La parola braccata

Nella raccolta Esercizi di tiptologia del 1992, Valerio Magrelli pubblica la poesia L’imballatore, introdotta da un breve esergo tratto da Vladimir Nabokov: “Cos'è la traduzione? Su un vassoio / la testa pallida e fiammante d'un poeta.

 

L'imballatore chino
che mi svuota la stanza
fa il mio stesso lavoro.
Anch'io faccio cambiare casa
alle parole, alle parole
che non sono mie,
e metto mano a ciò
che non conosco senza capire
cosa sto spostando.
Sto spostando me stesso
traducendo il passato in un presente
che viaggia sigillato
racchiuso dentro pagine
o dentro casse con la scritta
"Fragile" di cui ignoro l'interno.
È questo il futuro, la spola, il traslato,
il tempo manovale e citeriore,
trasferimento e tropo,
la ditta di trasloco. 

 

L’obiettivo del poeta è puntato non tanto sul testo da tradurre o sul testo tradotto, ma sul traduttore, sulla sua azione e le sue esitazioni. Ci vengono risparmiate le solite frasi fatte sulla traduzione, come l’antico adagio italiano  “tradurre è tradire”, che il più delle volte viene inteso negativamente, come dichiarazione della impossibilità del tradurre, quando invece non ci dice altro che l’essenza stessa della traduzione, e cioè che non è produzione di una copia “fedele” (perché se così fosse non sarebbe affatto traduzione), ma trasformazione e quindi un dire in altro modo,  portando o conducendo oltre, traslando, traducendo, produttivamente tradendo.  L’obiettivo di Magrelli è puntato sull’atto del tradurre e sulla reazione emotiva e mentale che questo atto produce nella psiche del traduttore che ha davanti un compito improbo: deve “mettere mano” a un oggetto fragile e complesso, intricato e spesso polisemico; deve di necessità manipolarlo, per usare un’espressione cara a André Lefevere, uno dei più brillanti teorici dei moderni Translation Studies, autore di Traduzione e riscrittura. La manipolazione della fama letteraria. Dovrà trasportarlo non solo da un luogo a un altro, ma da un tempo a un altro. La traduzione nell’Imballatore è vista anche come un modo per mettere in relazione un passato (il momento della scrittura del testo da tradurre, con il valore che quel testo aveva nel momento in cui è stato scritto, con tutte le sue relazioni con la cultura in cui è stato concepito) con un presente che è immediatamente il tempo, la lingua, il luogo del traduttore, e un futuro sconosciuto che è quello di un lettore che sarà inevitabilmente immerso in un luogo/tempo/cultura in divenire.

 

Una responsabilità di non poco conto, che costringe il traduttore a continue scelte, a volte non facili: un “Ercole al bivio”, che deve decidere quale via intraprendere. L’immagine di un giovane Ercole, con lo sguardo stranito e dubbioso, fra due donne (allegorie di virtù e vizio) che se lo contendono, tratta da un quadro di Paolo Veronese, è messa in copertina al nuovo volume di Magrelli, La poesia Braccata. Dimenticanze, anagrammi, traduzioni e qualche esercizio pratico (Mulino 2018), che, come L’Imballatore, si concentra in particolare sul processo decisionale, nel tentativo di scoprire che cosa accade nella mente del traduttore nell’atto di tradurre. 

 

Il libro si apre con una introduzione che, come scrive Magrelli, vuole avere la funzione di un GPS, quella cioè di situare questo studio “nello sterminato continente della traduzione”, nel quale di recente si è assistito, tra le altre,  alla pubblicazione di numerosi contributi che cercano di indagare il processo traduttivo con gli strumenti delle scienze cognitive: dalla linguistica cognitiva, alle neuroscienze, alla psicologia... L’introduzione di Magrelli fornisce un’utile mappatura dei recenti contributi scientifici che intendono spiegare che cosa succede dentro la “piccola scatola nera mentale di un traduttore”, quali parti del cervello sono attivate nel processo,  quali relazioni intercorrono fra corpo e mente (“movimenti compiuti dagli occhi del traduttore parallelamente alla dilatazione delle sue pupille, quali riflessi dell’attività mentale”, p.10), per passare poi ad indicare il nucleo più specifico della Parola braccata: “indagare le affinità fra l’atto traduttorio e alcune forme di attività mnestica, a cavallo fra competenze linguistiche e procedure attivate nell’atto del ricordo” (p. 16).  Il traduttore è descritto come colui che è tormentato dal fatto di non riuscire a trovare la parola o l’espressione giusta per formulare linguisticamente quello che ha in mente, quello che ha visto o ascoltato, compiutamente espresso, in un’altra lingua, in un’altra forma. È il rovello nel quale ci troviamo tutte le volte che non ricordiamo ad esempio il nome di qualcuno che pure conosciamo bene o il titolo di un libro che abbiamo amato: lo abbiamo presente, il nome è sulla “punta della lingua”, ma fatica a prendere suono. La parola è ricercata con insistenza, è braccata, appunto, poi, se si è fortunati, compare d’improvviso, sorprendendoci magari per come è riapparsa.  

