La fascistizzazione dal basso

Casa Pound

Sono tre frammenti di una società che non è più nemmeno liquida, ma, appunto, frammentata in spezzoni non comunicanti. Insomma, più Antonioni che Bauman, con l’incomunicabilità prevalentemente provocata non dall’assenza di una memoria condivisa, ma dall’assenza tout court di memoria in una fascia consistente e in crescita della popolazione, mentre una parte più esigua coltiva una memoria di fatto fossilizzata, perché non riesce a utilizzarla per comprendere le mutazioni sociali. In mezzo, chi conserva il ricordo di un passato, spesso intriso di speranze e di impegni collettivi, che alimenta il disincanto per il presente. (Giovan Battista Zorzoli)

 

Che vi sia fermento nell’area della destra radicale italiana non è più dubitabile. Gli ultimi episodi, segnati anche dalla reviviscenza del Veneto fronte skinheads, organizzazione di origine vicentina, operante prevalentemente nel nord-est italiano dalla seconda metà degli anni Ottanta, ne sono una chiara testimonianza. La presenza di CasaPound oramai un po’ in tutta la penisola, con un numero crescente di sedi territoriali, e la sua disposizione a partecipare alle elezioni, con alcuni riscontri di consenso, ne è un’ulteriore riprova. Al riguardo, va segnalato il volume di Daniele Di Nunzio e Emanuele Toscano, Dentro e fuori CasaPound. Capire il fascismo del terzo millennio (Armando editore). Gli autori hanno svolto, in piena autonomia (anche di ordine finanziario, essendovisi impegnati con risorse proprie) una ricerca di taglio emico, all’interno dell’organizzazione, cercando di cogliere le dinamiche di relazione e il sistema di credenze ai quali militanti e simpatizzanti, o più semplicemente i frequentanti delle iniziative promosse dal movimento, si rifanno. Più che un testo di analisi politologica o di indagine strettamente sociologica ne è emersa un’esperienza etnografica, ispirata ad approcci inusuali per buona parte degli studiosi. Un fatto, per inciso, che ha indotto alcuni lettori a equivocare, ravvisando nella sospensione del giudizio di valore che i due studiosi adottano una sorta di adesione implicita alle ragioni del soggetto biografato. Non è così, trattandosi semmai dello sforzo etnometodologico di immedesimarsi in un fenomeno in crescita per meglio coglierne gli elementi costitutivi. Se si vuole parlare di un nuovo antifascismo, non si potrà più derogare dalla comprensione del «fascismo del terzo millennio» che, evidentemente, ha caratteri di specificità, e quindi anche di diversità, rispetto a quello del secolo da poco trascorso. 

 

Detto questo, si avrà ancora modo, in queste brevi note di riflessione, di tornare sul libro, recuperandone alcuni accenti o indirizzi di analisi. Allo stato attuale dei fatti se ci riferiamo alle organizzazioni strutturate, ossia capaci di operare con continuità e in grado di raccogliere un discreto seguito all’interno del circuito della destra radicale, le entità più significative, oltre ai già citati Veneto fronte skinheads e a CasaPound, sono il Blocco studentesco, Fascismo e libertà-Partito socialista nazionale, Forza nuova, Militia, Avanguardia nazionale, Rivolta nazionale (le ultime tre perlopiù presenti a Roma), Generazione identitaria, Hammerskins, Manipolo d’avanguardia, Lealtà azione, Skin4Skin (a Milano, Bergamo e in Lombardia), Fasci italiani del lavoro (tra Mantova e Palermo), Do.Ra-Comunità militante dei dodici raggi (Varese), Fortezza Europa (Verona) oltre al Movimento idea sociale, al Movimento sociale-Fiamma tricolore, al Fronte nazionale e alla Fiamma nazionale. Si tratta di un elenco incerto o comunque destinato a modificarsi nel corso del tempo, sia per la relativa fragilità di una parte delle organizzazioni sia per la propensione, soprattutto tra i più giovani, a transitare da un gruppo all’altro. 

Benché mai sia venuta meno, nel corso degli anni trascorsi, l’organizzazione di iniziative rivolte ai militanti, quest’ultimi un numero peraltro piuttosto contenuto, la destra radicale nel suo insieme ha scontato un lungo periodo di latenza rispetto al grande pubblico.

