La lunga marcia di Wu Ming

Quando nacque, Giap era semplicemente la newsletter di “quelli di Q”. Era il 2000 e il loro “bollettino” militante arrivava direttamente nella casella email. Era come se un pezzo del “movimento dei movimenti” ti entrasse in casa. Il momento era di quelli piuttosto frizzanti e la voce di Wu Ming serviva come strumento per fare il punto su un po’ di questioni. Per molti era facile riconoscersi in quelle parole e in quel linguaggio, perché era lo stesso che si sentiva per strada, tra amici o nei centri sociali. Si poteva essere d’accordo o meno, ma quelle letture offrivano sempre un momento di riflessione e di analisi.

Dopo i primi tre anni di newsletter, che incorniciano il battesimo del fuoco di questo nuovo secolo, esce la prima antologia di Giap. Nel frattempo la loro attività di narratori prosegue con un ritmo serratissimo, pubblicano romanzi collettivi e individuali, sperimentano il copyleft e il download gratuito e danno vita a una serie di interessanti ragionamenti sul romanzo e sulla narrazione in Italia, il “New Italian Epic”. Nel 2010 Giap smette la veste della newsletter e si trasforma in un blog partecipatissimo. Il 12 febbraio 2013 pubblicano per la prima volta un e-book che raccoglie gli scritti degli ultimi tre anni: Giap. L’archivio e la strada, edito da Simplicissimus.

 

Il testo è un vero concentrato di passioni, interessi e riflessioni, che testimonia l’attività febbrile del collettivo. Tra i tanti pensatori che vengono richiamati in queste pagine figurano: Jenkins, Lakoff, Wittgenstein, Pasolini, Lacan, Marx, Deleuze, Guattari, Foucault. Anche gli argomenti toccati sono molto vari pur se legati tra loro da uno sguardo che non rinuncia mai alla propria partigianeria: occupy, il transmediale, la cultura partecipativa, l’utopia, il tempo liberato, gli zapatisti, la mitopoietica.

Da una parte dunque questo e-book è un esperimento, è il modo migliore per testare l’editoria digitale e le sue possibilità. Dall’altra è una raccolta che fa il punto su una serie di questioni e le rilancia. Quello che emerge (nonostante lo strumento non sia dei più innovativi) è il ruolo del blog e la sua importanza per Wu Ming: un crogiolo dove si verificano storie, si costruiscono relazioni, si confrontano teorie, si elaborano progetti a contatto diretto con i lettori e con la propria comunità.

Per tutti questi motivi li abbiamo voluti intervistare, pochi giorni prima del voto.

 



 

ML: Non ho intenzione di occuparmi degli aspetti tecnici relativi alla scelta di pubblicare un ebook (come ha già fatto Jumpinshark sul suo blog) ma vorrei concentrarmi maggiormente sui testi, i cui contenuti toccano argomenti molto diversi tra loro. Il libro raccoglie infatti i più significativi post pubblicati tra il 2010 e il 2012, selezionati e curati da Tommaso De Lorenzis. A una prima mappatura quello che colpisce è proprio l’eterogeneità dei riferimenti. Chi legge Giap è certamente abituato ad abitare uno spazio aperto alla riflessione collettiva e al confronto ma qual è il proposito con cui avete pubblicato questa antologia? È un bilancio dopo oltre 10 anni di attività? O individuate in questo triennio (2010-2012) un passaggio significativo? Un cambio di passo?

 

WM: Per dieci anni, dal 2000 al 2009, Giap è stato una newsletter. Ci si iscriveva con un clic e si riceveva il papiello in mailbox una volta ogni tanto. Chi lo desiderava, poteva esprimersi sui contenuti e interagire con noi tramite posta elettronica. Gli scambi più significativi venivano pubblicati nel numero seguente. Dal 2010, Giap è diventato un blog: almeno un post a settimana, commenti aperti, homepage in continua evoluzione. A un certo punto, abbiamo sentito l’esigenza di cristallizzare e mettere in risonanza alcuni interventi. In certi casi, si trattava di contributi audio, registrati durante conferenze, che abbiamo voluto mettere per iscritto. In altri, abbiamo editato testi che già esistevano per renderli più solidi. Avevamo già pubblicato per Einaudi un’antologia di non-fiction all’inizio del millennio, quando appunto c’era ancora la newsletter (Giap! Tre anni di narrazioni e movimenti. 2000 - 2003). Due anni fa è uscita la raccolta “Anatra all’arancia meccanica”, con i nostri racconti degli Anni Zero. Ora si trattava di chiudere la trilogia, con la nuova esperienza del blog e l’inizio del nuovo decennio. Un decennio inaugurato dalle rivolte arabe, dalla morte di Bin Laden, dallo tsunami in Giappone.

