarà una cosa grandiosa. In fondo il desiderio di vivere più a lungo è il desiderio di ciascuno di noi e si fanno tante cose per riuscirci, sapendo che in fine si muore.



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