 

Frequentemente nella Capitale erano comparsi striscioni oppure scritte inneggianti al fascismo, quasi sempre di netta connotazione antisemita, perlopiù attribuite a Militia, il gruppo di Maurizio Boccacci, quest’ultimo storico leader romano dell’estremismo neofascista. Non di meno i conflitti e gli scontri in alcuni luoghi di socializzazione, come le scuole e le curve degli stadi, erano proseguiti quasi con forza d’inerzia. Ma nel complesso, anche in rapporto all’evoluzione del quadro politico nazionale e locale, erano rimasti relativamente contenuti gli episodi di appalesamento, quand’essi non si dimensionassero alla mera provocazione “mordi e fuggi”. 

Proseguendo in quella che è una tradizione del circuito neofascista, ci si era infatti prevalentemente curati delle relazioni interne, ossia della formazione dei quadri militanti, così come della costante perimetrazione del proprio “spazio di visibilità”, perlopiù a danno di sigle e gruppi omologhi. A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta il radicalismo di destra, infatti, ha a sua volta scontato il mutamento di paradigma che l’intero arco politico italiano ed europeo aveva dovuto nel mentre affrontare. Metabolizzare il superamento del bipolarismo comportava rivedere dal principio le identità, i criteri di azione così come i modelli di reclutamento, pur sapendo che un’arena di azione permaneva e resisteva alla prova dei tempi. Ma non era chiaro quale, essendo franata la centralità della pregiudiziale anticomunista, in Italia non tanto per il tramonto dell’Unione Sovietica, e dei suoi satelliti, quanto per l’abilità di Silvio Berlusconi nell’intestarsela come attributo politico. Peraltro l’arcipelago nero continuava a rivelarsi al medesimo tempo instabile e rissoso, mutevole nelle piccole sigle non meno che incapace di coalizzarsi in un’alleanza duratura. Quindi, elettoralmente non spendibile. Così facendo, se da un lato esprimeva la sua perenne ricerca di una qualche residua tangibilità politica, dall’altro otteneva il solo riscontro della malattia di narcisismo della quale le leadership delle diverse organizzazioni si sono sempre rivelate affette. L’inettitudine all’unione e la mancanza di una direzione politica condivisa sono state a lungo il prodotto più autentico di piccoli gruppi dirigenti, fortemente autoreferenziali non meno che clanici, incapaci di andare oltre la promozione di se stessi. 

 

Per celebrare e legittimare questo stato di cose si era parlato, nella destra medesima, di «mito incapacitante», fondato sulla considerazione che l’unico orizzonte effettivamente praticabile fosse quella metapolitico e, quindi, ripiegato nella dimensione personalistica. In fondo, l’insegnamento di Julius Evola, la figura di maggiore spicco intellettuale, vero e proprio feticcio d’area, portava a quell’esito. La strategia della cura nella formazione, ovvero della declinazione dei temi in chiave prevalentemente se non esclusivamente culturale e identitaria, era peraltro la vera cornice con la quale la Nuova Destra, figliata dall’omonima (e in parte similare) esperienza francese del Groupement de recherche et d'études pour la civilisation européenne – il think tank di Alain de Benoist – e dei suoi figliocci, consegnava al radicalismo neofascista. Il quale, esaurita la cupa stagione della contiguità con gli «apparati deviati dello Stato» e dello «spontaneismo armato», tra servilismo e volontarismo, doveva ora rigenerarsi alla luce di un riflusso collettivo nella dimensione privata che investiva anche le militanze di destra. Se la sfera personalistica enfatizzata dal radicalismo era divenuta quella auratica dell’eroe martirizzato e dell’anacoreta incompreso (quest’ultimo auto-emarginatosi per volontà propria, dinanzi ad una collettività incapace di ricevere il messaggio sapienziale), entrambi sdegnosamente eccentrici alle dinamiche secolari, il cambio di passo si sarebbe tuttavia presto imposto, a rischio altrimenti di vedere disintegrata qualsiasi prospettiva per i tempi a venire. 

