Iphone. Due o tre cose che non sapete di avere nelle tasche

La macchina che portate a spasso nelle vostre tasche è una tecnologia che ha sintetizzato in un unico apparecchio media e tecnologie precedenti. È una delle più potenti macchine a nostra disposizione, peccato che sia a disposizione anche di chi raccoglie dati per fini commerciali e politici. 

Proverò a fornire, per questa occasione, una lettura provocatoria sulle potenzialità e i rischi più invisibili che il vostro smartphone si porta con sé, dallo zapping pseudo-televisivo delle app, alla slot-machine delle notifiche, all'inferno delle chat per genitori.

 

Alan Key è un programmatore americano e computer scientist tra i più importanti del novecento. È uno dei padri della programmazione orientata agli oggetti, ha concepito i laptop, ha inventato, insieme a Douglas Engelbart le interfacce grafiche moderne, tra le altre cose. Nel 1984 ha lavorato per la Apple, e successivamente per la Walt Disney e molti altri. 

Prima ancora che esistessero i telefoni cellulari, Key scrisse in un saggio del 1984: «Il computer è un medium che può simulare dinamicamente le caratteristiche di altri mezzi di comunicazione»

34 anni dopo quella sua definizione, oggi usiamo il computer esattamente come un meta-medium:

ci guardiamo la tv, ci ascoltiamo la radio, lo usiamo come macchina da scrivere, come sala cinematografica, come tela per disegnare, come sala da concerto, come lettore di musica stereo, come studio di registrazione, e ogni tanto leggiamo anche qualche quotidiano.

Gli smartphone che avete in tasca sono dei computer portatili, e fanno esattamente tutte queste cose, sono a tutti gli effetti, dei meta-medium, dei media dentro altri media.

16 anni dopo l’idea di meta-medium di Key, due studiosi di media americani, Jay David Bolter e Richard Grusin, scrivono un libro che ha un discreto successo internazionale, Remediation in cui riprendono le tesi che McLuhan aveva espresso nel 1964 e le aggiornano per l’età dei media digitali. Per McLuhan «il contenuto di un medium è sempre un altro medium. Il contenuto della scrittura è il discorso, così come la parola scritta è il contenuto della stampa e la stampa quello del telegrafo” (1964). Il contenuto dei media digitali, secondo Bolter & Grusin, non sarebbero altro che i media precedenti. La ri-mediazione è “la rappresentazione di un medium all’interno di un altro”.

 

(Di Richard Grusin recentemente è uscita una raccolta in Italiano dei suoi saggi più recenti, in cui, oltre che di remediation, si parla di pre-mediation, vedi Radical Mediation. Cinema, estetica e tecnologie digitali,” edito da Luigi Pellegrini a cura della filosofa e mediologa Angela Maiello).

Se McLuhan, Key, Bolter e Grusin hanno ragione, nelle vostre tasche si annida un meta-medium, una remediation machine, un computer che porta con sé tutti i media che lo hanno preceduto. Una macchina potentissima, e come ogni macchina, comporta anche dei rischi, oltre a quello di riscaldarvi molto l’orecchio, se state al telefono troppo a lungo. Proverò qui a stilare una lista di alcuni medium ri-mediati dentro il vostro smartphone.

 

Uno. Prima di tutto il vostro telefono è un atlante geo-politico della globalizzazione: i componenti del suo hardware provengono da diverse parti del mondo, e per arrivare in Cina, dove vengono assemblate, lasciano dietro di sé scie di sfruttamento del lavoro, inquinamento ambientale e guerre per materie prime rare come il coltan, che si trova soprattutto in Congo. A estrarre il coltan sono spesso bambini, soggetti agli abusi e alle violenze delle formazioni paramilitari che controllano parte della filiera mineraria. Secondo le Nazioni Unite, circa tre quarti del coltan estratto in Congo viene prodotto in condizioni illegali e senza rispettare i diritti e la sicurezza dei lavoratori. I ricavi, inoltre, vanno in parte a finanziare le campagne dei signori della guerra. Nel 2011 gli attivisti e game designer di Molleindustria avevano anche inventato un videogioco per smartphone, in cui si poteva “giocare” lo sfruttamento, in una sorta di catarsi educativa, ma l’Apple store ne ha vietato la distribuzione.

Ma lo sfruttamento non finisce qui, perché una volta arrivati in Cina, questi componenti vengono assemblati in fabbriche come quelle della Foxconn, dove migliaia di studenti vengono sfruttati illegalmente e dove il tasso di suicidi è molto alto. Ma queste sono tutte notizie che conoscete bene, perché sono anni che escono articoli sul coltan e sulla Foxconn, ma le cose sono migliorate solo leggermente, vista l’immensa domanda di cellulari, sorda a qualsiasi scandalo sulle condizioni di produzione.

