La lettera scarlatta

Storia di una donna, di un simbolo, e di un patto con il diavolo, La lettera scarlatta inizia descrivendo la porta di una prigione, rugginosa e segnata dalle intemperie, accanto alla quale cresce però un rosaio selvatico. E se la prigione è “il nero fiore della civiltà” (così dice l’autore), le gemme, che offrono la loro fragranza in quel mese di giugno in cui inizia questa storia, sono l’indizio di quanto possa essere benevolo “il cuore profondo della natura”.

La porta si apre; siamo nella città di Boston, la vicenda si svolge nel New England alla fine del Seicento. Il prato antistante è occupato da una folla; tutti gli occhi sono rivolti verso una giovane donna che esce dal carcere, tenendo in braccio una bimba nata da poco: ciò che più colpisce è però un simbolo, cucito sul suo abito all’altezza del petto, una lettera, una A. Eseguita in modo fantasioso, esuberante, sembra risplendere di un misterioso fulgore. Benché il suo significato sia chiaro, e univocamente determinato – è l’iniziale della parola adulterio (adultery) –, la lettera scarlatta sprigiona un’energia enigmatica, i cui effetti non sono prevedibili.

 

Che ne sarà di questa donna, Hester Prynne, condannata per una colpa di cui non si conosce il complice, in quanto lei si rifiuta di rivelarlo? È destinata a rimanere il simbolo vivente di un peccato che oggi non consideriamo più tale, ma che in quell’epoca “trascinava l’individuo fuori dai normali rapporti con l’umanità, relegandolo in una sfera tutta sua”? Perché, sin dalle prime pagine, questa storia mi emoziona tanto, pur appartenendo a un mondo governato da un’etica così diversa e così lontana da quella attuale? Non so se riuscirò a rispondere a questa domanda. Intanto la storia si complica: quando viene condotta sul palco della gogna, dove resterà per una giornata intera, Hester vede tra la folla un individuo che ricambia il suo sguardo, e che le chiede con un semplice gesto il silenzio. Veniamo a sapere poco dopo che si tratta di suo marito, rimasto per un certo tempo in Europa, e poi creduto morto: un medico valente, che ha accresciuto le sue cognizioni nel periodo in cui è rimasto prigioniero degli indiani. Roger Chillingworth vuole sapere: vuole ampliare la sua conoscenza penetrando non solo nella natura, ma nel cuore di almeno un uomo, colui che è stato in grado di suscitare il desiderio di Hester. Un privilegio a cui Chillingworth – che porta il gelo (chill) nel suo stesso nome – era sempre rimasto estraneo.

Naturalmente Hester non è disposta a confessare alcunché, ma deve fare una concessione al marito che le chiede di non rivelare la sua identità e di non gettare su di lui il disonore: segreto per segreto, dunque. Il patto viene stabilito. Subito dopo, però, Hester teme di essersi impegnata con una promessa incauta. “Perché sorridete così nel guardarmi?” chiese Hester, preoccupata dall’espressione dei suoi occhi. Siete come l’Uomo nero che infesta la foresta circostante? Mi avete indotto a un patto che si rivelerà la rovina della mia anima?” – “Non della vostra anima”, egli rispose, sorridendo ancora. “No, non della vostra”.

 