 

Il giro di boa, non a caso, avvenne in un primo momento negli anni Novanta, quando a fronte del crescere della «destra di governo» che raccoglieva le spoglie del Movimento sociale italiano, si andava accompagnando l’emersione, violenta e subitanea, del fenomeno dei cosiddetti «naziskin». Nell’approssimativo e seducente linguaggio del giornalismo il termine si incaricava di indicare (e circoscrivere) la presenza di quei giovani che appartenevano a gruppi neonazisti e neofascisti, dediti a un linguaggio aggressivo e a condotte violente, ossessivamente attratti dal ricorso all’intimidazione e alle pratiche intolleranti contro gli appartenenti alle minoranze di colore e non cristiane. Il medesimo atteggiamento era riservato agli omosessuali e ai tossicodipendenti, altre due categorie bersaglio poste alla sommità dei loro deliri ideologici. Il tratto distintivo dei «naziskin» – in Italia manifestatisi come fenomeno soprattutto mediatico nel 1993, l’anno in cui Berlusconi offriva il suo generoso assist alla candidatura di Gianfranco Fini come sindaco di Roma, anticipo della sua imminente «scesa in campo» – era l’esprimere non solo una specifica collocazione politica ma soprattutto il farlo attraverso il ricorso ai simboli della subcultura skinhead: tatuaggi, testa rasata, giubbotto bomber, magliette polo, jeans attillati, stivaletti anfibi, insegne e decorazioni con rimandi alla tradizione celtica. 

 

Lo spiazzamento degli osservatori derivava da elementi molteplici. Il primo di essi era l’egemonia che intendevano esprimere nel processo di rigenerazione del neofascismo più radicale. Del quale ridefinivano l’identità, ora non più basata sulla verbosa ed elitaria letteratura di area ma concentrata sulla rinnovata attrazione che il gesto violento, il più delle volte fine a sé (e come tale esercitato esclusivamente contro indifesi, al pari del rituale del «paki bashing», il pestaggio dei pakistani praticato a Londra, o nelle curve degli stadi contro i gruppi antagonisti), sembrava di nuovo sapere offrire. Il secondo aspetto era costituito dalla scoperta che sussisteva una rete internazionale, di cui gli esponenti italiani erano in qualche modo una componente specifica, a partire dagli Hammerskins di origine statunitense e dal circuito britannico Blood and Honour, entrambi caratterizzati dai rimandi alla musica Oi! Street punk. Peraltro, già negli anni Sessanta, a partire dall’Inghilterra, il British National Front aveva iniziato un’opera di proselitismo nei concerti promossi dai circoli skin, allora non ancora collocati a destra. La chiave di volta era offerta dal rimando ad alcuni aspetti della subcultura della working class inglese (il pub come luogo di aggregazione, un esacerbato maschilismo, l’immaginario viriloide e machista, i ritualismi del gruppo di pari, la passione per gli sport, la violenza come esercizio a sé, l’anti-intellettualismo) coniugati alla musica e all’aggregazione nei concerti, nonché a una forte enfatizzazione dello stile nel vestirsi, nell’atteggiarsi, nel comportarsi in pubblico. Quest’ultimo era inteso, in quando vera e propria uniforme per il corpo e per lo “spirito”, come parte imprescindibile dell’identità dello skinhead. 

 

E nella «rivolta dello stile», che seguiva ad altri fenomeni precedenti ma di medesimo segno all’interno del mondo giovanile inglese ed europeo, si trovava senz’altro il terzo fattore di sorpresa, poiché il verbo dei «naziskin» – altrimenti conosciuti come skinhead88 (l’accostamento dei due numeri indica l’ottava lettera dell’alfabeto latino, con la doppia H, che rinvia al saluto nazista «Heil Hitler!») o più sprezzantemente come «bonehead» («testa d’osso») – è ricondotto alla fenomenologia del segno distintivo, dal tatuaggio al capo di abbigliamento. Non sono le parole a contare e a mobilitare, come invece nel caso del neofascismo postbellico, ma piuttosto il sistema semiotico con il quale si stabilisce una immediata identificabilità e reciprocità. La sponda politica era peraltro garantita dai movimenti e dai partiti politici dell’estrema destra. In Italia ben presto si contraddistinsero il Veneto fronte skinhead, legato al White Power Rock e al Rac-Rock Against Communism, circuiti politico-musicali a livello prima continentale e poi anche statunitense, la milanese Azione skinhead, i gruppi variamente collegati alle tifoserie ultra, in particolare a quella laziale.