 

Due. Nelle vostre tasche avete una sostanza psicotropa.

Walter Benjamin aveva a lungo studiato l’effetto dell’hashish sulla sua persona, e ne aveva scritto un saggio, “Sull’Hashish”, in cui aveva meticolosamente osservato le alterazioni percettive prodotte dall’uso della droga. Per il filosofo tedesco l’hashish, come la fotografia, la radio, i passages parigini, l’illuminazione urbana, erano degli “apparat” (è la parola che usa di più, al posto di “medium”) in grado di organizzare, filtrare, alterare la percezione umana. Non solo i dispostivi tecnici, ma tutte quelle condizioni naturali, tecniche, artificiali, capaci di dare forma alla percezione sensibile del mondo.

 

Opera di Ian Cheng.


Pochi mesi fa è uscito un articolo scientifico che ha avuto una certa eco sui media. Gli scienziati Erik Peper e Richard Harvey hanno pubblicato sulla rivista Neuroregulation l’articolo “Digital Addiction: increased loneliness, anxiety and depression”, in cui si sostiene che l’uso prolungato dello smartphone attivi in misura simile le stesse parti del cervello attivate dall’uso di droghe come l’oppio ed è in grado di generare senso di solitudine, ansietà e depressione.

Lo smartphone può essere una droga, e la sua presa su di noi può essere potente come una droga, ma come tutte le droghe, ha dei benefici e delle conseguenze, anche pesanti. Quello che non rilevano i due studiosi sono i contesti sociali in cui si consuma un uso “tossico” del mezzo.

Rispetto però a usi “tossici” di media precedenti come la televisione (quante volte avete sentito parlare di tele-dipendenza, o dipendenza da video-giochi, ecc…?) effettivamente questo mezzo è progettato a livello di design per essere usato il più possibile (fino a 150 volte al giorno, ogni sei minuti, come sosteneva uno studio di Nokia – forse un po’ partigiano – nel 2013).

E questo ci porta al punto Tre:

 

Tre. Nelle vostre tasche avete una slot machine

Un interaction designer della Silicon Valley, Tristan Harris, ha pubblicato su Medium un articolo dal titolo “How Technology Hijacks People’s Minds — from a Magician and Google’s Design Ethicist”, in cui sostiene una tesi molto simile a quella di Turkle, e molto affascinante. Secondo Harris, il motivo per cui Maggie resta con lo sguardo fisso su Facebook, o il motivo che ci spinge a controllare 150 volte al giorno il cellulare, o che spinge una coppia di sposi a sfogliare i propri cellulari a letto, uno accanto all’altro, prima di dirsi buonanotte, è che i social media replicano il meccanismo delle slot machine. Il meccanismo psicologico che sta dietro le slot machine, prosegue Harris, è quello delle “intermittent variable rewards”, cioè delle ricompense intermittenti di natura variabile. Quando tiro la leva non so che tipo di ricompensa riceverò. Se i designer di tecnologia vogliono massimizzare la dipendenza, quello che devono fare è collegare l’azione di un utente (come tirare la leva della slot) con una ricompensa variabile. Tu tiri una leva e immediatamente ricevi in cambio un bel premio o anche niente.

 La dipendenza è massimizzata quando la ricompensa è la più varia possibile: “diversi miliardi di persone hanno una slot machine nelle loro tasche: quando tiriamo fuori i nostri cellulari per controllare le notifiche stiamo tirando la leva di una slot machine. Quando clicchiamo “refresh” per aggiornare le nostre email, stiamo tirando la leva di una slot machine. Quando facciamo scivolare il nostro indice lungo lo schermo del telefono per aggiornare la bacheca di Instagram, stiamo giocando con una slot machine. Quando scorriamo i profili di potenziali partner su Tinder stiamo giocando con una slot machine.”

 

Quattro. Nelle vostre tasche avete una spia che raccoglie i vostri dati

Qui non rivelo niente di nuovo. Lo sapete tutti fin troppo bene ma…

Anni di rivelazioni, da Wikileaks, a Snowden fino alla più recente Cambridge Analytica, non sono bastate per rivedere il nostro uso di smartphone e social media, né per rivendicare a gran voce una maggiore protezione legale dei nostri dati. 