È uno dei punti in cui sono stato indotto a fare una sosta, e a meditare. Iniziavo a capire l’attualità di questa storia, che non è affatto imperniata su un comportamento che l’etica puritana considerava ignominioso. La lettera scarlatta non racconta una vicenda datata, questo è solo il pretesto ricorrente. Il vero oggetto della narrazione non è l’infrazione ai costumi sessuali puritani; se Hester è colpevole, lo è soltanto a partire da questo momento, e da ciò che riconosciamo come un patto col diavolo. Ma il diavolo non è l’entità superstiziosa, di cui vanno in cerca alcuni personaggi minori del romanzo (come madama Hibbins), bensì la malvagità, l’impulso irresistibile a distruggere un altro.
Strano patto, stipulato incautamente da Hester, con una motivazione plausibile (permettere a Chillingworth di restare a Boston non come un marito tradito, ma sotto un altro nome, come un medico apprezzato). La stranezza sta anche nel fatto che il patto non riguarda solo i due contraenti (come nel caso di Faust e Mefistofele), ma è funzionale ai danni di un terzo: purtroppo Hester impiegherà del tempo, forse troppo tempo, per accorgersene.
L’identità fittizia dietro cui si nasconde consentirà a Chillingworth di condurre la sua indagine. È un uomo intelligente e spietato. Troverà la sua vittima? Quasi certamente. Ma il modo in cui ciò accade rende manifesto un altro aspetto dell’eterna condizione umana, cioè la sconfortante propensione alla bêtise. È la società stessa che ha condannato Hester, sono gli amici della vittima che la consegnano a Chillingworth. La comunità di Boston riconosce come guida spirituale un giovane pastore, Arthur Dimmesdale, ammirato per la sapienza teologica e il fervore ascetico. Questo giovane sacerdote, in cui intuiamo l’amante di Hester, vede incrinarsi la propria salute (evidentemente per i tormenti causati dal senso di colpa). Il continuo peggioramento delle sue condizione fa sì che venga accettato il suggerimento del medico che si sta prendendo cura di lui: “gli amici di Mr Dimmesdale si adoperarono perché i due andassero a vivere nella stessa dimora, cosicché l’andirivieni della vita del reverendo potesse passare, come la marea, sotto gli occhi ansiosi e incollati su di lui del medico. Vi fu grande gioia in città quando questo obiettivo desiderato fu infine raggiunto”. La cecità del bene – ma è davvero il bene? – raggiunge il suo apice. Adesso la tigre deve soltanto allungare i suoi artigli. Lo farà solo dopo aver rovistato a lungo, spinto da una terribile bramosia, nella psiche del pastore. Dimmesdale intuisce che qualcosa di malefico si è insinuato in lui, ma non riesce a riconoscerne la fonte. Giunge il momento di una prima rivelazione: Chillingworth entra nello studio dove il sacerdote è stato vinto dal sonno, mentre è seduto in una poltrona con un libro davanti a sé; si dirige verso di lui, gli posa una mano sul petto, e sposta le vesti che fino ad allora avevano celato al suo occhio professionale una zona del corpo. Se ne ritrae, con sinistra esultanza.


Torniamo a Hester, e alle forme visibili della lettera scarlatta. Perché il plurale? Ebbene, perché la lettera non è soltanto un simbolo, un emblema o un marchio (symbol, mark, brand, token, e anche type e stigma: così viene designata alternativamente nel romanzo), ma acquista una realtà, incarnandosi in un essere vivente. Pearl, la figlia di Hester, somiglia alla lettera anzitutto perché il suo abbigliamento, forgiato dalla madre, riproduce nei colori e nella fantasia arabescata le caratteristiche del simbolo; ma, in maniera più profonda, la bambina “era la lettera scarlatta in altra forma, la lettera scarlatta che prendeva vita!”. In che senso intendere questa somiglianza? Dobbiamo ricordarci che la lettera, cucita sul seno di Hester, emanava la forza di un incantesimo; nelle bellissime pagine in cui viene descritta, Pearl appare come energia, come mutevolezza: “quest’unica bimba era in sé una pluralità di bambine”; ribelle, intransigente, volubile, essa ha ereditato un misterioso dinamismo tanto dalla lettera quanto dalla madre. 

 

Non esiste storia senza dimensione agonistica. Hester lotta contro una comunità che vorrebbe ridurla a un semplice emblema della colpa, lotta per la propria singolarità. Così la sua intelligenza si abitua a oltrepassare le frontiere della sua epoca, a entrare in sfere più ampie e dinamiche: “la legge del mondo non si applicava alla sua mente”. Quando si rende conto delle torture che Chillingworth sta infliggendo a Dimmesdale – la persona amata gli appare sull’orlo della pazzia –, decide di rivelare al sacerdote l’identità del suo persecutore. Tenta di rialzare un uomo prostrato, e lo incoraggia ad abbandonare quel mondo chiuso e a fuggire con lei in Europa.
   Ciò non avverrà. La storia precipita dapprima nella confusione mentale di Dimmesdale, al quale, una volta uscito dalla foresta in cui ha incontrato Hester, sembra di aver stretto un patto con l’Uomo Nero, e poi nella decisione di accusarsi di fronte a tutta la comunità. Ma come interpretare la lettera che brucia sul petto del pastore, e che egli mostra alla folla? Un marchio volontariamente impresso, l’effetto di una magia operata dal negromante Chillingworth, l’effetto soprannaturale del rimorso? La lettera scarlatta non è un simbolo univoco; l’interpretazione dipende dal suo “portatore”, essa condanna o libera.

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