 

Dal 2004 la componente skinhead della destra radicale italiana ha tessuto rapporti con il Movimento sociale-Fiamma tricolore, fondato da Pino Rauti in opposizione alla svolta di Fiuggi di una decina di anni prima, e con Forza nuova, l’organizzazione di Roberto Fiore e Massimo Morsello. Prima di questo traguardo aveva già avuto modo di mantenere e coltivare legami con il Movimento Politico di Maurizio Boccacci e il network Base autonoma-Associazione skinheads d’Italia, sciolti nel 1993 con l’applicazione della legge Mancino contro i reati di promozione o istigazione dell’odio razziale. I «naziskin» sembravano quindi avere riassunto, e poi sostituito, ciò che era derivato dai gruppi del neofascismo dopo l’esaurimento della fase di dura contrapposizione alla sinistra parlamentare così come, soprattutto, allo stesso sistema istituzionale. Se gli anni Novanta avevano quindi visto il predominio, in chiave auto-ghettizzante, di queste figure, ascritte alla perdurante marginalità politica della destra radicale, nel decennio successivo tuttavia le cose sarebbero mutate ancora. 

Nel quadro della transizione determinatasi dopo il 1989 tre elementi hanno infatti giocato un peso rilevante, in un’ottica di lungo periodo, nel percorso di ridefinizione della destra radicale. Il primo di essi rimanda alla cornice della globalizzazione. Le trasformazioni causate dalla fine del bipolarismo – il superamento della restante logica dei confini nazionali e regionali in economia, un nuovo e ampio flusso migratorio dal Sud al Nord del pianeta, la redistribuzione della ricchezza secondo criteri maggiormente polarizzati, la crisi del ceto medio nell’area dell’Europa mediterranea e atlantica come degli Stati Uniti – costituiscono fattori che hanno obbligato anche il radicalismo metapolitico e militante a ridefinirsi. Già dagli anni Ottanta, peraltro, un termine ricorrente, il «mondialismo», inteso come ibridazione e meticciato universali, aveva preso piede nel discorso neofascista. Ad introdurlo, recuperando vecchi fantasmi razzisti ma rigenerandoli alla luce dei nuovi assetti internazionali che andavano nel mentre affermandosi, era stato lo stesso gruppo di pensatori che si era riconosciuto nel filone culturale e ideologico della Nuova Destra. Alla teoria della non contaminazione tra popoli e «razze» distinte, aveva sostituito il discorso antropologizzante del differenzialismo, presentato come omaggio alla necessità di mantenere separate le diverse «culture» nella loro legittima evoluzione storica. Il falso rispetto che un approccio di questo genere offriva al culto della diversità, sembrava accordarsi sia a una visione della società basata su una versione del politically correct, dove si predica l’equivalenza valoriale delle differenze, sia a un richiamo all’appartenenza come ancestrale legame di stirpe. Due accezioni antitetiche ma fondante entrambe sulla centralità dell’elemento identitario, visto essenzialmente come un dato di fatto, in sé incontrovertibile poiché ascritto (e non acquisito) alla dimensione ontologica degli individui. 

Non è quindi un caso se alla parola «società», di nuovo intesa come determinazione essenzialmente borghese, si è contrapposta e poi di nuovo riaffermata la visione di una «comunità» nella quale la soggettività si stempera a favore del vincolo dell’immediata reciprocità che deriva dalla militanza. L’antiliberalismo, declinato come critica all’atomizzazione individualista, resuscita quindi il comunitarismo e l’identitarismo di gruppo. L’uno e l’altro sono poi intesi come presupposti di una democrazia organica, tale poiché tra pari, e di un libertarismo autoritario, fondato sulla gerarchia delle qualità morali e spirituali. A conti fatti si tratta di un modo come un altro per nobilitare l’aggregazione elementare, tribalistica, degli ultras delle curve calcistiche, così come del manipolo di militanti. Il fuoco della teoria differenzialista, in quanto forma socialmente più accettabile del razzismo, rimane d’altro canto la biologizzazione delle relazioni interpersonali, ancora una volta destoricizzate e quindi ricondotte a una logica «blut und boden», sangue e terra, dove la cultura è un insieme di simbolismi senza tempo, strettamente connessi alla fisicità dei corpi e della superficie sulla quale questi si trovano. 