Ci meritiamo di essere spiati e venduti al miglior offerente, finché questi temi non diventeranno temi politici come i matrimoni omosessuali, il lavoro, la sanità, la redistribuzione del reddito.

 

Cinque. Nelle vostre tasche avete un agente personale che seleziona per voi potenziali partner sessuali (dating online)

Negli Stati Uniti, già nel 2013 il 22% dei giovani tra 25 e 34 anni faceva uso di app di dating online. Ora la percentuale è cresciuta ancora.

L’attitudine verso il dating online è cambiata molto recentemente. Negli Usa la percentuale di persone che crede che rivolgersi al dating online sia un’espressione di disperazione è scesa dal 30% del 2005 al 23% del 2015. Nello stesso periodo di tempo le persone che credono che usare le app di dating online per incontrare un partner sia una buona cosa, sono passate dal 44% al 59% (dati del Pew Research Center).

Se siete lettori tra 25 e 34 anni, forse ad almeno 1 su 4 potrebbe esser capitato di averle usate, di averci provato. Molti di voi ne saranno rimasti frustrati, qualcuno forse è stato più fortunato. Nell’Europa meridionale questi strumenti fanno più fatica a imporsi socialmente, mentre nel nord Europa le app di dating sono pubblicizzate nelle metropolitane. In ogni caso, delegare a un algoritmo commerciale di cui non si conosce il funzionamento la selezione di un possibile partner ha delle ricadute enormi sulla nostra percezione del rapporto affettivo con gli altri. Si sfogliano volti come se fossero merci di un catalogo Postalmarket, nella speranza di rendere più efficiente una ricerca che se svolta senza aiuti algoritmici, potrebbe durare mesi. Passa l’idea che esista un “match” più perfetto dei tanti possibili, e che prima di compiere una scelta bisogna visionare tutta la merce disponibile in maniera razionale. Ma l’amore non è un catalogo di frigoriferi dal quale scegliere quello più vicino alle nostre tasche. 

 

Sei. Nelle vostre tasche avete uno strumento di sorveglianza dei vostri figli

Se siete padri/madri e non giovani in cerca di sesso (anche se le due cose, come saprete, non si escludono per forza) userete lo smartphone soprattutto per litigare con altri genitori sulle famigerate chat della scuola dei vostri figli, finendo anche per confondere la chat della terza media del figlio maggiore con quella di quinta elementare del figlio minore, con disastrosi effetti sulla vita di coppia, il rapporto coi figli e quello con gli altri genitori, oppure lo userete èer tenere sotto controllo i vostri figli (e i loro amici) a distanza. Esistono app come Screen time parental control, tramite le quali potete controllare con facilità quanto tempo i vostri ragazzi trascorrono sul loro Android e farli dormire senza subire distrazioni. Inoltre ha uno strumento per bloccare le app che possono limitare il tipo di contenuti a cui i vostri ragazzi possono avere accesso. Trick or Tracker è un’altra app che permette di controllare gli spostamenti del proprio figlio a distanza. Si ricevono avvisi di testo quando il ragazzino viaggia fuori da una zona concordata, e in più la app ha una funzione che permette di seguire il giovane fino a quando arriva a casa, utilizzando i dati di geolocalizzazione contenuti nei messaggi di testo e informando sulla posizione di una determinata persona ogni 15 minuti.

I genitori si trasformano in carcerieri, e i poveri figli faranno di tutto per sfuggire. Ma al di là di queste tragiche applicazioni, il fenomeno del controllo a distanza non riguarda solo il rapporto genitori/figli ma più in generale qualsiasi rapporto di tipo master/slave (fidanzato ossessivo/fidanzata, oppure datore di lavoro/dipendente) o anche di tipo peer-to-peer. L’incrocio tra social media e i servizi di geolocalizzazione contenuti nello smartphone ha reso possibile su scala globale la co-veglianza (Co-veillance, Rainie & Wellman, 2012), ovvero la sorveglianza reciproca: sembra ormai impossibile vivere senza sapere dove sia l’altro. Sfuggire al controllo dell’altro è il nuovo lusso. 

 

Sette. Ma soprattutto, nelle vostre tasche, avete una televisione

Ma come? Abbiamo fatto tutta questa strada per liberarci della televisione, abbiamo preso uno smartphone perché potevamo finalmente interagire attivamente con tanti oggetti multimediali e tante persone e invece? E invece una grossa quota del tempo dedicato all’uso dello smartphone se ne va in consumo di contenuti audiovisivi, con modalità simili a quelle della fruizione televisiva.

