Andrea Canobbio. Tre anni luce

Si soffocava per la luce ardente,

e i suoi occhi parevano raggi.

 

 Anna Achmatova

 

 

Il ricordo e lo sguardo. Ecco i due movimenti – dell’anima e dell’occhio – secondo cui procede il racconto di una storia d’amore inseguita a diverse velocità; l’incontro improvviso, la lunga frequentazione quotidiana, omeopatica e silenziosa, una conoscenza sempre più profonda che avanza con passo incerto, fino a precipitare. Il desiderio abbagliante che attraversa le pagine è di continuo rimandato, e, infine, compiutamente mancato.

 

Tre anni luce è una storia destinerrante che “può sempre – e dunque deve – non arrivare mai a destinazione”; e questa è la condizione perché, infine, qualcosa di inaspettato accada.

È solo per pudore che non bisogna credere al destino, per quello stesso sentimento che comanda al soggetto di custodire il segreto, il proprio del suo parlare: “mai pronunciare parole smisurate, mai porsi domande smisurate (esiste l’eternità? esiste la felicità?). Mai rivelarsi”.

Eppure, un passo dell’autobiografia ‘rivisitata’ di Nabokov, Parla, ricordo, in esergo, iscrive fin da subito la storia nel racconto e nel ricordo, quello di un narratore ‘assente, perché futuro’, consegnandola alla sua testimonianza impossibile, ad una privata e necessaria ricostruzione tanto immaginaria quanto precisa dei ricordi degli altri in quei tre anni luce, tempo distante – imponderabile, dilatato, misterioso – entro cui una nuova memoria, senza quasi saperne nulla,opera. Anche l’incipit (più volte, in seguito, reiterato con variatio) si inserisce in questa traccia, ridefinendola:“il ricordo è una stanza vuota”. Ma come da una feritoia, filtra un fascio di luce che investe i corpi che l’hanno, un tempo, abitata, dando loro forma e consistenza.

 

Claudio – tutti lo chiamano per cognome, Viberti – internista quarantenne, un matrimonio finito e ‘mai consumato’, nella cui vita non succede nulla da dieci anni “e se qualcosa è successo non se ne ricorda”, s’innamora di Cecilia, medico nello stesso ospedale, separata, con due figli diversamente problematici che catalizzano ogni attenzione e i suoi sensi di colpa.

 

Lo sguardo di Claudio su Cecilia è totalizzante, definitivo (“non può evitare di guardarla, anche se di sfuggita”), s’accentra con un senso d’attesa irrisolto sul suo collo, sul suo corpo: “sentiva che con lei avrebbe imparato a essere impudico” e avrebbe osato, faticosamente, correre un rischio. Solo dopo un anno di pranzi insieme, ogni giorno, allo stesso tavolo nascosto agli occhi del mondo, si dichiara. Ma lei si sottrae, impenetrabile, confusa, spaventata; il suo sguardo è “pieno di attenzione”; poi si concede, e infine, di nuovo, si ritrae. Il loro amore, la loro attrazione, riflette – così direbbe Bataille – ciò che essi vedono nell’altro, la loro ferita.

 

A questo gioco snervante di fuga e rincorsa, si intreccia una complessa trama di legami familiari che rivela i propri sintomi, metafora tangibile di un rifiuto originario (l’inappetenza del figlio di Cecilia) e della dimenticanza, come condizione di sopravvivenza (la madre anziana di Claudio che perde la memoria, ma non l’eleganza né la sapienza di donna). Piano, emergono silenzi e non detti, il dolore che va e viene, che e non può essere coerente, e “la cui manifestazione è ridicola, se protratta oltremisura”:il dolore in primo luogo della separazione, degli amori finiti, della perdita di un padre, della rinuncia indicibile a un figlio non voluto, della malattia.

 

La scrittura di Canobbio è sempre minuta, precisa, atta a definire con straordinaria abilità luoghi (sullo sfondo, una città di fiume la cui dolcezza del profilo sembra alludere a Torino) e stati dell’anima che non si presentano mai immediatamente e completamente decifrabili alla coscienza. La grazia di uno stile ben temperato, e una chiarità stessa della lingua che ricorda da vicino quel petit pan de mur jaune, il lumen riflesso nello specchio convesso di un maestro olandese.

 

Ad un tratto, la frattura, l’imprevisto, ciò che resta del calcolo: porta un nome selvatico, Silvia, la sorella minore di Cecilia, e come un vento, estroversa e disarmante, rovescia la scacchiera degli eventi e riconfigura le regole del gioco in un breve, ma decisivo, triangolo amoroso.

 

La coincidenza dello sguardo è per definizione impossibile: il soggetto non guarda mai dal punto in cui si dà-a-vedere; per ciò assistiamo ad uno scarto continuo della visione, e a un tentativo di ordinamento che si traduce in un montaggio quasi cinematografico, a ricostruire la scena, colmando le lacune del ricordo. Così, nella struttura che governa la narrazione, a ogni personaggio è dato il privilegio del proprio punto di vista, la possibilità di rielaborare la storia con i propri occhi e la propria voce. Ma è sempre l’universo del femminile a risplendere, sono le figure sottili e profonde di madri, di figlie e sorelle, le protagoniste del romanzo fino alla fine; all’uomo, timido, malinconico, non resta che fuggire, nascondersi, di fronte al suo senso di inadeguatezza.

 

Questo libro, come la vita, come l’amore, eccede il progetto, ci sorprende sempre impreparati, e prende corpo nelle parole, lasciando un segno che “si riassorbe lento, come i lividi”, una cicatrice di cui avere cura, che ci trasforma e ridefinisce.

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