 

 

In relazione a questa visione mitologizzante e antistorica del legame con i luoghi e il tempo, si inserisce il secondo elemento della rigenerazione neofascista, ossia il rapporto con lo Stato nazionale. Alle tentazioni statolatriche del passato il radicalismo ha dovuto sostituire la denuncia della crisi delle sovranità nazionali. L’indebolimento degli Stati nei processi di globalizzazione sempre più spesso viene presentato come il risultato di una specifica volontà, ovvero come il manifestarsi di una chiara intenzione, di un disegno del quale le migrazioni costituirebbero un prodotto voluto e incentivato. Da questa cornice di riferimento, che rimanda all’idea che gli eventi storici siano il risultato di un «complotto» orchestrato da élite tanto coese quanto invisibili – un vecchio e solido motivo della destra radicale – si è accompagnata e poi imposta la denuncia del processo di «sostituzione dei popoli» che caratterizzerebbe il fenomeno migratorio. La crisi della coesione sociale, dettata dalle trasformazioni introdotte dalla globalizzazione, il declassamento di una parte del ceto medio, la crescita delle asimmetrie tra gruppi e ceti autoctoni, il decremento demografico si inscriverebbero, secondo questa visione, all’interno di un progetto consapevole, al cui centro si porrebbe proprio la volontà di ibridare le società occidentali con l’innesto di donne e uomini di altri «ceppi» ed «etnie». Anche in questo caso si è in presenza di un solido motivo del radicalismo di destra, recuperato a nuovi fasti non prima di essere stato accordato alle ansie del tempo corrente: il cosmopolitismo come elemento della decadenza dei popoli, a favore dell’arricchimento di consorzi e alleanze corporate che, dalla Babele sociale, trarrebbero linfa per i propri esclusivi interessi. La questione sociale, ossia la sua scimmiottatura all’interno di un’intelaiatura ideologica che fonda i rapporti con gli “altri da sé” sulla base del sospetto, diventa allora un problema essenzialmente di identificazione ed espulsione dei corpi estranei. L’immigrazione, infatti, fa rima con intossicazione. Il corpo nazionale è da ripulire di questi elementi estranei, che lo inquinano. Fare politica, ovvero «fare comunità», implica quindi nettarlo da queste impurità. Se la sinistra, che è parte del complotto mondialista, con le sue politiche sull’immigrazione incentiva l’accesso al territorio nazionale di elementi alieni e perturbanti, la «destra di popolo» deve contrapporsi a una tale deriva, recuperando le radici che una globalizzazione senza volto e senza pietà sta invece distruggendo. 

Non è allora un caso, e si passa quindi al terzo elemento, se questa destra radicale si definisca essenzialmente come soggetto sociale, consegnando la politica a un recinto dove lo scontro è delegato ad un’élite, un’«aristocrazia dello spirito», che battaglia contro il resto delle figure presenti nell’agone, parti di un ceto sociale di professionisti integralmente compromessi con il sistema di interessi della globalizzazione. CasaPound, e con essa le organizzazioni del radicalismo «del terzo millennio», raccolgono il neofascismo identitario, movimentista e al medesimo tempo volontarista, compreso nella parabola ideologica radicalizzante di due Manifesti, quello di San Sepolcro del 1919 e, quasi venticinque anni dopo, quello di Verona del 1943. Se il primo contrassegna un fascismo primigenio, aurorale, «né di destra né di sinistra» poiché completamente impegnato a dare fisionomia a una destra radicale profondamente antiliberale e antisocialista, il secondo distingue e connota un neofascismo dai tratti crepuscolari, dove il cupo rimando al sacrificio e alla morte rivelano l’essenza di un’esperienza politica nata tra i cadaveri delle trincee della Prima guerra mondiale e destinata a concludersi nelle sale dell’obitorio di Milano.