 

Nel 1974 Raymond Williams scriveva: «La televisione svolge in forma moderna funzioni che in parte sono state assolte dal teatro popolare, dalla stampa, dal cinema, ma che essa rielabora in forme originali, che sono costituite, più che da questo o quel programma, dalla televisione stessa nel suo complesso». Provate a sostituire smartphone a televisione, e il risultato non sembrerà troppo inverosimile.

Qui si torna all’inizio, alla rimediazione: se la tv svolgeva in forma moderna funzioni assolte dal teatro popolare, dalla stampa, dal cinema, oggi lo smartphone assolve in forma moderna alle funzioni assolte dalla tv, che a sua volta svolgeva in forma moderna… Etc. etc.

L’uso dello smartphone spesso è simile all’uso passivo della tv come sottofondo della vita quotidiana: Raymond Williams conia il termine “flusso televisivo” per descrivere il contenuto della tv: secondo lo studioso britannico lo scopo di guardare la televisione non è quello di guardare un contenuto (un programma) trasmesso ad una certa ora, lo scopo principale della tv è la tv stessa!

Quando arriviamo a casa, ci stendiamo sul divano e accendiamo la tv, o quando ci sediamo a tavola per cena e accendiamo la tv, non lo facciamo per sintonizzarci su un programma preciso, ma per riempire col “flusso televisivo” (lo scorrere di diversi testi audiovisivi in sequenza montata) lo spazio abitato e il tempo che abbiamo davanti e che vorremmo far scorrere più velocemente.

Guardiamo “la” televisione, non guardiamo qualcosa “alla” televisione.

Questa fruizione di flusso, diventata centrale con la diffusione del telecomando e della pratica dello zapping, è stata molto criticata per la passività del soggetto di fronte alla tecnologia televisiva.

Eppure molto spesso utilizziamo lo smartphone allo stesso modo: nei momenti di “buco”, di transizione, di spostamento, di attesa, tocchiamo lo smartphone e apriamo le nostre app preferite (che sono pochissime e sempre le stesse, come i canali tv) per riempire quello spazio e quel momento di “vuoto” e iniziamo a scorrere il “flusso” indistinto di immagini di Instagram, di post di Facebook o di tweet, saltando da una app all’altra, come si fa con lo zapping. 

Uno zapping tra app, che ha durate simili – pochi secondi – a quello televisivo. Uno studio svedese, di prossima pubblicazione, ha misurato l’uso di app su smartphone da parte di giovani svedesi e ha confermato che il tempo che si passa su queste app è frammentato in pochi secondi, più volte al giorno. Uno dei ragazzi coinvolti nello studio, intervistato in una seconda fase, afferma:

«…E poi controlli Instagram e Facebook quasi ogni dieci minuti. È come un tic ... lo metto per lo più in modalità silenziosa, ma lo controllo di tanto in tanto. In modo che possa sempre vedere cosa è successo. Non sono sempre lì quando succede qualcosa, ma lo controllo regolarmente per vedere cosa è successo. Proprio come un'abitudine». O, proprio come i "non luoghi" di cui parlava Marc Augé (1995), i luoghi che non supportano una socialità significativa sono stati a lungo riempiti dai dispositivi mediali, quindi i «non-momenti», quei momenti della vita in cui non siamo coinvolti in relazioni sociali ordinarie, sono riempiti da una nuova socialità digitale, mediata dai dispositivi mobili.

 

E se allora nelle tasche avessimo soprattutto uno scacciapensieri? Uno strumento per combattere la noia? È sempre con noi, ma forse non è così importante. Proprio come la tv, accesa per ore, ma in sottofondo, mentre la vita va avanti. Lo smartphone ha permesso di estendere la fruizione di flusso tipica dell’era televisiva al di fuori degli spazi domestici. Una volta rimpicciolito e alleggerito, lo schermo televisivo diventa mobile e la sua luminosità inizia a popolare lo spazio pubblico, i momenti interstiziali della vita. Diventa un modo per abitare uno spazio e un tempo poco significativi, ma in quei pochi secondi entriamo in contatto con decine di volti, di notifiche, di informazioni che sovraccaricano la nostra capacità di digerire dati e rischiano di lasciarci sempre in sospeso: d’altronde nessuna “storia”, nessun filo narrativo si chiude mai, consumiamo brevi narrazioni senza mai arrivare alla fine, in una perenne attesa di un piacere superiore, come un coito represso.

 

Questo testo è un adattamento dell’intervento che sarà fatto dall’autore il 29 maggio 2018 all’Officina Grandi Riparazioni di Torino per la rassegna Scintille, curata da Doppiozero.

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