La lingua che parla

Ogni tanto in classe mi piace giocare con gli studenti usando le differenze più evidenti tra una lingua e un’altra. In particolare tra l’italiano e l’inglese. Una di quelle che metto subito in chiaro è collegata al detto “Si dice il peccato ma non il peccatore”. In Inghilterra fa così “Love the sinner, hate the sin”. Il significato vorrebbe essere simile ma le parole che lo esprimono sono in parte diverse e proprio ciò che cambia da una lingua all’altra diventa materia del nostro gioco. 

La lingua inglese ci chiede chiaramente di amare il peccatore e di odiare il peccato. Ci chiede, attraverso due imperativi che esprimono due sentimenti contrapposti, non solo di non fare coincidere la persona con il suo peccato ma addirittura di abbracciare l’una e rifiutare con il sentimento più radicale l’altro. 

In italiano nessuna traccia dei verbi amare e odiare. La nostra lingua ci prescrive chiaramente di non dire il peccatore. Non c’è nessuna relazione con il perdono o l’amore, basta non dire il nome di chi ha peccato, non identificarlo. 

 

Quando chiedo agli studenti cosa c’entra con tutto questo la lingua inglese e le sue strutture grammaticali e sintattiche la prima risposta è un silenzio appoggiato su occhi incerti tra curiosità, stupore e paura di trovarsi di fronte alle solite battute strane del prof. Poi, a sorpresa, come il sole che frega una nuvola e le spunta di sotto uno di loro esclama “in inglese non si può omettere il soggetto mentre in italiano sì!”. Ecco l’epifania, la rivelazione che sopraggiunge proprio quando ormai sembrava persa qualsiasi speranza. L’inglese non si può permettere di omettere il soggetto. Il peccatore si dice, eccome! 

“Mum, he broke my pen!”. La mamma inglese, proprio come quella italiana, chiederà “Who?” cioè “Chi?” ma mentre quella italiana non ha il minimo indizio su chi possa aver rotto la penna all’amatissimo figlio, quella inglese può escludere metà della popolazione infantile e cioè quella femminile poiché quell’“he” l’ha già messa sulle tracce di un maschio monello che ne combina di tutti i colori. Scotland Yard- Polizia italiana 1-0 e palla al centro. 

 

Insomma come si fa a parlare di certezza della pena se già nelle più piccole cose il soggetto, cioè colui che compie l’azione, può essere cancellato? E questo può succedere in spagnolo, portoghese, italiano. Forse il soggetto soffre i climi più caldi e allora, se può starsene all’ombra senza farsi vedere, lo preferisce. 

Hans Jonas ci consiglia di agire in modo da rendere compatibili le conseguenze delle nostre azioni con “la sopravvivenza di un’autentica vita umana sulla terra”. Se si comincia dalla lingua, forse l’inglese è un passo più avanti visto che a ogni azione deve per forza corrispondere un soggetto che la compie.

 

FARE LA FILA

 

Facciamo la fila allo stesso modo? Aspettare sicuramente lo facciamo tutti. Da Beckett in poi almeno. Ciò che cambia, anche se magari in maniera trascurabile, è il modo di fare la fila. 

Già. E tutto dipende da come la si considera, la fila. Un’imposizione senza senso o qualcosa che fa parte dell’ordine naturale delle cose? Una perdita di tempo o al contrario un tempo vuoto insperato da dedicare ai pensieri, a un libro, alla corrispondenza con un amico? Una regola da rispettare assolutamente o… “magari chiedo se… essendo di fretta… no guardi in realtà ero arrivato prima io solo che ero nascosto lì dietro… lei non mi ha visto sa…?”

E anche nel caso che questa benedetta fila la rispettino proprio tutti non abbiamo considerato che lo stesso rispetto coabita spesso con l’insofferenza perciò faccio la fila ma sbuffo, mi irrito e passo anche alle critiche verbali verso chi è colpevole di un rallentamento, di un imprevisto fino ad arrivare poi all’anatema universale dell’inefficienza del sistema ecc. ecc. Stare dentro la fila non vuol dire accettarla in pieno. 

 

Opera di Lara Zankoul.


Ma soprattutto queste domande esistenziali sulla fila che cosa hanno a che vedere con la lingua inglese e quella italiana?

Stessa espressione di prima sul volto dei miei allievi. Giustificata d’altronde perché prendere le cose così alla lontana non aiuta sempre. Al massimo accende la curiosità. Certo alcuni cominciano a mettere le mani avanti dicendo che sicuramente gli inglesi sono più precisi e rispettosi della fila e noi invece non siamo sempre un modello da imitare. Ma la lingua?

“Vado spesso al cinema”. “Spesso vado al cinema”. “Vado al cinema spesso”. 

“L’abbiamo capito che le piace il cinema prof” – battuta dello studente in seconda fila e risata del resto della classe. D’altronde gliel’ho servita su un piatto d’argento. 