 

 

ML: Uno degli elementi peculiari che ha caratterizzato negli anni la vostra attività è stata la capacità di portare avanti un confronto costante con i vostri lettori attraverso l’uso della rete, fino a formare una vera comunità on-line che non solo vi segue ma interagisce a vario modo con voi e che dà vita continuamente a discussioni sempre molto lucide e argomentate. Quanto tempo dedicate a questa attività e a Giap in generale? Come riuscite a tenere insieme vecchi e nuovi media (libri, blog, social media etc.)?

 

WM: Il nostro lavoro sul blog è molto difficile da isolare e quantificare, perché si intreccia con tutto quello che facciamo. Consideriamo la relazione di scambio con i lettori uno degli aspetti più importanti del mestiere di cantastorie, perché le narrazioni sono “attrattori culturali”, fuochi di bivacco, luoghi di confronto, strumenti di negoziazione del significato, mattoni di immaginario, alambicchi per distillare la realtà. Se le storie non servono a pensare insieme, a incontrarsi, a mettere in comune l’esplorazione di un sapere, allora perdono buona parte della loro funzione. Per questo ci sforziamo di alimentare in varie forme la narrazione collettiva. Girare l’Italia per decine di incontri pubblici, proporre contenuti on-line, gestire centinaia di commenti, raccogliere contributi, meticciare progetti... Al fondo, c’è sempre l’idea della letteratura come agorà, come invito a condividere punti di vista sul mondo. Che lo si faccia seduti in una biblioteca o nello spazio virtuale di un blog, quel che conta è aver chiaro l’obiettivo, provare tutti gli strumenti e scartare quelli che non funzionano, a prescindere dalle novità più in voga. Il nostro modo di gestire Giap, ad esempio, non è certo una novità nel panorama della Rete. Oggi i blog rappresentano il passato e tutta l’attenzione si è spostata sui social network. Noi abbiamo provato Twitter, abbiamo capito che non faceva al caso nostro, lo abbiamo abbandonato. Se il fine è chiaro, i mezzi si armonizzano, si richiamano e si allacciano, si potenziano a vicenda e si completano, vecchi o nuovi che siano.

 

 

ML: In questi giorni ci sono le elezioni ma l’intervista uscirà a giochi fatti. A prescindere quindi da chi vincerà le elezioni come vedete il paese? Riuscirà a uscire dalla crisi o ci sprofonderà dentro ancora di più? Quali sono le riforme più urgenti che vi sentite di suggerire a chi ha vinto?

 

WM: Nessuno dei vincitori delle elezioni riuscirà a far uscire il paese dalla crisi. Innanzi tutto perché è una crisi sistemica globale, quindi l’impresa va oltre le forze di un partito nazionale. Ma soprattutto perché l’unico modo per reagire sarebbe appunto non imboccare la facile via del neo-nazionalismo. Tentazione forte di questi tempi, quando il progetto europeo sembra ormai fallito. Nemmeno la risposta uguale e contraria rappresenta una soluzione, però: obbedire ai diktat della BCE pensando contemporaneamente di risollevare la situazione sociale in Italia è un cerchiobottismo buono al massimo per la campagna elettorale. Tra questi due estremi ci sarebbe forse una via da tentare, cioè quella di accettare di essere i primi degli ultimi, anziché accanirsi a voler essere gli ultimi dei primi. Se i paesi dell’Europa mediterranea, i cosiddetti PIGS, si mettessero d’accordo per una strategia di dilazione e riduzione del debito e facessero cartello per bloccare la spirale involutiva che si è determinata in Europa, chissà che i giochi non si riaprirebbero. Sarebbe il modo di proporre un’idea diversa di Unione Europea. Quando negli anni Novanta ci vennero imposti “i sacrifici per entrare in Europa”, vale a dire i tagli allo stato sociale, le privatizzazioni, etc. qualcuno faceva già notare che l'Europa in cui si stava entrando era un’entità politicamente evanescente, puramente mercantile, finanziaria e monetaria, fondamentalmente impregnata di ideologia liberista. I frutti di quelle premesse li raccogliamo adesso. Questa Unione Europea è morta, occorre ripensarla da capo. Una forza politica di afflato europeo dovrebbe porsi in quest’ottica, puntare in alto, approfittare della crisi sistemica per ripensare il sistema, appunto, individuando e aggredendo le cause economiche della crisi connesse al capitalismo. Invece ci troviamo stretti tra due estremi. Da una parte chi vuole tentare equilibrismi improbabili, gestire la miseria invece di combattere alla radice la nuova povertà, e dall’altra chi pretende un cambiamento palingenetico senza una critica radicale alle cause della crisi. In un paese come l’Italia, privo di una credibile opposizione di sinistra e privo di anticorpi culturali al fascismo, tutto questo potrebbe determinare uno scenario davvero fosco.