 

L’omaggio ai morti, da Predappio ai luoghi in cui sono seppelliti i resti dei militi della Repubblica sociale italiana, non è inteso esclusivamente come un atto dovuto, un esercizio di doverosa memoria, bensì in quanto parte importante del cerimoniale politico che alimenta un rapporto morale perpetuo tra ciò che è morto una volta per sempre – il corpo – e quanto invece è destinato a ripetersi a prescindere dal tempo – l’«idea» dello spirito superiore – poiché di esso non è variabile dipendente, costituendone semmai una sintesi onnicomprensiva. L’anima di San Sepolcro viene quindi contrapposta alle compromissioni e ai baratti che si sarebbero consumati con la «svolta di Fiuggi» del 1995. Si tratta di rivendicare il proprio rapporto diretto con il fascismo delle origini, al pari del legame che intercorre tra certe denominazioni cristiane e una qualche idea di cristianesimo delle origini, dove catacombe, apostolato, martirio, esempio e predicazione sono, se non tutto, senz’altro molto. Di certo, in queste dinamiche, contano gli effetti di lungo periodo della dissoluzione della forma partito, che si è riflessa pesantemente anche nella destra radicale italiana, con l’inabissamento del Movimento sociali italiano e il formarsi di un’ampia area di delusi, disillusi, “traditi” e disincantati. Anche per CasaPound si tratta di continuare a pescare nel lascito della radice movimentista del Fronte della Gioventù e del Fronte universitario d’azione nazionale, le organizzazioni giovanili missine. Ma di per sé non basterebbe. I valori di riferimento, quindi, sono l’appartenenza alla comunità, lo spirito rivoluzionario, il mito della giovinezza, il senso vitalistico dell’azione, il superamento di una dimensione identitaria puramente ideologica a favore di quella organizzativa; e ancora, il ricorso a mitologie culturalizzanti e la solidarietà tra «camerati». Il tutto, però, rivolto anche all’esterno della propria cerchia di relazioni: non si tratta di pensare il fascismo, semmai di viverlo.

 

CasaPound si intende come il nucleo prosecutore di una radicalità irrealizzata, troppo presto incanalata dentro le compatibilità del regime mussoliniano, almeno fino al 1943, e poi successivamente consegnata al ludibrio antifascista. Il «fascismo del terzo millennio» starebbe quindi in questo dispositivo, culturale prima ancora che politico, poiché rivolto non allo Stato in crisi e alla “società borghese” bensì alla strutturazione e al rafforzamento dei legami di comunità. Il mantra del superamento della dicotomia tra fascismo e antifascismo è sostanziato dichiarando esaurita una volta per sempre la nostalgia per il passato. Il tempo che deve dominare è quello futuro («fare per»), calandolo nella dimensione comunitaria e organicista del presente. Non a caso, allora, la formula diventa quella di un «estremo centro alto»: estremo, poiché rimanda alla radicalità del senso della propria azione, in quanto, come notano Di Nunzio e Toscano: «ciò che è radicale, [è] ciò che va alla radice ed è a sua volta radicato […] L’esatto opposto dell’estremismo, fossilizzazione puramente verbale di un ribellismo adolescenziale chiassoso quanto sterile» (essendo il primo il senso del comunitarismo neofascista); il centro, che rinvia alla centralità culturale, sociale, politica ed esistenziale del baricentrarsi su di sé, con un’identità forte, che però richiede di essere perennemente rielaborata attraverso l’identificazione di nemici e/o estranei perturbanti (la fabulazione sull’identitarismo e sul sovranismo); alto, laddove intende superare i limiti della quotidianità, contrapponendosi all’omologazione dettata dalla globalizzazione (il calco dell’elitarismo).

 

In CasaPound l’involucro culturale e la strategia della mediatizzazione si sposano con un processo di rifascistizzazione dal basso. Ciò che va conquistato, con gesti concreti, non è il cuore dello Stato – come invece teorizzava il neofascismo tradizionale – bensì le articolazioni di una società sempre più spesso abbandonata a sé dal tradimento di élite defezioniste, depositarie di inconfessabili interessi che riposano al centro dei processi di globalizzazione. Il pantheon intellettuale neofascista, d’altro canto, è da sempre animato dal presepe di figure marginali, il cui spessore civile e morale è identificato proprio nella loro condizione di reietti, di proscritti ed esclusi dalla cultura «ufficiale». Si tratta di istituire un diritto di comunità da contrapporre ai diritti universali: l’accesso alle rivendicazioni e al soddisfacimento dei bisogni deve essere vincolato dall’appartenenza alla comunità-Gemeinschaft: «L’affermazione dell’individuo non è concepita come un valore universale, da garantire per ciascuno all’interno di un sistema di relazioni che avviene su scala locale e mondiale […] ma come un valore esigibile dal singolo solo attraverso il rafforzamento della sua comunità di appartenenza, come quella italiana ed europea». I temi sociali disegnano e rafforzano quindi l’identità politica. Il Social Housing, le «occupazioni a scopo abitativo» (in risposta al problema dell’emergenza residenziale), le «occupazioni non conformi» (spazi occupati a fini aggregativi per attività espressive) e la battaglia sul «mutuo sociale», sono al centro dell’agire di CasaPound che peraltro nasce nel 2003, come movimento organizzato, proprio installandosi abusivamente in uno stabile pubblico abbandonato a Roma. in via Napoleone III.

