La politica dell’identità

Migliaia di catalani sfidano il governo spagnolo per affermare il proprio diritto all’indipendenza. Pochi giorni dopo migliaia di cittadini lombardi e veneti chiedono maggiore autonomia da Roma in un referendum consultivo, seguiti nel giro di qualche settimana dai cittadini della Corsica. I diritti dei migranti (e quelli, simmetrici, dei nativi) tengono banco nelle campagne elettorali europee e americane. In Italia il progetto di legge sul cosiddetto Ius Soli monopolizza il dibattito fra i partiti di sinistra, in vista delle elezioni che si terranno in primavera.

 

A poco più di un anno dal referendum che ha innescato la Brexit, dopo una campagna presidenziale dominata dallo slogan ‘America first’, non c’è dubbio che identità e diritti siano entrati di forza nel discorso politico contemporaneo. Gli effetti sono dirompenti: la ‘politica dell’identità’ scompagina destra e sinistra – intesi come schieramenti, ma anche come categorie concettuali che hanno orientato la politica occidentale nel corso dell’ultimo secolo. Il Partito Repubblicano negli Stati Uniti è uscito lacerato dalle elezioni presidenziali, mentre Cameron in Gran Bretagna ha dovuto rassegnare le dimissioni dopo avere perso un referendum fortemente voluto da una parte del suo stesso partito. I leader laburisti hanno contribuito alla vittoria del Sì evitando di prendere una posizione netta, fra mille polemiche, mentre in Italia il partito democratico ha lasciato libertà di voto nei referendum delle regioni settentrionali. L’identitarismo non sembra portare semplicemente voti alla destra o toglierli alla sinistra. Piuttosto, rende necessario un ripensamento profondo del significato di destra e di sinistra, e delle politiche a loro connesse.

 

Mark Lilla insegna scienze dell’uomo e scienze politiche alla Columbia University. In The Once and Future Liberal: After Identity Politics (Harper Collins, 2017) offre un’analisi interessante e provocatoria della politica della identity politics, delle sue cause, e dei problemi che essa solleva nel contesto della politica americana. The Once and Future Liberal è un pamphlet rivolto principalmente ai militanti e agli elettori del Partito Democratico (essendo ‘liberal’ notoriamente difficile da tradurre nel gergo politico europeo, mi arrangerò usando l’espressione ‘di sinistra’). La tesi di Lilla è che il Partito Democratico inseguendo l’identitarismo ha progressivamente perso di vista il centro di gravità dell’elettorato americano – la classe media lavoratrice, per lo più bianca, che costituisce la spina dorsale sociale e politica degli Stati Uniti. Il costo di questa deriva identitaria è stata l’esclusione progressiva e sistematica dagli organi di governo locali, statali, e federali. Per dare un’idea, i democratici oggi controllano gli organi esecutivi e legislativi in sette stati, contro i ventiquattro dei repubblicani; mentre a livello federale i repubblicani da tre anni hanno la maggioranza in entrambi i rami del congresso.

 

Che le sconfitte democratiche siano da imputare alla politica dell’identità non è ovvio né banale – anche perché l’identitarismo di sinistra non è facile da definire. Per Lilla è l’eredità di due grandi rivoluzioni culturali indipendenti e apparentemente antitetiche: il radicalismo extra-parlamentare degli anni Sessanta-Settanta e l’individualismo reaganiano degli anni Ottanta del secolo scorso. L’argomento è chiaramente delicato: le battaglie per i diritti civili sono giustamente considerate un capitolo glorioso della sinistra americana. La lotta contro la segregazione razziale, l’abolizione delle leggi contro l’omosessualità, la legislazione sull’aborto e sul divorzio sono vittorie delle quali i democratici vanno giustamente fieri. Lilla non è un revisionista, e concorda che queste grandi conquiste devono essere celebrate e difese da tutti gli uomini e le donne di sinistra. Sostiene anche, tuttavia, che i movimenti radicali hanno introdotto un modo di fare politica che, di fatto, ha preparato il terreno alla politica dell’identità.