 

 

ML: Tra il ‘99 e il 2000 il movimento è stato scandito da due momenti, Seattle e Genova, più recentemente è stato il turno di Occupy, degli indignados e (da noi) del No Tav. Come sono cambiate (se lo sono) le istanze sociali e libertarie in questi anni? Cosa è stato conquistato e cosa è stato perso? Sono cambiate le tattiche e le strategie in un panorama sostanzialmente immutato?

 

WM: Oggi siamo dentro la Grande Depressione, economica e psichica, quella che i movimenti a cavallo del millennio intuivano imminente, mentre ancora si era in piena sbornia neoliberista. Il lavoro svolto in quegli anni è stato enorme, ma non è stato aggredito il nodo della rappresentanza e dell’incisività sugli ambiti decisionali. Così, mano a mano che i tempi si facevano più cupi, con la Guerra al Terrore prima e la Grande Crisi poi, il “movimento dei movimenti” è andato sfilacciandosi e perdendo d’impatto. Sono rimasti i temi, attualissimi, oggi sulla bocca di tutti: modello di sviluppo, energie alternative, debito, filiere alimentari, etc., ma l’aria che si respira è più densa, il cielo plumbeo. La povertà che allora lambiva il mondo ricco è penetrata in profondità nelle nostre vite. Non è più l’Argentina a essere strozzata dal debito, ma i paesi europei, soprattutto quelli mediterranei. E oggi torna a bomba il problema che i movimenti di allora non sono riusciti a sciogliere: tradurre in atti politici incisivi le proprie intuizioni, analisi, temi, e farlo immaginandosi una nuova forma del comune, nuove istituzioni, nuove modalità e ambiti decisionali. I nuovi movimenti, dagli indignados spagnoli a Occupy, hanno provato a riproporre con forza questo problema, ma senza riuscire ancora a essere incisivi nella società. Per ora soltanto Grillo e Casaleggio, in Italia, hanno proposto una nuova modalità di raccogliere e incanalare consenso, basata tutta sul web. Secondo noi è sbagliato chiamarlo “movimento”, perché in realtà non lo è, almeno non nel senso del movimento reale che cambia lo stato di cose presente. Ciò non toglie che abbia messo i piedi nel piatto rispetto all’annoso problema della rappresentanza. La domanda che però immediatamente occorre farsi è: rappresentanza di cosa? Infatti mentre indignados e Occupy sono movimenti di chiara impronta radicale, che criticano apertamente il sistema capitalistico e si interrogano su nuove forme di decisione e rappresentanza politica, il M5S da un lato esprime posizioni e atteggiamenti molto più fumosi e ambigui, che pescano in maniera trasversale nella società, dall’altro si limita a cercare una nuova modalità di accesso alle vecchie istituzioni politiche. Sul piano delle pratiche questo fa fare meno fatica. Niente occupazione di suolo pubblico, niente accampamenti, niente assemblee fiume, niente disobbedienza civile, niente manganellate. Si passa dalla tastiera direttamente all’aula parlamentare senza avere mai partecipato davvero ad alcuna lotta né ad alcun movimento. Fanno eccezione i No Tav, ovviamente, i quali sono l’unico movimento reale che ha trovato in Grillo un rappresentante delle proprie istanze. Vedremo quanto un movimento localizzato e molto specifico, ancorché di valenza nazionale ed europea, alla lunga riuscirà a relazionarsi con le modalità accentratrici di Grillo e Casaleggio.

