Javier Marías, Berta Isla

“Noi siamo come il narratore in terza persona di un romanzo […] È lui che decide e racconta, ma nessuno può interpellarlo né mettere in dubbio quello che dice”. A parlare è Mr Tupra, misterioso agente dei servizi di sicurezza inglesi, mentre tenta di arruolare il giovane Tomás Nevinson, il protagonista maschile di questa storia. 

La storia di cui si parla è quella narrata nell’ultimo romanzo di Javier Marías, Berta Isla (Einaudi, traduzione di Maria Nicola, p. 488, € 22,00). 

Tom è per metà spagnolo e per metà inglese. È fidanzato con Berta dall’età di quattordici anni, ma entrambi non sono arrivati vergini al matrimonio. Entrambi hanno consumato la loro prima volta all’oscuro dell’altro: Berta con un banderillero dalla vischiosa sensualità conosciuto a Madrid, nel 1969, durante una contestazione studentesca; Tom, studente a Oxford, con la commessa di una libreria dell’usato a sua volta fidanzata con un uomo politico di Londra.

 

I due tradimenti si pongono all’origine della relazione tra Berta e Tom, sono gli eventi primordiali che segnano inesorabilmente il loro futuro matrimoniale. Un futuro che si fonderà sul silenzio, sul riserbo che sconfina apertamente nel mistero, sulla perdita di contatto. C’è una faglia sotterranea che nel corso della storia diventa via via più ampia e che allontana progressivamente i due mondi. Perché Tom, dotato di un talento speciale per le lingue, viene presto arruolato nel Military Intelligence al servizio della corona britannica (il famoso MI) da Mr Tupra appunto, il quale per convincerlo si serve di un atroce stratagemma. 

Tom da questo momento in poi diventa un fantasma. Si assenta da Madrid per lunghi periodi, tace alla moglie i veri scopi delle sue frequenti missioni all’estero, si fa sempre più sfuggente e taciturno, dissemina il matrimonio di una miriade di bombe le cui esplosioni controllate cancellano tra i due ogni possibilità di dialogo. 

 

Berta all’inizio sopporta. Poi la sua pazienza viene meno e costringe il marito a una parziale ammissione. Ma neppure la nascita di due figli può nulla contro le priorità della difesa del Regno. Tom si perde lentamente nelle mille personalità che gli tocca incarnare, negli innominabili segreti di cui si compone la sua esistenza lontano da Madrid, poiché quelli come lui “perdono la loro vita e la loro identità, e finiscono per non sapere più chi sono. Nessuno li ammira né li ringrazia di nulla, nemmeno dei sacrifici che hanno fatto. E quando non servono più li tolgono dalla circolazione senza tanti complimenti, come macchine fuori uso”.

 

Il mondo delle spie serve a Marías per fabbricare un romanzo potentissimo sull’incomunicabilità, usando gli strumenti tradizionali della letteratura novecentesca, da raffinatissimo artigiano qual è. Così facendo, l’architettura narrativa che concepisce risulta sfarzosa, di rara eleganza. La storia avanza seguendo andamenti sinuosi, ellissi, spirali e curve. Quella di Marías è quasi una concezione barocca della letteratura. Il suo è un manierismo di prim’ordine, in grado di far rivivere come in un sogno magnificamente evocato una stagione letteraria perduta, quella dei grandi romanzi di finzione europei del Novecento. Non a caso tre elementi si fondono in Berta Isla: l’ambientazione storica a cavallo della caduta del muro di Berlino, la doppia localizzazione geografica in Spagna e Gran Bretagna, le citazioni e i rimandi continui a uno dei generi che più hanno goduto del favore del pubblico nella seconda metà del secolo scorso: la spy story.

 

Tuttavia, il cuore caldo del libro ha a che fare col tema dei temi, ossia con l’amore. Berta Isla è un libro sull’amore, o meglio, è un libro sull’inafferrabilità dell’amore, sulla mutevolezza delle cose della vita, sulla volubilità del caso, e sulla fuga che diventa a sua volta viaggio di esplorazione nei più profondi misteri del sentimento umano. Sono argomenti, questi, che ritornano sempre nei romanzi di Marías, che ne incardinano, per così dire, l’opera. Basti pensare al protagonista di Domani nella battaglia pensa a me, il cui destino fatalmente muta la notte in cui una donna sposata gli muore tra le braccia, proprio mentre è in corso il loro primo abusivo incontro d’amore. 

 

I personaggi di Marías sono in continua lotta con le combinazioni del caso, con i misteri impervi che si nascondono nelle carambole della sorte. Ma il caso può avere due facce, può essere reale o verosimile. E quando è verosimile sconfina nell’apparenza, e quindi nell’arte. 

È un caso apparente quello che costringe Tomás Nevinson a sposare la causa dell’Intelligence britannica e a sconvolgere la propria vita e quella dei suoi cari. È un caso casuale, ossia reale, quello che gli consente, a molti anni di distanza, di fare luce sul proprio passato. Il caso che svela gli inganni del caso. 

Marías pone continuamente i suoi personaggi di fronte a delle sliding doors, sembra suggerire a ogni frase che il romanzo che stiamo leggendo, come la vita stessa, non è altro che una possibilità su un milione, una possibilità che, al contrario delle altre, si è realizzata. E quindi anch’esso è frutto della sorte. La volontà di dominare il caso è la più esorbitante, vanagloriosa, illusoria ambizione in cui si crogiola lo scrittore nel suo giocare a essere Dio nel suo universo, come diceva Flaubert, “dovunque presente e in nessun luogo visibile”.

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