Poi però quando scrivo alla lavagna la parola OFTEN non ridono più. Si alza una mano, poi un’altra e alla fine quasi tutti hanno capito. Che OFTEN può andare solo tra il soggetto e il verbo. 

Esatto. Quella parola in inglese non può andare dove gli pare. L’ordine della frase è più rigido. Le parole fanno la fila e la rispettano. E non sbuffano. E non suonano il clacson perché quella davanti rallenta o non si fa superare. E si fermano al semaforo se è rosso. 

 

DATEMI IL TEMPO NECESSARIO

 

“Se ti faccio una domanda, da cosa lo capisci che è una domanda?”

“Prof la smetta, siamo stanchi delle sue battute.”

“Non è una battuta. E rispondete!”

“Allora una domanda stupida.”

“Può darsi, ma rispondete lo stesso!”

“Prof, si capisce dall’intonazione!”

“Bravi!”

“Era facile.”

“E se la domanda è scritta?”

La pazienza è una virtù sempre più rara, ma i miei allievi dimostrano che ne hanno da vendere.

“Dal punto interrogativo in fondo prof, anche questa è facile!” 

“Quindi se la domanda è molto lunga, rischio di capire che è una domanda solo alla fine, giusto?”

“Giusto”. Il confine tra la pazienza, la delusione e il nervosismo è sempre più labile.

“E questo succede anche in inglese?”

Un coro di no mi fa capire che la forma interrogativa i miei allievi l’hanno capita. È già qualcosa.

“Vi sembra corretto nei nostri confronti?”

“Che cosa prof?”. È lo studente della terza fila che me lo chiede e mentre lo fa sbatte la mano sul banco, segno che devo arrivare alla conclusione perché l’attenzione in questo momento è massima ma rimarrà così solo a patto che io non faccia un’ennesima domanda. 

“Che se sei un inglese vieni subito messo in condizione di capire che ti stanno facendo una domanda perché c’è l’ausiliare che fa il palo e ti avverte. Ma anche se sei uno spagnolo perché il palo lo fa il punto interrogativo capovolto all’inizio per evitare equivoci. In questo modo è facile, ti prepari prima, hai più tempo per pensare alla risposta. Noi italiani invece dobbiamo improvvisare perché a volte la domanda la capiamo solo quando siamo arrivati al benedetto punto interrogativo, svoltato il quale ci aspetta impietosa la risposta da dare!”

 

ASCOLTAMI BENE

 

Immaginate di partire per due giorni e lasciare casa vostra a un amico che se ne prenderà cura mentre voi siete via. Quando tornate siete stanchi, vorreste andare solo a dormire e non vi va di fare conversazione, ma non potete congedare il vostro amico come fareste con un estraneo che pagate per il servizio ricevuto. Tra l’altro quando si lasciano le cose a cui teniamo molto a una persona, seppur fidata, c’è sempre un po’ di apprensione. Immaginiamo la conversazione in italiano: “Cos’hai fatto ieri?” “Ieri ho guardato la tv… Ho giocato con la play… ho dato da mangiare al cane…”.

 

In tutte queste frasi l’azione compiuta a dal vostro amico precede il complemento oggetto e ciò ci permette di rilassarci e volendo anche di distrarci facendo finta di ascoltare. Grazie alla struttura di queste frasi sappiamo subito che il nostro amico la tv o la play non l’ha rotta e che il cane non l’ha lasciato a digiuno. Una volta scongiurata la nostra apprensione con questi verbi pacifici e forieri di una realtà benigna, possiamo anche staccare il cervello e le orecchie e veleggiare verso l’immagine del letto che ci aspetta mentre il nostro amico continua a elargirci dettagli su che cosa ha guardato, con quali programmi ha giocato o con quali delizie ha nutrito Argo. D’altronde uno degli stereotipi sugli italiani ci vuole socievoli, simpatici ma non sempre organizzati, attenti e seri. D’altro canto la stessa cosa non si può dire dei tedeschi. E anche qui però la lingua ci mette lo zampino. In tedesco infatti quando si usa il tempo verbale Perfekt (un nome una garanzia) e lo si usa per quasi tutti i casi in cui si esprime un’azione passata, il participio passato si mette alla fine quindi la frase “ieri ho usato la tua macchina” diventa “ieri ho la tua macchina usato”. Vi rendete conto delle enormi implicazioni sociali e morali che questa piccola inversione comporta? Il tedesco, al contrario dell’italiano, non può permettersi di distrarsi. Ne va della sua sopravvivenza. Deve stare attaccato alla conversazione fino alla fine per capire se è stato ingannato, derubato, se la macchina che ci ha generosamente prestato esiste ancora o se invece è stata venduta o rottamata. Il tedesco, prima di ridere o piangere, deve attendere che la frase venga conclusa e questo ne fa l’interlocutore più serio che si possa trovare.

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