La paura fa paura

Le collettività sono costituite per garantire il benessere dei pochi a danno dei molti, dice Ettore, che è arrivato a Milano da Reggio Calabria e poi è finito a vivere per strada. Ha perso tutto col gioco d’azzardo e adesso non gli resta niente. La vita cosiddetta civile garantisce ai comuni mortali il triste vantaggio di essere distrutti dai propri simili invece che dai rigori della natura.

È laureato in sociologia, Ettore. Mi dice che la cultura, anche quella, è al servizio del denaro e, dice, con terminologia propria, come nei libri abbia imparato chi abusa di chi, con quale pretesto, con quali mezzi, con quale ideologia, con quale profitto. 

Sono in tanti lì, al di sotto dell’enorme cavalcavia della tangenziale est di Milano, periferia del capoluogo lombardo dove le case cedono posto ai campi, luogo ideale da dove iniziare un viaggio nella disperazione.

E lì, al di sotto di quel cavalcavia, all’ombra dello svincolo per l’aeroporto di Linate, sono accampate una quarantina di persone che vivono fra la polvere e i rifiuti. Oltre loro, non molto distanti, in direzione del Parco Forlanini, è acquartierato un gruppo di profughi afgani, e in direzione opposta, in Rubattino, sono tornati ad accamparsi i rom.

 

Al riparo dei piloni della tangenziale, Ettore e gli altri hanno buttato a terra qualche asse di legno e delle coperte, un misero giaciglio in precario equilibrio sopra dei pallet. E una zona cucina, con pentole e piatti ricolmi di avanzi e formiche. Una grata su quattro ceppi è diventata una griglia.

Ettore mi presenta ad Annibale, un uomo di poche parole e tanti fatti, di cose che non sono andate come dovevano. E Annibale mi racconta di un mondo che è fatto di cose che non tornano, che si incastrano male e poi non si incastrano più. Mi dice dell’al di qua, un al di qua senza via d’uscita. E ancora e ancora. Che anche lui ha bisogno di un amore, di un lavoro, che poi tutto il resto viene da sé.

E poi mi presenta Ennio, che ha fatto il camionista per vent’anni ed è caduto in depressione alla morte del padre. Ennio dice che è l’indifferenza a tenere in piedi tutto quanto il sistema, che il sistema resta in piedi per indifferenza, che se non fossimo indifferenti questo sistema di cose finirebbe col crollare miserevolmente e non dovremmo vivere miserevolmente come siamo costretti a vivere.

 

Ph Edward Burtynsky.


Dunque qui vengono a vivere uomini e donne, penso, ma in realtà qui uomini e donne finiscono col morire. Una donna incinta esce da una tenda, muove a tentoni contro un muro come ad assicurarsi sia ben saldo. Il marito, Camillo, era un muratore. Era, perché adesso di lavoro non ne ha più, non ne ha più da anni; qualche lavoretto qua e là, ma di lavoro non ne ha più. Era tornato a casa in occasione della morte della madre e adesso non ha più nemmeno quella di casa. La benché minima riflessione basta a paralizzarlo e non gli è rimasto altro se non guardarsi vivere. 

Nella foschia tutta padana, al di sotto del cavalcavia, imparo a vedere nel chiaroscuro delle prime ombre della notte. Corpi senza più anima, immersi nel marasma della mente. Un filare di inesistenze. Vengo qui da due giorni ed è come fossero due anni. In altre condizioni due giorni sono un weekend, qua sotto sono una eternità.

Ettore mi dice di avere paura e di trascorrere giornate intere a combattere la paura, a combattere l’idea stessa di paura. Sarebbe terribile ammalarsi qui, tra questo niente. E quando pensa a casa sua, quella che un tempo è stata casa sua, quando pensa a una casa in generale, prova come una sorta di malinconia che si manifesta in fitte dentro lo stomaco, vere e proprie manifestazioni di dolore fisico. Ettore dice di fare la guerra alla paura. Dice che gli accade di restarsene seduto per ore a fissare il niente, così, tanto per addormentarla quella paura, cacciarla. E così penso alla mia di paura, quella di finire col dovere vivere a mia volta in un posto come questo, quella di perdere quel niente che ho, che me lo sogno di notte e non so proprio se potrei farcela. 

 

Ero arrivato qua sulla scorta di una vicenda inseguita e mai raggiunta, la vicenda di Valentino, 30 anni, e della madre Giovanna, 70 anni, della loro vita, da quando il 15 settembre 2015 erano stati sfrattati ed erano diventati dei senza fissa dimora. Sopravvivevano tra il parcheggio del centro commerciale di Arese, dove Valentino lavorava part-time, e qualche camera affittata di tanto in tanto. Un tempo Giovanna era stata giornalista ma con contratti da libera professionista. Niente contributi, niente pensione. Le prime settimane le avevano trascorse in albergo. Ma le tariffe della Milano di Expo non erano alla loro portata. E poi, allo stremo, avevano accettato una camera offerta dal Comune. L’intero edificio era stato fatto evacuare perché divorato da topi e insetti. E così erano finiti di nuovo per strada, ma questa volta nessuno era corso in loro aiuto. Le giornate in macchina – aveva raccontato Valentino nel luglio 2016 a un giornalista – avevano fatto ammalare la madre. Le loro tracce si perdono qua. Ettore e gli altri non ne sanno niente di questa vicenda. Bastano le loro di vite, non possono permettersi il lusso della compassione. È ridicolo, penso, quanti di noi in questa città siano rinchiusi in case dagli affitti proibitivi in attesa di fare la fine di un Valentino, di una Giovanna. 