 

 

Parlare oggi di rapporto tra memoria e traduzione induce subito a pensare alle “memorie di traduzione”, a quei database utilizzati nei programmi informatici (CAT Tools) progettati per aiutare i traduttori nella loro professione; programmi che consentono di svolgere in poco tempo versioni di testi relativamente standardizzati in modo automatico. Stupisce, quasi come una bizzarria, quindi che Magrelli invece punti la sua attenzione sull’esitazione della scelta, sulla ricerca della parola smarrita (a volte forse inesistente o non ancora esistente), sul disagio provato dall’individuo nel non trovarla e nello stesso tempo sull’attrazione quasi magnetica che lo spinge a cercarla. Ma per fortuna la traduzione, così come il linguaggio, vive anche di ambiguità, di sfumature, di incertezze e di sorprese. Di fronte a espressioni idiomatiche come “Buono come il pane” o “Prendere due piccioni con una fava” un madrelingua italiano credo si trovi a proprio agio: vedrà le due immagini e vedrà in filigrana quello che le due immagini indicano. Un traduttore troverà facilmente nei repertori on line le traduzioni “equivalenti” di queste espressioni, ad esempio in inglese: “Good as gold” o “To kill two birds with one stone”.  Ma di fronte a queste soluzioni in genere accettate, il traduttore con l’orecchio e lo sguardo attento si sentirà a disagio: l’oro non è il pane, catturare non è ammazzare.  Alcuni, pragmaticamente, saranno soddisfatti di “dire quasi la stessa cosa”, altri invece non potranno non sentire che qualcosa manca, che la forma dell’enunciato, la metafora utilizzata facevano di quel detto non un semplice contenuto, ma un insieme complesso e unico. 

 

Questo non significa affatto dichiarare l’impossibilità della traduzione, ma piuttosto esaltarne la capacità di ricreare argutamente modi nuovi per rispondere a quel rovello di chi cerca la parola più adatta per far rivivere quella forma unica. Magrelli dichiara in apertura che l’idea di “assimilare i meccanismi della traduzione a quelli della ricerca di parole smarrite” è ripresa da un libro, senza dubbio fra i più rilevanti degli “studi sulla traduzione” prima che i Translation Studies diventassero una questione di politica accademica, e cioè Conflitti di lingue e di culture di Benvenuto Terracini uscito per la prima volta in spagnolo, nel 1951, e poi in Italia nel 1956. In un passaggio di quel libro, ben ricostruito da Magrelli, Terracini parla di Agostino e delle sue considerazioni sulla traduzione del testo biblico, in cui anche la disposizione della frase, o, per dirla con Girolamo della lettera a Pammachio, “l’ordine delle parole racchiude un mistero”.

 

Secondo Terracini, Agostino individua nel lato formale il fulcro del problema del tradurre: “Quelle equivalenze di contenuto che, pezzo per pezzo, il traduttore si era costruito, minacciano di dileguarsi quando il traduttore si accorge che il significato vero, concreto di esse non sta propriamente nel contenuto, ma nel modo in cui questo si è presentato ed ha significato qualcosa per l’animo del suo autore” (p. 56). Ed è a questo punto, fra la memoria di una presenza (esperienza della lettura del testo) e necessità di riprodurre in altra forma linguistica quella esperienza che diventa centrale il problema della memoria e della esitazione nel riformularla. Scrive ancora Terracini: “Agostino ci dice assai chiaramente che il testo originale gli era presente, cui suoi ritmi, con le sue strutture [giros], come stanno presenti nella nostra memoria l'immagine di una persona, i tratti di una fisionomia, l’eco di una voce, con insistente evidenza […]. Col prestigio di ciò che è già stato plasmato [realizado], in modo unico [forma unica], che non può essere diverso, l'originale è tutto un insieme indimenticabile che il traduttore vuole trattenere nella sua totalità, come quando ci occorre d'aver dimenticato qualcosa che nella mente già stava completamente pensato, pur serbando chiara intuizione di che cosa “si voleva dire”. Plasmarlo ex novo non ci soddisfa né abbiamo requie finché non ci riesce di richiamare il nostro pensiero alla mente precisamente com'era” (p. 58). 