 

Lilla ne enfatizza due aspetti: da una parte il movimentismo degli anni Sessanta avrebbe insegnato a tre generazioni di attivisti che si può fare politica in modo efficace mantenendosi al di fuori delle istituzioni. Anzi, esso avrebbe introdotto l’idea che si debba fare politica fuori dalle istituzioni, in contrapposizione con la politica dei partiti tradizionali e i compromessi che questa inevitabilmente richiede. La politica movimentista da questo punto di vista offre dei vantaggi non indifferenti: in primo luogo permette di investire tutte le energie nel perseguimento di un singolo obiettivo. Non ponendosi come scopo di governare il Paese, inoltre, può permettersi di ignorare la costruzione di maggioranze stabili, non ha bisogno di tenere insieme coalizioni eterogenee, e può abdicare al compito di trovare un punto di equilibrio fra i diversi interessi rappresentati all’interno dei grandi partiti.

 

 

La seconda eredità importante del movimentismo – in parte legata alla prima – è l’idea che si possa fare politica scegliendo selettivamente i propri cavalli di battaglia, e che attraverso l’attività politica sia possibile affermare la propria identità individuale. Lottando per i diritti, i militanti lottano anche per affermare la propria identità – di donna, di omosessuale, di transgender, di nativa, di afro-americana – fianco a fianco con altre donne e uomini che hanno a cuore gli stessi obiettivi politici e personali. L’identitarismo fornisce dunque motivazioni formidabili che, paradossalmente, sono compatibili con la cultura della destra individualista. Dopo tutto, cos’è più importante del diritto di esprimere liberamente sé stessi, e di vivere come ci pare e piace?

 

The Once and Future Liberal è scritto per provocare. Prevedibilmente Lilla è stato accusato di superficialità, di generalizzare in modo eccessivo, e di privilegiare l’aneddoto alla solida ricerca empirica. Ma si tratta, appunto, di un pamphlet. Come tutti i buoni pamphlet, The Once and Future Liberal mette a fuoco un problema reale, e come molti pamphlet non propone soluzioni precise. La parte migliore è la breve analisi delle cause profonde dell’identitarismo, e più in generale della cultura individualista. Sono cause economiche e sociali, riconducibili alla conquista del benessere e alla stabilità politica che, a partire dal secondo dopoguerra, ci ha permesso di dedicare sempre più tempo al perseguimento degli interessi privati – il lavoro, la cura della famiglia, gli amici, gli hobby personali. L’altra faccia di questa libertà è che dedichiamo sempre meno tempo alla cura degli interessi collettivi – in parte forse perché li consideriamo acquisiti – e trascorriamo sempre meno tempo con persone che non vivono come noi. Nel lungo periodo questa disabitudine genera una ridotta capacità di vedere il mondo con occhi diversi, di comprendere il punto di vista di chi non la pensa allo stesso modo, e soprattutto di trovare soluzioni condivise ai problemi che affliggono le nostre comunità.

 

È un’analisi convincente specie nel contesto americano, dove la segregazione sociale ha raggiunto uno stadio più avanzato rispetto ai paesi europei. Un fossato sempre più profondo divide, da una parte, i professionisti liberal, altamente educati ed economicamente privilegiati che abitano sulle due coste; e dall’altra la piccola borghesia bianca a bassa educazione, intensamente religiosa, minacciata dalla globalizzazione, che vive nella fascia centrale del Paese. Ma la politica dell’identità non è una questione puramente americana, ed è impossibile leggere il pamphlet di Lilla senza farsi trascinare dalle analogie con quanto accade in Italia e in Europa.

