La deportazione raccontata ai bambini

Libri recenti e incontri nelle scuole con insegnanti e studenti sono l'occasione per ragionare su come parlare ai bambini e alle bambine di qualcosa di enormemente doloroso come persecuzione, deportazione e genocidio, tanto più smisurato quando si abbatte su soggetti come i bambini. 

 

La violenza nei loro confronti distrugge anche la fiducia e la cura che ogni piccola esistenza chiede a quella adulta; e così la dimensione di futuro potenziale che ogni bambino o bambina ha in sé.

Per i bambini, prendere atto di questo è di particolare impatto. Per gli educatori significa anche rischiare di minare la fiducia nel mondo, negli adulti, nel futuro appunto.

La memoria della Shoah nella sua interezza è qualcosa che non può essere rovesciata addosso ai bambini ma che deve essere affrontata con estrema sensibilità, anche al fine di evitare reazioni difensive di rifiuto, di smarrimento o perfino di oscura colpevolizzazione. 

 

Il problema non è nuovo e sono in diversi a essersene occupati. Nel 2004 a Torino un convegno promosso dall'Istoreto ha proposto una grande riflessione su tempi, strumenti e metodi per parlare di questo tema, individuando gli elementi fondamentali di una riflessione storicamente corretta e pedagogicamente avvertita (qui la versione digitale degli atti).

Il curatore Alberto Cavaglion scriveva: «continuo a pensare che i 13-14 anni siano l’età giusta, ritenendo sia un dovere dell’educatore proteggere l’infanzia, lasciando il più possibile libero lo spazio necessario al gioco, alla libertà inventiva. Riconosco tuttavia che molte delle esperienze descritte incrinano le mie (poche) certezze».

Recentemente Cywiński, direttore del Memoriale e Museo di Auschwitz-Birkenau, ha scritto: «Non sono sicuro che quattordici anni sia l’età giusta per visitare Auschwitz. Allora quale sarebbe l’età giusta? Non esiste. Proprio come nella storia “ogni epoca ha i suoi costumi e le sue norme comportamentali”, così anche ogni età della vita di una persona è diversa dalle altre». 

 

 

Negli ultimi anni il curriculum verticale e le Indicazioni nazionali hanno di fatto espunto la storia contemporanea dai programmi delle elementari (la si incontra ufficialmente nella scuola media), lasciando però ampio spazio alla possibilità di ragionare su temi di rilevanza etica affrontando la storia locale e il calendario civile. Sempre più si sente l'esigenza di avvicinare i piccoli cittadini a una memoria comunitaria e di cittadinanza; a ciò si aggiunga il fatto che rappresentazione della Shoah nel frattempo si è diffusa a livello molto ampio in molteplici aspetti della cultura (storiografia, film, libri, fumetti, mostre...), e tra i tanti aspetti di una adultizzazione precoce, la pervasività dell'informazione raggiunge molti bambini, che tendenzialmente alle scuole elementari conoscono già molto, anche se magari troppo e male, della dimensione di violenza del sistema di concentramento e sterminio.

 

Per questo è sempre opportuno sondare le conoscenze pregresse dei piccoli studenti/studentesse prima di qualsiasi percorso, e conoscere le informazioni che nelle classi vengono condivise; ed è necessario saper rispondere alle domande, in questo caso come negli altri. Il problema è come permettere loro di appropriarsi di quelle storie, a quale livello di dettaglio anche in relazione ad altre conoscenze.

Dal convegno torinese non emergono irrealistiche ricette universalmente valide ma idee guida per sviluppare una forte sensibilità per pensare l’insegnamento/apprendimento dell'universo  concentrazionario e sterminazionista «come percorso, che si avvia nella scuola elementare e prosegue negli anni della formazione del ragazzo, su elementi di complessità e peso crescenti, capaci di offrire strumenti sempre maggiori di comprensione ed anche di comparazione con altri fenomeni del moderno e del contemporaneo» (Riccardo Marchis, Istoreto). 

Può sembrare banale ma il primo aspetto essenziale, da non dare per scontato, è il contesto: il fatto che la discriminazione e la persecuzione di ebrei, dei rom e sinti, e insieme di resistenti, oppositori e dei diversi gruppi che i nazisti consideravano “estranei alla comunità”, sia collocata dentro coordinate spaziali (Europa), temporali (anni ’30 e ’40) e politiche (la guerra dei trent'anni del '900). Per i più piccoli il riferimento è al tempo-mondo dei bisnonni, più che dei nonni, con cambiamenti rispetto a quello attuale difficili da comprendere.