 

 

ML: P2p, open source, free culture sono molte le forme in cui si articola la cultura partecipativa, è questa una delle ultime frontiere del conflitto? E se è una frontiera, oltre cosa c’è?

 

WM: Un primo conflitto fondamentale è quello tra la produzione e il consumo di contenuti culturali, ovvero tra la retribuzione delle opere dell’ingegno e la loro libera accessibilità. Questa tensione sta ridefinendo l’industria culturale da almeno vent’anni. La formula copyleft che compare nei nostri libri - e ne permette la libera riproducibilità senza scopo di lucro - è stata fino a poco tempo fa una buona risposta, per i lettori e per noi, a queste due spinte contrapposte. Grazie alle vendite delle copie cartacee in libreria, noi riuscivamo a vivere del nostro lavoro, e allo stesso tempo potevamo mettere a disposizione gratuitamente, sul nostro sito Internet, i file di testo dei romanzi. Nessun conflitto, però, si risolve per sempre. Nessuna risposta vale per tutte le stagioni. Oggi il rapporto virtuoso tra vendite cartacee e download gratuito si è spezzato e dobbiamo trovare una strategia che di nuovo tenga insieme la retribuzione del nostro lavoro e la libertà delle storie.

Il secondo conflitto è tra la cultura partecipativa come opportunità e lo sfruttamento economico della partecipazione come “forza lavoro”. Tra la facilità di produrre e distribuire contenuti, e la facilità con cui altri se ne possono appropriare.

Oltre la frontiera credo ci sia una ricaduta dalla piazza digitale alla piazza di ciottoli.

Da un lato, la produzione di cultura tenderà a farsi più performativa, perché se un testo scritto posso riprodurlo gratis migliaia di volte, una lettura con musica di quello stesso testo è un’esperienza unica e irripetibile. Dall’altro, credo ci si renderà conto che la partecipazione virtuale – l’aspetto sociale dei social network - ha un valore solo se produce partecipazione reale, incontro fisico. Altrimenti è una bolla, solo l’ennesima speculazione.

 

 

ML: Evento, ecceità, rivoluzione, immaginazione, desiderio, tempo, utopia e narrazione sono elementi, concetti e dimensioni che ricorrono spesso in questa antologia. Come e perché si legano insieme? E come, nella vostra attività di scrittori, si sposano ricerca storica e immaginazione?

 

WM: Occorre tornare a immaginare una rottura del tempo storico, dell’eterno presente a cui siamo condannati in questa tarda modernità capitalistica. Concretamente ciò consiste nell’inceppo del ciclo di produzione e consumo, nel rifiuto della condizione generale di alienazione che il capitalismo porta con sé. Tornare a collegare storia trascorsa e avvenire, per individuare le potenzialità nel presente, per immaginare qualcos’altro, un destino diverso, qualcosa che ancora non ha un luogo (utopia), ma potrebbe averlo. Contrariamente a quanto credono certi custodi delle passioni tristi, la fantasia è un grande antidoto alla rassegnazione. L’immaginazione poi è un ingrediente fondamentale di ogni trasformazione, è il fattore soggettivo in campo in ogni passaggio storico. Raccontare le potenzialità implicite in questi passaggi è un’impresa che ha connotato la nostra produzione narrativa fino ad oggi. In un certo senso si potrebbe dire che nell’arco di tre lustri abbiamo raccontato la Rivoluzione da diverse angolazioni e punti di vista. Abbiamo cioè raccontato l’Evento su cui si impernia la modernità, il punto nel quale storia e utopia si incontrano e scontrano, cercando di mettere in evidenza i mille “what if” che esso contiene. L’angelo della storia di Walter Benjamin volava alto verso l’avvenire, ma con gli occhi sulle rovine del passato. Che si tratti di raccontare una storia avvincente o di cambiare il mondo, ricerca storica e immaginazione sono due ingredienti essenziali.



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