 

Dopo quattro anni di governo, la legge sulle unioni civili è forse l’unica vittoria inequivocabilmente ‘di sinistra’ della quale può fregiarsi il Partito Democratico italiano. Una vittoria difficile, acquisita in seguito a molti rinvii e dopo una lunga mediazione con i partiti centristi della coalizione. Poiché nella politica dell’identità ogni compromesso è un inaccettabile compromesso, l’approvazione della legge è stata accompagnata e seguita da aspre polemiche – addirittura dalle dimissioni di deputati, come Michela Marzano, che avevano combattuto in prima linea per i diritti degli omosessuali.

 

Il copione tende a ripetersi. Da mesi l’agenda politica della sinistra è dominata dal tentativo di comporre un’alleanza in vista delle prossime elezioni. Di fronte alle difficoltà di trovare un accordo su altri temi economici e sociali, l’attenzione si è concentrata sullo Ius Soli. Peccato che il Partito Democratico sia al governo (anche) con alcuni partiti di centro-destra, i quali non hanno nessuna intenzione di votare la legge dello Ius Soli. Ma la politica dell’identità non si pone obiettivi di governo – meglio dunque rompere le righe e andare in ordine sparso alle prossime elezioni.

 

Jordi Ballart, fino al mese scorso sindaco di una cittadina catalana, è stato costretto alle dimissioni per avere osato criticare gli indipendentisti dopo il referendum. Intervistato dal Guardian, esprime preoccupazione per la mancanza di interesse da parte dei radicali identitari per i temi politici tradizionali. ‘Sembra che esista soltanto l’identità. Chi parlerà durante questa campagna elettorale dei problemi reali che devono affrontare le persone? Del tipo di Paese nel quale vogliamo vivere; delle politiche sociali, dell’educazione e della sanità?’

 

Come ci ricorda Mark Lilla, quando la politica dell’identità prende il sopravvento, lo fa a discapito della politica di governo. E rinunciare alla politica di governo ha gravi conseguenze, in primo luogo per i soggetti che i movimenti identitari vorrebbero difendere.

 

L’accusa più pesante contro la sinistra dell’identità è che lascia i gruppi che sostiene di volere aiutare più vulnerabili di quanto sarebbero altrimenti. […] In una democrazia l’unico modo di difenderli in maniera significativa – invece di fare gesti vuoti di riconoscimento e ‘celebrazione’ – consiste nel vincere le elezioni e nell’esercitare il potere nel lungo periodo, a ogni livello di governo. E per ottenere quel risultato bisogna avere un messaggio che tenga insieme il maggior numero di persone possibile.

 

L’analisi di Lilla induce dunque a una riflessione più ampia. La politica dell’identità diventa un problema quando si muove nel vuoto, finendo per occupare spazi che non le competono. È bene non illudersi che la politica tradizionale possa essere sostituita dall’identitarismo, ma non è chiaro come riempire il vuoto. Lilla non offre soluzioni, tranne un vago invito a portare l’idea di cittadinanza al centro della politica di sinistra. Ma anche quello di cittadinanza è un concetto che va riempito di contenuti.

 

Sembra che gli schieramenti tradizionali oggi non siano in grado di coagularsi intorno a un’idea di destino comune. Le lotte per i diritti sono parte integrale della vita democratica, e nessuna democrazia può vivere senza diritti. Ma allo stesso tempo nessuna democrazia può vivere soltanto di diritti. Urge quindi trovare dei buoni motivi per stare insieme, alternativi all’identità etnica e al rifiuto dei diversi dei quali si nutre la destra xenofoba. Una narrazione del “noi” – una storia in grado di indicare chi siamo e dove vogliamo andare – appare quanto più necessaria.

 

La politica dell’identità si illude che la difesa degli ‘io’ possa supplire alla mancanza del ‘noi’. È un’illusione pericolosa: il vuoto degli ideali collettivi sarà riempito in qualche modo – da una nuova concezione comunitaria e solidaristica, o dalla politica etnica e razzista che sta rialzando la testa in tutto il mondo occidentale.

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