 

Inoltre è richiesta una forte attenzione agli aspetti socio-psico-affettivi: sia come si è detto i prerequisiti, sia per l’attenzione verso le culture di provenienza, oggi più che nel passato differenziate. Non si può dare per scontato nulla rispetto a storie di famiglia differenti, sensibilità differenti, soglie di dolore differenti che rinviano a storie e prospettive (anche religiose) differenti rispetto a quelli della grande narrazione tradizionalmente euro-centrica.

Da un punto di vista educativo la storia della galassia concentrazionaria, per la centralità che in essa ha la persecuzione razzista dell'infanzia, aiuta a mettere a fuoco il valore delle differenze, il rispetto dell’altro e il suo riconoscimento, osservato in un processo che si manifesta come la più radicale negazione di tutto questo. Sotto il profilo pedagogico-didattico, questa storia mostra non la generica “follia di Hitler” (una chiave semplificatrice ancora molto diffusa, anche tra studenti più grandi e adulti) quanto la totale negazione dell’altro insita nel progetto totalitario e di palingenesi a sfondo razzista nazionalsocialista. E da lì apre la possibilità di vedere le potenzialità distruttive in determinate condizioni, contrassegnate in particolare dalla mancanza di libertà, da ideologie della differenza, dallo stato di guerra, che appartengono alla genealogia culturale europea.

 

È noto come il lager per Primo Levi sia stato un laboratorio tristemente privilegiato per osservare l’immenso potenziale di violenza del mondo moderno.

Poiché lo snodo persecuzione, concentrazione e sterminio presenta un surplus di complessità e di violenza per il mondo bambino, si tratta di mettere gli studenti nella condizione di affrontare un dolore che sia alla portata di comprensione e di sopportazione ed evidenziare parole-chiave che possano avere significato concreto, come inclusione/esclusione, io/altro, diritti/responsabilità e stare insieme – in prospettiva, costruire cittadinanza.

«L’esclusione dal gruppo classe, il cambio del nome, le fughe, la solitudine sono solo alcuni degli aspetti che possono essere compresi e assimilati anche negli ultimi anni di scuola elementare»: nel testo Sonia Brunetti (Scuola ebraica di Torino) suggerisce di leggere testi tali da sollecitare «il senso di competenza dei bambini» e farli entrare «in sintonia con un’infanzia distante nella realtà materiale, ma vicinissima al sentimento e alle emozioni». Anche le istituzioni internazionali che si occupano di trasmissione della memoria della Shoah, come Yad Vashem in Israele o Memorial de la Shoah di Parigi, concordano sull’esigenza di costruire il racconto storico con i bambini, concentrandosi sull’aspetto dell’emarginazione e della negazione dei diritti più che sulla fase finale dell’assassinio di massa.

 

 

Essere esclusi per qualche motivo è già un dolore molto forte; persecuzione e morte violenta paradossalmente rischiano di inserirsi in un universo finzionale orrorifico che non sempre ha spessore, profondità e consapevolezza. Per usare un'immagine che molti bambini conoscono, come avviene nel ciclo di romanzi di J.K. Rowling dedicati a Harry Potter, solo chi ha visto morire qualcuno è in grado di vedere i Thestral, i neri destrieri alati, invisibili a tutti gli altri, che trascinano le carrozze del castello-scuola Hogwarts.

Una esperienza didattica elaborata all'interno di Istoreto e svolta con classi di quinta elementare si muove intorno ai diari scolastici di Elena Ottolenghi, che a Torino dovette abbandonare la scuola in quarta elementare per le leggi razziali, o i libri di Lia Levi. Storie di allontanamenti, di maestre perdute che non ti possono più salutare per strada e di fughe precipitose e famiglie distrutte.

 

Analoghi percorsi didattici sono relativi a storie, luoghi, documenti: tre assi che permettono un lavoro di conoscenza storica per gli studenti della scuola primaria e che, senza insistere sul sentimentalismo e sull’immedesimazione con la vittima, hanno il pregio di tenere legati empatia e approccio storico, preludendo alla possibilità di riconoscere luoghi e pratiche dell’inclusione e dei diritti di oggi, pensati dai bambini per i bambini.