 

Mi muovo con circospezione nel campo al di sotto dell’enorme cavalcavia della tangenziale. È abitato da uomini-insetti, uomini che chiamarli uomini non pare nemmeno corretto. Nessuno rivolge la parola a nessuno, nessuno parla se non a domanda rispondo; non si preoccupano del domani che il domani per loro sarà uguale all’oggi. Sono uomini e donne feriti da un veleno che li mangia dentro e fuori. Sono gli invisibili, mi dice Ettore, e quando lo sono diventati per davvero era come se non fosse una sorpresa. Un invisibile è un invisibile e non ci trova niente di strano nel fatto di essere invisibile.

Non un tumulto nel campo, soltanto la povertà che fa un rumore che a sentirlo mette il gelo dentro le vene. E devo difendermi da questo rumore, da tutta questa povertà, che è troppa e fa davvero paura, e finisco col viverla anch’io la paura di Ettore, sono Ettore; e da un momento all’altro ci butteranno via. 

Ed ecco ancora fare capolino un attacco di quella malattia che mi accompagna da sempre e con grande pervicacia. Non ne ho mai valutato tutta la gravità, una gravità che è tutta nella sua diffusione. La chiamano paura. La chiamano ansia, la chiamano panico, la chiamano depressione. La chiamano disagio sociale. La chiamano razzismo, violenza. Chiamatela come volete. Uomini e donne in questo paese la vivono in grande quantità, e tanto basta.

 

Piove. Ennio mi accompagna verso lo stradone e mi dice Prima qui eravamo tutti italiani, adesso è pieno di arabi e le cose vanno male. Gli arabi sono ladri. Le case popolari non le danno a noi, dice, le danno agli arabi. Ecco come vanno le cose

 

E nell’uscire ritrovo Camillo. Gli auguro buona fortuna ma scuote la testa. Nemmeno un edificio da tirare su qui a Lambrate, periferia Est di Milano, dove prima del 2008 crescevano palazzi come funghi e di lavori ce n’erano tanti da decidere di giorno in giorno uno per l’altro. Perché, mi dice, che cosa credono possa pensare un uomo quando ha il frigorifero vuoto e i bambini piangono dalla fame. 

La perdita di lavoro può portare a un disturbo mentale o fisico, è scritto in Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, DSM. Vivere in uno spazio pubblico significa vivere in uno stato di continua allerta, è detto nel manuale. I cicli del sonno non sono rispettati con conseguenze negative sull’equilibrio psichico e sulla salute mentale. La strada incrementa stati d’ansia e disagio, ma anche il manifestarsi di un grave disturbo psichico come la schizofrenia; e la depressione, associata ad alti tassi di suicidio, e i disturbi bipolari; e molto presenti sono i disturbi d’ansia, è scritto in Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, DSM; le fobie, gli attacchi di panico; una buona metà degli homeless presenta disturbi di personalità e di alcolismo.

 

Me ne vado. Domani ho appuntamento qui con Ettore. Mi accompagnerà in altri due campi, una fabbrica dismessa a Baranzate e un accampamento in Bovisa, sorto in questi giorni. Là fuori le macchine; alcune rallentano e altre proseguono, alcune si fermano. E, dietro, il cavalcavia della tangenziale. 

Mi ritorna alla mente il Travis Bickle di Taxi Driver, quel suo vaneggiare che si può guardare a questa pioggia fina che adesso cade su Milano e vederci una ripassata del buon dio, una bella ripulita da tutto il sudiciume:

 

Dio sia lodato per la pioggia che ha levato un po' di sporcizia e rifiuti dai marciapiedi. La notte escono le peggio bestie: puttane, baldracche, rottinculo, travesta, finocchi, sballati, tossici, malati, ladri. Verrà pure un diluvio, prima o poi, e leverà anche questa feccia dalle strade.

  

La pioggia che cade su tutto e tutti e pulisce il mondo. La presenza del terribile in tutte le cose del mondo, pulito via dalla pioggia. Ben fatto, direbbe più d’uno dei nostri concittadini, che guardano alla povertà con diffusa paura, che vivono del tutto immersi dentro quella paura, e che tentano di cacciarla, che la paura fa paura ed è meglio cacciarla via come cacciamo un incubo al risveglio, che è meglio sublimarla in forme cliniche e sociali, la paura. Magari anche con un’arma, tirando a casaccio su persone la cui unica colpa è essere povere e abbandonate a se stesse. Presto altri Travis Bickle si armeranno e faranno pulizia a modo loro, di dentro e di fuori.

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