 

La parola Braccata di Magrelli è nella prima parte una incursione curiosissima, per certi versi una scorribanda ricca di sorprese e di incontri insoliti, nel mondo dei meccanismi psichici che governano la memoria, fra ipermenstici e logolesi, studiati da Lurija, lapsus e oblii verbali, analizzati da Freud o raccontati da Čechov, Lichtenberg e George Eliot, amnesie teologiche e “effetti tantalizzanti”, che William James descrive come il “ritmo vuoto di qualche verso dimenticato, che continua a danzarci in mente senza sosta, sforzandosi di essere riempito di parole”.  Dopo questa parte dedicata alla traduzione come rammemorazione, Magrelli, rifacendosi in questo caso agli studi sulla traduzione del sinologo Billeter e alle considerazioni di Hofstadter sui concetti fluidi, s’interroga più specificamente su come prendano vita le nuove forme, come la “caccia mentale” porti a risultati a volte inaspettati. Qui sembra dirimente la capacità di prendere la lingua per il suo verso obliquo, di sospendere le abitudini normative e abbandonarsi a una sorta di “vuoto zen”, disponibile a cogliere il caso e trarne vantaggio, come quando si trova che l’anagramma di cattiveria è creatività. Neurologia e enigmistica, per Magrelli, sembrano allora convergere in quelli che Hofstadter chiama gli “aggregati sfarfallanti” alla base dei quali sta “l’idea che le caratteristiche di fluidità tipiche del pensiero emergono come conseguenza statistica di una miriade di piccole azioni, indipendenti e subcognitive, svolte in parallelo” (p. 75).

 

Una storiella indovinello che Magrelli riporta nella seconda parte del libro può forse chiarire e divertire. Una spia nemica, nascosta dietro un cespuglio, osserva lo scambio di frasi fra una sentinella e i soldati che vogliono entrare nell’accampamento. “Dodici” dice la sentinella. “Sei” risponde il soldato. La risposta è evidentemente esatta perché il soldato viene lasciato entrare. “Dieci” dice la sentinella al soldato seguente. “Cinque” è la risposta corretta, e il soldato viene lasciato entrare. “Otto”, risposta corretta “Quattro”. “Sei”, risposta corretta “Tre”. Sicuro di aver capito il meccanismo la spia tenta la sorte: “Quattro” dice la sentinella. “Due” risponde sicuro la spia. La sentinella spara. Fine della storia e inizio del primo indovinello. Tutto sembra ragionevolmente facile: domanda X, riposta X:2. E invece la logica è un’altra: la risposta corretta è il numero di lettere che formano il numero pronunciato dalla sentinella. La risposta esatta che la spia avrebbe dovuto dare dunque era “sei”, non “due”.  Per comprendere questo è appunto necessario afferrare la lingua per il verso obliquo, sospendere per un attimo le certezze o le abitudini più immediate e cogliere il testo nella sua complessità. Dalla storiella si potrebbe ricavare un secondo problema rompicapo: si può tradurre questa storia? È possibile proporre l’indovinello ad amici francesi o spagnoli o inglesi o russi? Preferiamo lasciare la soluzione ai lettori del libro che troveranno nella seconda parte della Parola Braccata, una risposta parziale al secondo quesito e, oltre a questo, una serie vorticosa di testi estremi che presentano problemi traduttivi solo apparentemente intraducibili. Si va dunque dai testi bidirezionali come quelli caratterizzati dall’acrostico o dalla rima, ai testi isometrici, a testi, come quello appena riportato, in cui il linguaggio matematico e alfabetico si sovrappongono, ai calligrammi e, infine, ai sottotitoli dei film, in cui il vincolo esterno del tempo di lettura diventa un terzo ritmo, oltre al ritmo visivo del film e a quello del discorso degli attori, che rende la traduzione dei sottotitoli un compito estremamente complesso.

 

Anche questa seconda parte del libro, questa seconda scorribanda di Magrelli attraverso la propria stessa esperienza di traduttore-poeta (attento e premuroso come il suo alter ego Imballatore) e di critico e studioso di traduzioni e metamorfosi dei testi (val la pena di ricordare il suo Nero sonetto solubile. Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire, Laterza, 2010) è non solo entusiasmante per chi ama la letteratura, o chi ama giocare con le parole, ma è anche un repertorio utilissimo per chi voglia insegnare la traduzione non come attività passiva e meccanica, ma come occasione, forse fra le più stimolanti, per sollecitare il pensiero critico o laterale, o obliquo o flessibile o, per ritornare all’immagine della poesia di apertura, per trasportare oggetti preziosi, “dentro casse con la scritta fragile”, ma “thinking outside the box” o “beyond the box”. 

 

Valerio Magrelli, La parola braccata, Mulino, Bologna 2018.

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