Ancora dal convegno citato emerge come la storia della Shoah debba essere raccontata nelle sue fasi e nei suoi diversi aspetti. Il compito di chi educa e forma è quello di «avvicinare progressivamente, di offrire strumenti, di rompere riflessioni stereotipate o riduttive per aprire e integrare prospettive diverse. Se l’esordio della narrazione sta quindi nei processi di esclusione e di emarginazione la fine non può essere solo nel fumo dei camini» (Brunetti). Si tratta di raccontare non solo la sofferenza e la disperazione dei campi di sterminio ma anche «una risposta alla morte e al dolore», la resistenza in lager, la dignità, l'attaccamento alla vita in un mondo di negazione e rovesciamento dei valori.

 

L’impianto pedagogico e metodologico di una narrazione sensibile per ragazzi passa dunque attraverso l’utilizzo di fonti, in particolare vissuti personali; attraverso la dimensione locale e prossimale della storia, la ricerca di linguaggi, ellittici, laterali che possano parlare in modo tale da essere restituiti e rielaborati. (cfr. la conversazione con Anna Sarfatti, Alessandra Fontanesi, Donatella Giulietti)

Quello bambino è uno sguardo specifico (si veda il blog dello storico Bruno Maida), più diretto e in cui la dimensione dell’empatia è molto potente; anche se, come si è detto, non è escluso che molti bambini siano già stati esposti alla rappresentazione pubblica, celebrativa, monumentale e stereotipata della violenza. Pur essendo molto chiari su questa, è importante anche che la speranza, sopravvivenza e riscatto abbiano posto. Così come far emergere le storie di solidarietà di chi ha aiutato, nascosto, protetto, contro quelle di delazione, interesse, crudeltà. Il che significa, a livello educativo, evidenziare la possibilità della scelta di opporsi al nazismo e al fascismo, e in termini di competenze esistenziali, il senso della responsabilità.

 

 

Nei suoi aspetti etici la storia della deportazione ricostruisce traiettorie di uomini e donne, vittime o carnefici, collaborazionisti, delatori, salvatori, osservatori passivi: mostra la psicologia degli esseri umani, le varie scelte davanti alle quali si trovarono i diversi attori sociali; evidenzia la possibilità di saper passare logicamente da una particolare situazione storica alla comprensione della propria collocazione dentro il mondo. È immediato il richiamo a un libro fondamentale del recentemente scomparso Zygmunt Bauman, Modernità e olocausto, in cui venivano sottolineati non solo i contributi della sociologia alla studio della Shoah quanto la profondità di sguardo che lo studio della Shoah ha dato alla sociologia, chiedendole di interrogarsi su se stessa e ispirando importanti studi sul comportamento umano in situazioni di organizzazione, controllo e autorità e sulla dimensione dei corpi soggetti/oggetti di diverse forme di potere istituzionale.

 

Occuparsi continuativamente e professionalmente di violenza, guerra ai civili, deportazione, concentramento e sterminio non è senza effetti collaterali. L'invito è a comprendere, in una sorta di autoanalisi, come e quando noi abbiamo incontrato l’argomento e quale rilevanza gli abbiamo assegnato nella nostra economia cognitiva, nella sfera affettiva, nella dimensione psico-politica. Ognuno dovrebbe porsi il problema di non banalizzare, terrorizzare o lasciare sgomenti di fronte al male i propri studenti, quanto piuttosto di rinforzare in loro il senso di giustizia, anche piccola, di cui essere portatori.

Per il valore di conoscenza storica e dell'immaginario qui, come in altre storie di dolore, si impara l'Abc dell'ingiustizia intorno al quale si manifestano empatia, simpatia e all’opposto repulsione, rabbia e indignazione, elementi importanti per la cittadinanza critica e attiva. Senza i quali non ci può essere progettazione e azione collettiva coordinata in vista di spazi di interesse comune.

La questione della postura etica che possiamo sollecitare in qualcuno, oltre ad evitarci di andare in pezzi ogni volta e continuando a conservare la sensibilità, è traccia profonda del senso del lavoro che facciamo. Essere consapevoli delle risonanze che la storia ha prodotto nella definizione della nostra personalità di studiosi ed educatori aiuta a capire quelle che può produrre negli studenti, e a costruire la  condivisione dei saperi necessari alla democrazia. La cosa che rende la scuola un posto speciale. 

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