 

I quattro antecedenti del movimento sono la Nouvelle Droite e la ricezione del suo dibattito in Italia; il fenomeno giovanile dei tre «campi Hobbit» tra il 1977 e il 1980, con il passaggio alla dimensione della socialità postpolitica; la progressiva dissoluzione del contenitore missino, con la diaspora di alcune sue componenti; la comprensione che il campo politico è attualmente estraneo, se non ostile, a chi intenda fare lavoro sul territorio. CasaPound, in questo convergere di fattori, segna una radicale inversione dei registri: la fascistizzazione non viene più dall’alto, attraverso l’azione del “partito”, bensì dal basso, con il lavoro sulla società locale e territoriale, alla ricerca della comunità che si istituisce agendo, prima ancora che reagendo. I metodi di azione metapolitica, definiti «non conformi» poiché eccentrici rispetto al tradizionale modo di comportarsi delle forze politiche (e alle aspettative di quieto vivere dei più), enfatizzano quindi il valore dell’espressività e il ruolo della creatività artistica, soprattutto della musica (con il rituale del ballo della «cinghiamattanza»), nel rafforzare i vincoli di reciprocità e di solidarietà Si tratta di passare da un terreno culturale conservatore a uno movimentista, trasfondendo temi di natura e origine progressista (perlopiù legati al corpo e alla sua autogestione) all’interno di una organizzazione politica di destra radicale, anti-individualista, antisocialista ma intrinsecamente sociale. 

 

CasaPound propone una nuova idea di neofascismo come sfida dinanzi alle difficoltà degli ordinamenti liberali. Come tale, si pone il problema di evitare, al proprio interno, le derive di una chiusura comunitaria nei confronti della società circostante, della quale cerca invece di cogliere i diffusi segnali di disagio. Ma del neofascismo tradizionale riprende integralmente buona parte delle ispirazioni di fondo, dal rifiuto di quella che bolla come «società multirazzista» (laddove ad essere emarginati sarebbero gli italiani) al paternalismo razziale (l’aiutare prima i «nostri», gli autoctoni, attraverso l’enfatizzazione del nesso tra territorio e specificità culturale). Condisce questo impasto con il ricorso allo squadrismo mediatico, un insieme di pratiche coercitive, come i Flash Mob intimidatori, volte a raccogliere l’attenzione dei mezzi di comunicazione, i quali così facendo ne rilanciano l’impatto, moltiplicandone l’eco. Si tratta di azioni scenografiche, ad esempio l’irruzione negli studi televisivi per manifestare una protesta collettiva dal vivo, intese a rompere i tradizionali canoni di comunicazione. Si è in presenza, a tutti gli effetti, di un fascismo espressivo, che coniuga il rimando alla «tradizione imperitura», il contrapporsi alla «pregiudiziale antifascista» (intesa come ossificata vestigia del passato), il presentare una visione attivista, comunitaria, sociale e identitaria del fascismo, in quanto stabili elementi di una possibile alternativa all’entropia del presente. A ciò lega il richiamo a forme diffuse di pop-politica, o del cosiddetto «politainment», ossia l’inserimento di temi politici in prodotti della cultura pop. Una sorta di marinettismo di ritorno, ma con un saldo ancoraggio rispetto ai temi del disagio presente, laddove ciò che più conta, ancora una volta, è la comunità di appartenenza, al di sopra di libertà, uguaglianza e solidarietà. Per questo CasaPound Italia ha un futuro, disegnandolo per coloro che ritengono di non poterselo più garantire da sé.

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