La lezione del freddo

La lezione del freddo (Einaudi, p. 184, € 18,00) è il racconto di dieci mesi vissuti in un ambiente inconsueto per il protagonista, perché dominato a lungo dal freddo, e dell’ingegno necessario per capirlo e affrontarlo. 

Roberto Casati, filosofo delle scienze cognitive, deve abitare e insegnare per un anno accademico nel college di Hanover, nel New Hampshire, nel nord est degli Stati Uniti. Qui la neve e il gelo sono una presenza costante per cinque mesi, da dicembre ad aprile, con temperature che scendono anche a venti sotto zero. Un mondo del freddo che non è dominato né dal bianco, come si potrebbe pensare, né dall’oscurità, bensì dall’azzurro. Non è il freddo del mondo alpino, ricco di vette e grandi orizzonti, ma di un territorio pianeggiante e collinare, con boschi senza fine, dove è facile e pericoloso perdersi. La casa presa in affitto si trova a duecento metri dall’Appalachian Trail, l’ampio sentiero di duemiladuecento miglia che inizia in Georgia e conduce al Maine. 

 

La vita di Casati, della moglie Beatrice, delle due figlie, Ninni e Anouche, e del loro cane Blacky, inizia nel colore di un autunno unico al mondo per varietà e sfumature, pervaso da una luce arancione che non ha eguali. E si conclude nel fango grigio, diffuso e invasivo della primavera inoltrata.

Il libro apparentemente non è un diario, ha l’andamento e la riflessività del saggio letterario, scientifico e anche filosofico, un genere poco diffuso in Italia, salvo certi magnifici scritti di Primo Levi. In realtà l’autore, per tutta la durata dell’inverno, scrive lunghe email agli amici in Europa, scatta circa 20.000 foto, compresi molti time lapse volti a catturare il giro delle luci e delle ombre, registra 400 messaggi vocali. E così, grazie a un’attenta regia successiva e a una discreta sapienza narrativa, queste memorie scritte, vocali e visive, diventano un libro; secondo un metodo che somiglia proprio al time lapse, con immagini, impressioni e riflessioni che si trasformano in un documento unico, fluido e piacevole da leggere. 

 

Le pagine sono prive di tono pedagogico, non si tratta di un manuale per vivere nel New Hampshire o per affrontare il freddo, ma i buoni consigli non mancano. Ad esempio, a pagina 62 spiega che il modo più efficace per riscaldare le mani è roteare velocemente le braccia: “la forza centrifuga spinge il sangue caldo nelle dita aperte”. Strofinarle e soffiarci sopra sono palliativi. L’opportunità di tenere candele e fiammiferi in auto, con le prime utili a scaldare l’abitacolo, almeno per qualche ora, nel caso si rimanga bloccati tra la neve. E in casa, pentole piene d’acqua portate quasi a ebollizione sopra la stufa e sistemate sotto i letti, dove rilasciano poco alla volta il calore durante la notte.

Casati non è un professionista benestante che si limita a guardare la neve attraverso i vetri: raccoglie e spacca la legna, spala infinite volte la neve (un metro al minuto), riorganizza il modo di camminare, vestirsi (a strati), cibarsi (aumentando le calorie), guidare, comunicare con gli altri esseri umani e fare attenzione a certi abitanti dei boschi, gli orsi ad esempio. Si adatta, con pazienza e tenacia, imparando ogni giorno qualcosa di nuovo. 

 

A qualche lettore la teoria dell’attenzione, razionale ed empirica, di Casati farà venire in mente, come un’eco lontana, quel “primo ufficio dell’uomo è perseguire i propri scopi con mezzi idonei, e chi sbaglia paga” della più nota opera di Primo Levi. 

Il consiglio più importante può essere concentrato in una parola: attenzione. Imparare a concentrarsi sulle cose da fare, a osservare cosa succede intorno a noi, ad avere cura di se stessi e degli altri. Roberto Casati in una pagina usa il termine “coltivare urbanità”, che equivale a comportarsi in modo leale e civile con il prossimo, seguendo la regola del reciproco aiuto cui invitava due secoli fa Giacomo Leopardi ne La ginestra. Per l’autore è importante anche dare valore al proprio tempo, essere consapevoli che si tratta di una risorsa molto limitata, da non disperdere.

La scrittura è chiara e lineare, precisa e ricca di vocaboli, i termini in inglese sono usati quando necessari, l’empatia verso i famigliari e verso Blacky è costante ma trattenuta, il pudore dei sentimenti appare perfino eccessivo. 

 

A differenza di altri libri che raccontano la neve e la natura, non c’è alcun invito alla semplicità; c’è invece l’elogio della ridondanza, di idee, di conoscenze e di strumenti. Il mondo, la natura, non sono semplici, sono pieni di complessità, da capire e da risolvere con mezzi adeguati. Casati porta ad esempio il perdersi nei boschi, racconta che, in tanti casi avvenuti in New Hampshire, chi non si perde ha molti strumenti nello zaino, chi si perde ha magari riposto troppa fiducia in pochi strumenti, una bussola, un Gps o un coltellino svizzero. 

Se l’attenzione e la conoscenza sono riferimenti chiave in positivo, cosa dobbiamo invece evitare? La superficialità, la presunzione di saperne abbastanza, la banalità di gusti e di idee, l’idea che i nostri problemi derivino da difetti altrui o dal destino cinico e baro. 

 

L’attenzione alla natura, ai suoi rischi e alle sue fragilità, ha un valore etico ma è anche un modo per sopravvivere, individualmente e come specie umana, al degrado e al disastro incombente. Sì, perché il freddo, la neve e i ghiacci, sono destinati a finire, per colpa dell’ignoranza, del desiderio di ricchezza in tempi brevi, e del consenso politico che condiziona le grandi scelte, a discapito del futuro, anche prossimo. Casati lo scrive nell’ultima pagina del libro, evidenziandone con parole lucide, senza toni predicatori, le pesantissime conseguenze e i paradossi: “Distratti e disattenti lasceranno che il freddo scompaia dalla Terra”, “Se non usi più petrolio per riscaldare, lo userai per raffreddare, in una spirale senza fine”. 

Tra le righe c’è un invito implicito ad aver conoscenza e consapevolezza di questa fine progressiva, sempre più veloce, e a fare qualcosa. Prima che sia troppo tardi. 

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