Invecchiano solo gli altri

Avrà pur avuto ragione Sant’Agostino a dire di non saper spiegare cosa sia il tempo, concetto quanto mai sfuggente, che sembra materializzarsi solo quando, noi umani, tentiamo di dargli una struttura per nostro uso e consumo. Ma al di là delle speculazioni filosofiche, il modo più evidente in cui noi percepiamo il tempo sono le trasformazioni del nostro corpo e della nostra mente. Un processo biologico diverso per ogni individuo, con scarti più o meno ampi, ma inesorabile e irreversibile. “I capelli bianchi dicono: siamo venuti per restare’” recita un proverbio africano: nonostante le innumerevoli pratiche estetiche, psicologiche e lessicali messe in atto da molti nostri contemporanei per celare questo processo, l’invecchiare rimane un dato di fatto ineludibile.

 

L’età, e il tempo, sono concetti culturali utili a dare forma e struttura al processo di crescita, sviluppo e invecchiamento. Entrambi iniziano a esistere nel momento in cui cerchiamo di calcolarli e strutturarli, e qualunque sia il metodo che utilizziamo si tratta di fatti che attengono alla cultura. La vita degli individui viene scandita in modo diverso a seconda della società in cui essi vivono. Lo sviluppo e l’invecchiamento biologico che il nostro corpo, come ogni altro organismo vivente, subisce, è percepito e accompagnato, nelle culture umane, da differenti processi di interpretazione. Tali modelli riflettono le modalità di rappresentazione di ogni cultura e definiscono i diversi sistemi di classificazione dell’età. 

 

Se lo sviluppo biologico segue un percorso lineare, cumulativo, costante e continuo, perché la natura non fa salti, quello sociale viene invece frazionato in fasi culturalmente determinate, che mettono in evidenza le raffigurazioni che la società ha dei propri componenti. I vari sistemi inventati per scandire la vita umana, non sono solamente codici comuni finalizzati a definire più o meno approssimativamente l’età di un individuo, ma sono anche modelli di attribuzione di ruoli sociali, così che l’invecchiamento fisico si intreccia, in modo più o meno evidente, con la posizione che la società ci assegna.

La riflessione degli autori parte dal fervore del dopoguerra, dalla ricostruzione e dal crescente benessere che inducevano all’ottimismo di cui il baby-boom fu uno dei volti più rilevanti. Saranno quei bambini nati tra la metà degli anni Quaranta e la metà degli anni Cinquanta che, una volta cresciuti, forti dei numeri, della nuova condizione di benessere e di un copioso flusso di idee, faranno irruzione nella società per la prima volta come “generazione” e daranno vita, sul finire degli anni Sessanta, a un movimento destinato a lasciare tracce negli anni a venire. 

 

Robert Doisneau.


Poi tutto è successo rapidamente, in poco più di mezzo secolo, così rapidamente che i mutamenti non si sono sedimentati nel sentire collettivo e non hanno prodotto rappresentazioni sociali adeguate. Eppure, ed è evidente a tutti, non ci sono più gli anziani di una volta. Sono tanti e saranno sempre di più. Godono in larga maggioranza di buona salute e di possibilità economiche. Per la prima volta nella storia non rivolgono solo lo sguardo al passato ma si misurano con un futuro ancora lungo. Siamo, anche se lo rimuoviamo, nella società dell’invecchiamento progressivo della popolazione. Gli effetti a vedere le previsioni saranno, nel giro di pochi decenni, catastrofici. Ma, appunto, facciamo finta di non vedere. La generazione che si è riconosciuta come giovane, che ha riempito le piazze e occupato scuole e università in nome della rottura con la società dei padri fa ora i conti con la propria vecchiaia.

 

E lo fa nascondendola, non guardandola, cercando di occupare comunque la scena. Indipendentemente o meno dall’essere ormai arrivata alla pensione. Perché sono i consumi che oggi dividono tra attivi e non attivi, tra chi è vitale e chi è escluso. La grande paura è quella della non autosufficienza, del decadimento fisico e mentale. Solo quelli sono i vecchi. E, come è noto, invecchiano solo gli altri. Anche i giovani non sono più quelli di una volta. Sempre meno numerosi, discriminati, costretti a una lunga post adolescenza, a un presente che svuota passato e futuro. Il conflitto generazionale non è più politico e culturale ma innanzitutto economico e sociale. Siamo diventati un Paese di vecchi che non si riconoscono tali e di giovani che sembrano socialmente spariti, senza voce collettiva. Questo libro segue il filo di una generazione quella del “’68”, a cui per ragioni anagrafiche gli autori non appartengono, ma della quale sono stati in qualche misura, almeno culturalmente, parte. Con la convinzione che lo spazio per i “nuovi anziani” non sia quello del rincorrere la giovinezza perduta o i consumi, ma quello di un’età tutta da vivere e da riempire con l’ investimento sociale. È la nuova e ultima scommessa possibile di una generazione che credeva di aver rotto con i padri e ha invece rotto con i figli.

 

E lo ha fatto con spensierato egoismo, senza responsabilità, tarpando le ali a chi veniva dopo; certa che quel futuro di cui si sentiva in possesso in gioventù non dovesse comunque scappargli di mano. Minando la speranza e il cambiamento possibile in nome, come avrebbe detto Walter Benjamin, della “monetina dell’attualità”. Eppure questa generazione che ha vissuto i più profondi e accelerati cambiamenti della modernità potrebbe ritrovare le risorse morali e intellettuali per reinventare la condizione anziana, sperimentare una nuova funzione sociale di apertura e non di chiusura verso le generazioni successive.

Insomma, provare a dare vita a una sorta di nuovo patto intergenerazionale, a lasciare “spazio” senza doversi negare una dimensione piena dell’ esistenza. Ma al di là di queste modeste utopie, la questione di fondo, l’invecchiamento progressivo della popolazione, resta. E stando ai numeri non può non spaventare. Il futuro rischia di avere i tratti arcigni di una dilagante senescenza. Stiamo rischiando tutti grosso. Forse troppo per non provare nemmeno a interrogarsi.

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